Riflessioni

Per tempi incalcolabili l'umanità ha vissuto in un universo governato da leggi immutabili, misteriose. L'interazione di tutte le forze generava un'indivisa unità dinamica nella quale spirito e materia, umanità e natura erano una cosa sola. In una natura così, solo parzialmente conosciuta e non controllabile, l'architettura rappresenta il tentativo di realizzare luoghi protetti, luoghi dove uomo e ambiente si influenzano vicendevolmente, luoghi del benessere.Interpretando bisogni materiali e psicologici dell'uomo, attraverso interventi diversificati e interconnessi, in relazione a necessità, l'architettura più di ogni altra disciplina era allo stesso tempo complessità e atto creativo che si esprimeva nel concreto ma invadeva pur sempre “il mondo delle idee” lasciando segni nell'immaginario.L'architettura dava forma allo spazio, uno spazio luogo principale della socializzazione, della volontà, della comunicazione e che esprimeva la crescita civile, la religiosità e le aspirazioni di un popolo.

Questo costruito d'altri tempi che è riuscito a tramandarci l'evoluzione e la memoria di tante civiltà è stato opera di uomini che oltre che abili costruttori erano anche astronomi, sciamani, rabdomanti e guaritori, preoccupati di preservare l'integrità fisica, mentale e spirituale dell'uomo.Il risultato nei secoli è stato un'architettura per buona parte duttile e sensibile, capace di adattarsi alla geografia del terreno, parsimoniosa nell'uso delle risorse, consapevole nella scelta dei materiali, ricca di forme significative e simboliche, attenta ai ritmi di mutamento dei luoghi così come ai bisogni di chi vive dentro ai suoi spazi.Tutto ciò oggi è un miraggio: in gran parte dell'architettura del secolo scorso quello che è stato vero per millenni sembra aver perso di significato. Si è costruito ovunque, anche in luoghi in cui da millenni non veniva costruito, si è persa la capacità di localizzare ed orientare gli edifici, si è compensato le diverse carenze utilizzando le possibilità tecniche, e si è dimenticata la capacità di agire direttamente attraverso le informazioni che provengono dalla natura, dal ciclo giorno-notte, dal ciclo delle stagioni, dai fenomeni meteorologici, dalla morfologia del terreno. Forse per una presunta sicurezza nel destreggiarsi tra manuali e conoscenze ormai consolidate, si è operata una rimozione di tutto quello che era invece esperienza di vita, che doveva essere continuamente verificata e modificata in riferimento alle acquisizioni della ricerca scientifica e della tecnologia all'evoluzione del significato del ben-essere nell'abitare. Oggi occorre riconnettere i fili che legano la natura profonda dell'uomo alle cose per ridare valore all'architettura. Architettura come attività di trasformazione del naturale che scaturisce dal seguire la natura e guidarla, rifacendo, con una diversa consapevolezza scientifica, antichi percorsi già noti, architettura che ritrova come fine primo e ultimo “concretizzare l'essere nel mondo dell'uomo, un essere che non sia più quello presuntuoso”[1] che ha generato un'architettura dal volto aggressivo ed esibizionista, dagli impianti sofisticati, fiera della sua autosufficienza, e che ostenta di poter fare a meno di sole, vento, luce, profumi, paesaggi, ma un essere umile e sapiente, capace di creare un' architettura carezzevole, minuta e amorevole, sapiente dosaggio di equilibri diversi.



[1]da  C.N. Schulz, Esistenza, spazio e architettura, Officina, Roma, 1922, pg.113

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