associazione campaniArchitetti

Resoconto della 11^ iniziativa culturale


 Si è svolto ieri, 16 giugno, l’incontro organizzato da Campaniarchitetti sul tema Una casa salubre, sicura e di qualità nell’ambito della Rassegna Progettare, abitare, costruire in Mostra che si svolge parallelamente alla Fiera della casa
In apertura dei lavori l’arch.Tiziana D’Amico ha rivolto un saluto ai presenti a nome dell’associazione ricordando l’impegno di Campaniarchitetti nella ricerca di occasioni di dibattito che stimolino la nostra categoria professionale ad un impegno sempre più responsabile e qualificato.
L’arch. Lello Criscuolo ha quindi ringraziato in primo luogo gli archh. Mario Abbisogno e Valentina Colace per lo spazio concesso a Campaniarchitetti ed ha espresso a nome di tutti un vivo apprezzamento per l’idea di affiancare alla Fiera della casa la possibilità di dibattere i temi dell’abitare e del progettare abitazioni.

   Criscuolo ha poi presentato i relatori invitati al tavolo della discussione, dando la parola per prima all'arch. Erminia Attaianese che ha curato un intervento sul ruolo dell’ergonomia nella progettazione degli spazi abitativi ed ha ricordato come proprio la scuola napoletana abbia fornito un decisivo contributo nel riconoscimento del ruolo che l’ergonomia ha nella progettazione non soltanto dei luoghi di lavoro, ma di ogni spazio in cui si svolge la vita dell’uomo. L’ergonomia, ha detto Attaianese, si interessa delle interazioni tra l’uomo ed i sistemi edilizi con l’obiettivo di progettare spazi che siano compatibili con le esigenze di coloro che devono abitarli. La disciplina rappresenta allora una sorta di lente attraverso cui è possibile guardare in modo più completo ai temi che tradizionalmente ispirano la progettazione, quali quelli della salubrità, della sicurezza, della qualità proposti all’attenzione dal convegno.
Il concetto di salubrità ad esempio può essere assimilato a quello del confort, da intendersi però in un’accezione più ampia includendo anche aspetti di natura psicologica e sociale.
Un progetto orientato in chiave ergonomica può assumere connotati diversi in relazione alla scala alla quale è sviluppato: dall’unità abitativa, dell’edificio, o, più in dettaglio, dello studio di un componente edilizio. Tuttavia, ha detto Attaianese, è possibile riconoscere alcuni requisiti che sono da considerarsi indispensabili per un progetto ergonomico qualsiasi scala: Lo studio dell’utenza, l’analisi delle attività insediate, l’identificazione delle caratteristiche tecniche e spaziali che assicurano la qualità della vita.
L’intervento di Vincenzo Acampora, invece, ha sottolineato il ruolo dello IACP non soltanto quale ente preposto alla costruzione di edilizia residenziale pubblica, ma anche rispetto alla sperimentazione di nuove tecnologie. È questo il caso del cappotto termico, ad esempio, e soprattutto della sperimentazione di un sistema diagnostico e di monitoraggio strutturale messo in atto al rione Luzzati e basato sulle più moderne tecnologie.
Tale sistema di monitoraggio è realizzato da sensori accelerometrici dislocati in vari punti dell’edificio, una centralina che acquisisce dati dai suddetti sensori ed una stazione locale che elabora i dati ricevuti selezionando quelli significativi ai fini del monitoraggio.
I dati raccolti localmente sono trasmessi poi all’Ufficio IACP di zona dove avvienela connessione del sistema di monitoraggio alla rete internet.
Il sistema consente quindi attraverso il web di avere accesso con continuità ai dati dell’edificio. Tali dati consistono sia in informazioni strutturate in dossier, documenti e/o progetti, sia in informazioni in tempo reale acquisite tramite la rete di sensori.

 L'arch. Riccardo Dalisi, che è intervenuto successivamente, ha ricordato come la progettazione dell’edilizia residenziale pubblica negli anni 60 fosse improntata alla massima razionalizzazione degli spazi, alla regolarizzazione della maglia strutturale. Più tardi invece, si è superata questa impostazione così rigida orientandosi piuttosto verso la flessibilità, in sintonia peraltro con i cambiamenti sociali che hanno caratterizzato la famiglia. La casa, ha detto Dalisi, deve pulsare con la vita dei suoi abitanti e dunque essere pronta ad espandersi o a contrasi a seconda delle esigenze. Un altro importante aspetto, ha sottolineato ancora Dalisi, è la necessità di un diverso approccio progettuale, improntato alla decrescita. Non più dunque consumo delle risorse ambientali e produzione di rifiuti, ma ricerca di una nuova poesia dello spazio; dove la poesia non deve essere intesa come un aggiunta un abbellimento della realtà, perché essa rappresenta invece la sostanza. Solo poeticamente possiamo abitare, dice Dalisi con Heidegger e, dunque, poeticamente dobbiamo progettare. La poesia è ciò che dà l’anima alle cose e dignità anche alla materia prima più povera. E l’anima è proprio ciò che Dalisi sembra esser riuscito a trasferire a tutte le sue creazioni, dalle famose caffettiere ai tantissimi compassi e oggetti di latta che mostra dal vivo ai presenti.

 All’intervento di Dalisi è seguito quindi quello dell'arch. Nunzia Coppola che ha affrontato il problema dell’inquinamento indoor. Fino agli anni 70, ha detto Nunzia Coppola, tale problema è coinciso con il problema del risanamento dei locali umidi, dimenticando che esistono numerosi fattori che possono rendere l’aria interna delle abitazioni ben più inquinata dell’aria esterna.  Ciò è peraltro dimostrato dall’incremento di patologie allergiche che possono insorgere proprio a causa dell’esposizione continuativa a questi fattori inquinanti. Si tratta del radon, dell’inquinamento elettromagnetico, dell’inquinamento chimico e di tanti altri fattori che pur essendo regolamentati dal legislatore sono tuttavia poco controllati in fase di progetto. L’architetto Coppola ha ribadito quindi il ruolo chiave che l’architetto può avere nello scegliere materiali e tecnologie che garantiscano a tutti il diritto a vivere in ambienti sani. Tanto più se la conoscenza di alcune problematiche come quella dell’inquinamento indoor appartiene prevalentemente a fasce culturali medio-alte e non esiste sul tema una consapevolezza ed un’attenzione diffusa.

L’ultimo intervento è quello dell’arch. Silvana Tomeo del Centro Bioedile Campania che ha introdotto un nuovo elemento di riflessione ponendo l’accento sulla necessità che il ciclo di vita dei materiali impiegati in edilizia sia un ciclo chiuso, che parte dall’ambiente e ritorna all’ambiente, limitando il più possibile l’impatto inquinante.
Un esempio emblematico, ha detto Tomeo, è rappresentato dalle finiture. In questo settore, già a partire dagli anni 70, in Germania si è sviluppata la cosiddetta fitochimica, che in alternativa alla chimica di sintesi basata sui derivati del petrolio, ha cominciato a sperimentare l’impiego di componenti vegetali per realizzare vernici, pitture e smalti naturali atossici. Si è dimostrato così che è possibile sostituire alle ormai migliaia componenti sintetiche, semplicemente 150 materie prime di origine completamente naturale che non inquinano l’ambiente e non sono nocive per la salute umana.
L’architetto Tomeo ha disegnato quindi la carta di identità del materiale bioecologico indicandone le caratteristiche irrinunciabili:
Innanzitutto, l’assenza da emissioni nocive deve essere garantita in tutte le fasi del suo ciclo di vita: produzione, posa in opera, uso, smaltimento. La durevolezza è poi un altro requisito importante perché consente di limitare la produzione di rifiuti, così come anche la reperibilità in loco perché da una parte comporta un risparmio sui costi economici ed ambientali del trasporto, dall’altra consente un’architettura legata al territorio ed alle sue tradizioni costruttive. Il materiale bioecologico è poi un materiale vivo, che respira, evitando così danni alla costruzione e creando al tempo stesso un clima interno confortevole.

 Tutto ciò è in sintonia dunque con quanto detto dall’arch. Attaianese e dallo stesso Dalisi che ha parlato dell’esigenza di una progettazione improntata alla decrescita, basata su un rapporto più armonioso con la natura piuttosto che sul consumo delle risorse e sulla produzione di rifiuti.
La qualità infine dei materiali bioecologici, infine, attiene anche e soprattutto alla capacità di stimolare la vista, il tatto, l’olfatto contribuendo al benessere psicofisico complessivo di chi abita gli spazi.

Se ne deduce così che i diversi temi trattati dai relatori possono trovare un punto di sintesi nello sforzo di una progettazione responsabile attenta alle esigenze dell’uomo e dell’ambiente come più volte riconosciuto da tutti gli intervenuti.

L’incontro si è concluso quindi in serata con un momento di convivialità durante il quale i numerosi colleghi intervenuti hanno potuto degustare assaggi di una cucina bioecologica offerti dal Centro Bioedile.