Resoconto 10^ della iniziativa culturale
Si è svolto venerdì 29 Maggio 2009 l’incontro organizzato da Campaniarchitetti sul tema: "Il piano casa tra nuova edificazione e riduzione della vulnerabilità sismica". Il dibattito, che ha registrato la partecipazione interessata di numerosi colleghi, è stato moderato dal giornalista Massimo Calenda del TGR che ha espresso apprezzamento rispetto al fatto che gli architetti si mobilitino finalmente su temi importanti che richiamano ad un atteggiamento responsabile, dal momento che la qualità dell’abitare influenza in modo decisivo la qualità della vita di tutti. L’intervento di Carmine De Marco muove da lontano, ripercorrendo la storia dei terremoti avvenuti nel passato perché, dice, lo studio della storia non è fine a se stesso, ma aiuta a comprendere il presente. Dalla storia si arriva così al presente. Oggi, sostiene De Marco, il problema principale da risolvere per adeguare simicamente il patrimonio edilizio, è quello delle risorse finanziarie. Una soluzione proponibile potrebbe allora essere quella del “risparmio condizionato”, cioè vincolato alla causale dell’adeguamento sismico. Tali forme di risparmio, secondo De Marco, dovrebbero godere di un regime agevolato sia dal punto di vista della tassazione sia da quello dell’interesse bancario corrisposto così da risultare interessanti per i piccoli investitori. L’intervento di Alessandra Maione, infine, ha focalizzato l’attenzione sul problema della vulnerabilità sismica del patrimonio edilizio esistente. Nel momento in cui, con il piano casa, si delinea la possibilità di promuovere una ripresa del settore dell’edilizia sia pubblica che privata, è auspicabile, ha detto Alessandra Maione, che si affermi finalmente una logica di prevenzione del rischio sismico. Da una parte, dunque, dovrebbero crearsi le condizioni, attraverso incentivi, per intraprendere gli interventi più urgenti di riduzione della vulnerabilità dell’edilizia esistente; dall’altra dovrebbe vigilarsi affinché ulteriori fattori di vulnerabilità non si producano proprio per effetto degli interventi che si vanno a liberalizzare.
In apertura dei lavori, Cristina Passalacqua, che ha coordinato l’organizzazione dell’evento, ha rivolto il benvenuto ai relatori e a tutti i colleghi presenti a nome di Campaniarchitetti, spiegando brevemente le finalità dell’associazione ed invitando a riflettere su che cosa fa la differenza tra l’architettura che resiste al tempo e ciò che invece viene distrutto.


Ha preso quindi la parola Vincenzo Acampora che ha rappresentato il punto di vista dello IACP rispetto al problema casa. Acampora ritiene che il piano casa debba prevedere non soltanto la costruzione di edilizia popolare, ma anche altri tipi di interventi da realizzarsi con investimenti privati, come la creazione di alloggi a canone agevolato e soprattutto la riqualificazione delle periferie. Per quanto riguarda quest’ultimo problema, Acampora osserva che anche in una realtà degradata come Scampia sussistono degli standard minimi a partire dai quali è possibile una riqualificazione del quartiere che si accompagni anche ad un rinnovamento del tessuto sociale con l’integrazione di nuovi abitanti.
Per quanto attiene al problema della sicurezza del patrimonio edilizio gestito dalla IACP, Acampora rileva in particolare le problematiche derivate dal sistema costruttivo utilizzato nell’emergenza post-sismica dell’80, che, se da una parte ha consentito di rispondere in tempi brevi al fabbisogno abitativo, ha poi richiesto nel tempo costi di manutenzione elevati perché basato sull’impiego di materiali di scarsa durabilità e resistenza.
Nella direzione della prevenzione, si muove, invece, la sperimentazione nel rione Luzzati di un sistema di monitoraggio strutturale basato sull’impiego di sensori che consentono di registrare la risposta degli edifici alle diverse sollecitazioni e quindi, in caso di terremoto, di studiarne con precisione il comportamento.


L’intervento di Rosario Altieri sottolinea come il piano casa possa rappresentare uno strumento importante in una regione come la Campania caratterizzata da notevole squilibrio di densità abitativa tra la fascia costiera e le zone interne. Tale circostanza rappresenta peraltro non soltanto un problema urbanistico di assetto del territorio regionale, ma ha delle importanti implicazioni in termini di sicurezza giacché le densità abitative più elevate si riscontrano proprio nella zone rossa, esposta al rischio Vesuvio.
Secondo Altieri, tuttavia il piano casa rischia di naufragare a causa di un braccio di ferro tra stato e regioni che ha origine nel criterio di ripartizione dei finanziamenti. Alcune regioni, infatti, chiedono che i finanziamenti siano commisurati non all’effettivo fabbisogno abitativo, ma all’entità del contributo regionale al bilancio dello stato.
L’assessore al patrimonio edilizio Marcello D’Aponte ha posto l’accento sul fatto che le risorse finanziarie disponibili per la messa in sicurezza del patrimonio edilizio pubblico sono molto limitate.
Per tale ragione si sta cercando di stipulare convenzioni con gli ordini professionali per ottenere prestazioni professionali a costi contenuti finalizzate alla verifica sismica. Un altro importante accordo, annuncia ancora D’Aponte, è stato siglato con L’ABI per la concessione di mutui finalizzati all’acquisto dei beni pubblici dismessi.
Le difficoltà di gestione del patrimonio pubblico, sottolinea ancora D’Aponte, sono anche connesse al problema del rispetto della legalità ed il caso degli scantinatisti del Rione Traiano è emblematico in tal senso. L’occupazione abusiva delle pertinenze rende difficile la dismissione degli immobili pubblici, ma d’altra parte il recupero della legalità crea anche un problema sociale dal momento che è poi necessario fornire un’alternativa abitativa agli occupanti abusivi. La strada scelta dall’assessorato è stata quella di costituire un’anagrafe della manutenzione e delle assegnazioni degli immobili pubblici in modo da contribuire al ripristino della legalità.
De Marco si sofferma a considerare il comportamento dei vari governi nelle fasi del soccorso e della ricostruzione e dice di aver compreso la ragione del fatto che dopo pochissimi anni i paesi erano quasi tutti ricostruiti: la ragione è che li ricostruivano i cittadini a loro spese.
In particolare, De Marco si sofferma poi sul terremoto che colpì il Vallo di Diano ed il salernitano nel 1857, perché in quella occasione Ferdinando II di Borbone, sperimentò per la prima volta un modello di ricostruzione che potesse trasformare la disgrazia del terremoto in un’opportunità di progresso. Decise, infatti, di costruire una colonia nelle terre della Piana del Sele che avrebbe potuto ospitare le famiglie terremotate prive di casa e di terra, come assegnatarie di abitazioni e terreni. Si tratta della colonia chiamata le Comprese, che esiste ancora oggi ed è un quartiere di Battipaglia.


In questo senso potrebbero essere promossi interventi di eliminazione di situazioni di forte irregolarità degli edifici, dovute alla presenza di elementi non strutturali o a superfetazioni intervenute nel corso del tempo. Quest’ultimo, in particolare, è il caso di molti edifici nei centri storici per i quali potrebbe essere riproposto il suggerimento del diradamento verticale formulato da tempo dalla cultura della conservazione.
Più difficilmente conciliabili con gli obiettivi della sicurezza sismica appaiono, invece, eventuali interventi di incremento delle volumetrie esistenti, in quanto potrebbero introdurre alterazioni nella distribuzione delle masse e delle rigidezze del sistema resistente tali da rendere più vulnerabili anche edifici in teoria ben costruiti. Senza tener conto dell’aggravio dei carichi in fondazione, che in un territorio come il nostro, esposto a rischio geologico, rappresenta un’ulteriore fonte di pericolo.
È auspicabile, ha concluso infine Alessandra Maione, che attraverso il confronto con le diverse le competenze professionali e scientifiche interessate, si riesca a conciliare gli obiettivi della ripresa economica con quelli della riduzione del rischio sismico e della salvaguardia della incolumità sia delle persone sia del ricco patrimonio storico- architettonico dei nostri centri urbani piccoli e grandi.
Al termine del primo giro di interventi, Massimo Calenda ha poi sollecitato il dibattito tra i relatori sottolineando gli elementi più importanti emersi dalla discussione. L’evento si è concluso quindi in serata, lasciando aperti ancora molti aspetti da approfondire sui quali l’associazione continuerà ad impegnarsi, con il contributo di tutti i soci ed i colleghi interessati.




