Piano casa: elementi per il dibattito.
Il recente terremoto in Abruzzo ha purtroppo mostrato, ancora una volta, come la vulnerabilità sismica delle costruzioni costituisca un serio pericolo per la incolumità delle persone e come i costi sociali ed economici che ne conseguono richiedano un consistente impegno di risorse, che potrebbero più efficacemente essere utilizzate se si riuscisse ad affermare una logica di prevenzione piuttosto che di intervento in emergenza.
In un momento come questo, dunque, in cui si va delineando, attraverso il decreto sul “piano casa”, la possibilità di promuovere una ripresa del settore dell’edilizia sia pubblica che privata, sembra ineludibile una riflessione sulla opportunità di incentivare interventi sugli edifici esistenti, finalizzati alla riduzione della vulnerabilità sismica.
La situazione degli edifici ad uso abitativo, fotografata dal Censimento 2001, è, in effetti, piuttosto preoccupante, soprattutto se incrociata con il dato della pericolosità sismica.
Dai dati Istat emerge, infatti, che nelle zone con pericolosità sismica più elevata (le zone 1 e 2) più di 927 mila edifici in muratura si trovano in uno stato di conservazione classificato come ''mediocre''. Nelle stesse zone ci sono altresì 124mila edifici in pessimo stato per i quali sarebbe necessaria la messa in sicurezza o, eventualmente, la demolizione. In particolare, a Napoli gli edifici in condizioni mediocri o pessime sono 1 su 3.
Se, da una parte, le costruzioni in muratura sono intrinsecamente più vulnerabili nei confronti delle azioni sismiche, dall’altra, anche molti edifici in cemento armato possono presentare carenze costruttive rilevanti. In tal senso, un indicatore di prima attenzione desumibile dai dati Istat è rappresentato dall’epoca di costruzione di queste strutture, realizzate in gran parte tra il 1946 e gli anni 70. Siamo, cioè, del periodo della ricostruzione post bellica e del boom edilizio, in cui il controllo sui materiali e sulla qualità dell’esecuzione è stato sacrificato in molti casi ai prevalenti interessi economico-speculativi. Gli edifici in cemento armato, peraltro, rappresentano una quota consistente dell’intero patrimonio edilizio se, ad esempio, nella provincia di Napoli ben il 54% degli edifici sono stati costruiti nel trentennio compreso tra il 1962 ed il 1991 e solo il 6% tra il 1992 ed il 2001.
Un altro aspetto da considerare è che fino al 1980, il rischio sismico di larga parte del territorio nazionale è stato completamente sottovalutato. La classificazione sismica, infatti, era estesa soltanto alle zone, dove si erano già verificati terremoti distruttivi. È solo dopo il terremoto dell’Irpinia che si è introdotta una prima classificazione preventiva incrementando da 500 a 2800 il numero dei Comuni esposti al rischio sismico. Si tratta, tuttavia, di un risultato ancora parziale come dimostra il fatto che il comune di San Giuliano di Puglia, colpito dal terremoto nel 2002, non era annoverato tra le zone sismiche e solo con l’Ordinanza del 2003 l’intero territorio nazionale è stato dichiarato esposto a rischio sismico, con diversi livelli di pericolosità.
Gran parte delle costruzioni moderne in cemento armato, scontano dunque questo ritardo normativo nella presa di coscienza del rischio sismico e sono state progettate, anche legittimamente, per resistere ai soli carichi verticali, ignorando completamente le azioni orizzontali prodotte dai terremoti. A tal proposito c’è da aggiungere che il recepimento a livello legislativo di criteri di progettazione antisismica finalizzati a garantire preventivamente alle strutture a telaio la duttilità necessaria per fronteggiare le sollecitazioni sismiche, avviene soltanto con il DM '96 che, per la prima volta, affronta anche il problema degli interventi sugli edifici esistenti. Per questi ultimi, le norme precedenti avevano disciplinato soltanto interventi ex post, di riparazione del danno. Il DM ‘96, invece, introduce in particolare sia interventi di adeguamento finalizzati a conseguire un livello di sicurezza pari a quello richiesto per gli edifici nuovi, sia interventi di miglioramento indirizzati prevalentemente alle costruzioni storiche in muratura.
Le considerazioni svolte valgono a porre l’accento su una situazione di vulnerabilità diffusa del patrimonio edilizio esistente, sia esso in cemento armato o in muratura. La limitata disponibilità di risorse finanziarie impone, allora, la identificazione degli interventi più urgenti cui dare priorità. A tal fine diventa necessario promuovere l’acquisizione di elementi di conoscenza più dettagliati rispetto ai dati poveri forniti dall’Istat, sulla base dei quali definire una misura della vulnerabilità dei singoli edifici che possa essere la premessa di analisi strutturali più approfondite, da svilupparsi nei casi più gravi. Sarebbe forse opportuno, allora, riconsiderare l’utilità del cosiddetto fascicolo del fabbricato quale strumento per costruire un primo quadro di conoscenze delle caratteristiche strutturali di una costruzione e delle sue eventuali carenze.
Si tratta, in sintesi, di acquisire, come primo passo, un quadro sufficientemente approfondito di conoscenza degli edifici esistenti sulla base del quale definire una strategia di intervento che necessariamente, per la estensione del problema e la complessità dei fattori coinvolti, dovrebbe articolarsi in più direzioni, tenendo conto delle seguenti questioni:
- I fattori di vulnerabilità specifici delle diverse tipologie strutturali.
- L’importanza degli edifici, sia da un punto di vista storico culturale sia da un punto di vista funzionale, rispetto al ruolo più o meno strategico che essi rivestono nel funzionamento del sistema urbano. Il caso dell’ospedale de L’Aquila è emblematico, in tal senso.
- I diversi canali di finanziamento degli interventi indirizzati all’edilizia pubblica piuttosto che privata.
Per quanto riguarda la tipologia di interventi ipotizzabili, è chiaro che operazioni di demolizione e di completa sostituzione con edifici rispondenti alle norme sismiche vigenti sarebbero la soluzione ideale. D’altronde anche la più recente normativa tecnica introduce il concetto di vita utile di una costruzione, riconoscendo che la sicurezza non può essere garantita in termini assoluti ed i requisiti prestazionali delle strutture devono necessariamente essere riferiti ad un arco temporale più o meno lungo, ma comunque definito. Interventi di demolizione su vasta scala, tuttavia, non sono verosimilmente proponibili, in ragione degli evidenti problemi di smaltimento dei materiali delle demolizioni e di sistemazione provvisoria degli occupanti. Potrebbero, tuttavia, essere presi in considerazione per quegli edifici pubblici che ospitano attività importanti per il sistema urbano o regionale in strutture inadeguate sia dal punto di vista della sicurezza sismica che della rispondenza alle funzioni cui sono preposte. È il caso di tante scuole o di altri importanti edifici in cui la concentrazione di un numero consistente di persone rappresenta un fattore di esposizione che ne incrementa il rischio. In taluni casi, peraltro, parziali demolizioni potrebbero essere proposte ed incentivate anche per quegli edifici in muratura che pur non avendo carattere di pregio in sé, definiscono il valore corale dei nostri centri storici. Si tratterebbe in tal caso di recuperare il suggerimento del diradamento verticale formulato da tempo dalla cultura della conservazione, eliminando quelle superfetazioni che non soltanto ne hanno spesso mortificato il valore, ma sono anche causa di pregiudizio statico.
Più difficilmente conciliabili con gli obiettivi della sicurezza sismica appaiono, invece, eventuali interventi di incremento delle volumetrie esistenti, in quanto potrebbero introdurre alterazioni nella distribuzione delle masse e delle rigidezze del sistema resistente tali da rendere più vulnerabili anche edifici in teoria ben costruiti. Senza tener conto dell’aggravio dei carichi in fondazione, che in un territorio come il nostro, esposto a rischio geologico, rappresenta un’ulteriore fonte di pericolo.
Un’ultima riflessione merita, infine, la prospettiva di una nuova edificazione contenuta nel “piano casa” che dovrebbe portare a realizzare nuovi alloggi di edilizia residenziale pubblica e abitazioni a canone calmierato. Tale prospettiva, se attuata in modo razionale, scegliendo le localizzazioni più opportune ed integrando le funzioni residenziali con i servizi e le infrastrutture necessarie, potrebbe avere un impatto positivo su diversi fronti. Dal punto di vista dell’assetto globale del territorio, se pensiamo alla regione Campania, potrebbe contribuire a riequilibrare la densità abitativa tra Napoli e le altre province e porre le premesse anche per un decentramento di funzioni di scala regionale, come auspicato da tempo da molti urbanisti; dal punto di vista della sicurezza sismica consentirebbe poi la realizzazione di strutture ispirate a criteri di progettazione avanzati e dal punto di vista tecnologico potrebbe favorire la sperimentazione di nuove soluzioni per il risparmio energetico, innescando così un processo di innovazione ed una ripresa di diversi settori. Non può ignorarsi, d’altronde, che la costruzione di nuovi alloggi rappresenterebbe la risposta ad una reale domanda di abitazioni a costi accessibili che negli ultimi anni è alimentata dal mutamento del quadro sociale, connesso alla crisi economica ed alla precarietà del lavoro.
Tutto ciò induce dunque a considerare positivamente un piano di nuova edificazione, purché razionalmente attuato.
A questo punto, però, il compito di proporre soluzioni che realizzino un equilibrato compromesso tra i diversi fattori in gioco è di natura politica e non più tecnica. È auspicabile, allora che, anche attraverso il confronto con le diverse le competenze professionali e scientifiche interessate, si riesca a formulare una proposta ragionevole, equilibrata, fattibile, avendo ben presente che il settore dell’Edilizia è un settore “trainante”per l’economia in quanto può mettere in moto, dietro di se, una cinquantina di settori produttivi e che investimenti in questa direzione potrebbero contribuire a superare– prima e meglio – la crisi imperante.













