Lettera a un architetto - resoconto dell'iniziativa culturale

il servizio televisivo dedicato a questa iniziativa culturale è disponibile qui

Si è svolto mercoledì 13 febbraio l'incontro promosso da CampaniArchitetti per la presentazione del libro "Lettera a un architetto" del prof. arch. Nicola Pagliara. L'evento, che ha visto la partecipazione di numerosi colleghi, si è tenuto a Palazzo Alabardieri ed è stato sponsorizzato da Cianciullo Marmi ed Oliviero Infissi.
Marina Lala, socia di CampaniArchitetti, ha introdotto e moderato il dibattito cui hanno partecipato, tra gli altri, i prof. arch. Alfonso Gambardella e Pasquale Belfiore. Alcuni brani del libro di Pagliara sono stati inoltre proposti alla riflessione dell'assemblea dall'arch. Fabiana Forte.

Il primo dei relatori a prendere la parola è il prof. arch. Alfonso Gambardella. Gambardella ricorda innanzitutto le chiacchiere di vita e di architettura scambiate con Nicola Pagliara da studenti, sottolineandone quella capacità narrativa e creativa che abbiamo apprezzato poi nella sua opera di architetto. Con la sua "Lettera a un architetto", dice Gambardella, Pagliara si inserisce nel dibattito sull'architettura iniziato da Bruno Zevi con il saggio "Saper vedere l'architettura" ponendosi come una ulteriore evoluzione rispetto ad esso. Zevi aveva indicato nello spazio interno la peculiarità dell'architettura giungendo a negare la natura architettonica del tempio greco. Lo spazio del naos, infatti, è uno spazio accessibile solo ai sacerdoti, e dunque riveste un carattere sacrale che lo sottrae alla libera fruizione. Nella sua concisa ed efficace analisi delle diverse fasi della storia architettonica, Pagliara propone invece una nuova chiave di lettura rintracciando il profondo legame tra i bisogni dell'uomo e l'architettura. L'idea di architettura come risposta ad un "bisogno", che Pagliara enuncia esplicitamente nel suo libro, ricorda Gambardella, comincia a delinearsi in ambito storico critico negli anni 70 con il concetto di bene culturale. Il concetto di bene culturale supera quello di monumento consentendo di cogliere in modo più appropriato il valore di testimonianza di quest'ultimo proprio attraverso il richiamo al bisogno dell'uomo. Ed è proprio in questo bisogno che Pagliara individua l'essenza dell'architettura, più ancora che nell'estetica. In effetti, commenta Gambardella,questo breve scritto di Pagliara è denso di spunti di riflessione e di approfondimento che potrebbero costituire oggetto di ricerca in ambito universitario con gli studenti.

Il prof. arch. Pasquale Belfiore apre il suo intervento sottolineando come il pensiero dell'architettura sia un pensiero totalizzante per Nicola Pagliara che ricorre costantemente in tutti i suoi molteplici e poliedrici interessi. Belfiore nota come l'espediente letterario della lettera abbia molte declinazioni, ma il carattere peculiare di questa "Lettera ad un architetto" sia piuttosto una lettera che l'autore rivolge a se stesso.

Per quanto riguarda la struttura del libro, Belfiore osserva come la prima parte, dedicata alla storia dell'architettura, sia pervasa di magia e di capacità di stupirsi riuscendo tuttavia a conservare un carattere scientifico. Particolarmente bella, dice, è proprio la parte in cui l'autore parla delle origini dell'architettura.

Nella seconda parte, invece, continua, Belfiore, emerge Pagliara architetto quando afferma che la vera sostanza dell'architettura è la struttura, la tettonica dei materiali, secondo una visione che potrebbe quasi apparire ingegneristica. Qual è allora il ruolo della venustas? Si chiede Belfiore. In realtà Pagliara interpreta compiutamente il significato della triade vitruviana, identificando la venustas nella fusione organica di scopo funzione e struttura.
In conclusione Belfiore auspica che Pagliara possa diventare per le nuove generazioni di architetti, più che un maestro, un riferimento con il quale entrare in un dialogo libero. Ricorda a tal proposito l'aspra critica che Bruno Zevi rivolse a Gropius, suo maestro ad Harvard, in occasione del concorso di progettazione per l'Università di Baghdad. La critica a quello che Zevi considerava il  maestro della modernità, per l'impronta quasi vernacolare della soluzione progettuale, è emblematica della grande responsabilità che si attribuisce a coloro che sono considerati "maestri" e della severità con cui si è giudicati dagli allievi.

L'arch. Antonio Sassone, segretario dell'associazione, prende, quindi la parola sottolineando la capacità di questo libro di riportare l'attenzione sulla possibilità che la professione di architetto comporta di lasciare segni sul territorio, come testimonianza delle proprie idee, in questo particolare momento storico in cui la situazione è a dir poco complicata.

Sono sempre meno infatti, ricorda Sassone, le circostanze in cui possiamo esprimere pienamente il valore della professionalità: gli spazi di lavoro per i giovani sempre più ristretti e, di contro, le spese da sostenere sempre più gravose. La formazione continua e permanente, l'assicurazione obbligatoria, il raddoppio dei contributi all'Ente Previdenziale sono solo alcune delle difficoltà che possono portare a condizioni ancor più proibitive.

Bisogna correre immediatamente ai ripari, aggiunge ancora Sassone, per scongiurare la possibilità un'ignobile discriminazione economica, che consentirà solo a chi ha i mezzi di continuare ad esercitare la  professione. 

Ciò che manca, oggi, è l'opportunità per tutti di potersi cimentare in incarichi di lavoro qualificati. In tale ottica, sono da inquadrarsi le ultime iniziative della nostra associazione: la richiesta di ampio coinvolgimento degli architetti nel Programma di Riqualificazione del Centro Storico Di Napoli (dove una pioggia di milioni di euro di finanziamenti rischia di non portare alcun beneficio alla categoria, deputata per legge all'intervento sugli edifici antichi) e l'appello ai Sindaci per un'organica distribuzione e rotazione degli incarichi.

Il nostro auspicio, a partire dalle indicazioni fornite dal professore Pagliara, è che possano migliorare quanto prima le suddette condizioni a contorno in modo da poter riuscire a volare in alto dove la dignità dell'essere architetto dovrebbe dimorare. 

Ritengo, conclude Sassone, che la risposta di Pagliara alla domanda circa il ruolo dell'Architettura  nella nostra società, sia incontrovertibilmente indirizzata nella positività di un affascinante e vera e propria missione: tradurre, risolvere e migliorare la qualità della vita, attraverso segni e forme che, come si legge nel libro, non sono mere operazioni tecniche, ma sono "frutto di una lunga storia alle nostre spalle; ogni linea appartiene alla natura umana, vissuta per l'uomo, legata ad infinite altre storie simili e mai eguali".

In conclusione è l'architetto Pagliara a prendere la parola. Per diventare veramente architetti, dice, bisogna aver vissuto almeno 65-70 anni. È necessario aver fatto esperienze, viaggi, conoscenze: l'architetto per essere veramente tale, deve aver respirato la vita in tutte le sue sfumature. E ricorda anche lui come fondamentali le passeggiate con gli amici ai tempi dell'università, attraverso le quali, dice, siamo cresciuti ragionando su letture, viaggi, notizie di argomenti più diversi. Pagliara richiama poi l'attenzione sulla copertina del suo libro che raffigura, parafrasando l'immagine di apertura di Odissea nello spazio,  un uomo della preistoria che lancia in aria il Partenone. Il Partenone di Ictino è per Pagliara il punto di arrivo in cui si condensa l'evoluzione storica dell'architettura, il capolavoro assoluto in cui c'è già tutto e al quale la successiva produzione architettonica si riferisce continuamente. Tuttavia per arrivare al Partenone è necessario un lungo percorso che parte dalle origini, dal bisogno dell'uomo di stare al mondo, di essere se stesso e di difendersi. E proprio nella civiltà primitiva Pagliara ravvisa la genesi del linguaggio e del bisogno estetico. È nell'ambito dei rapporti di vicinato e grazie alla donna, in particolare, infatti, che nasce, secondo l'autore, l'impulso a dare qualità all'abitare, ad arricchire la necessità di avere un riparo di un valore estetico. Così, a partire dalle origini, il rapporto tra tettonica e linguaggio ha avuto diverse declinazioni fino ad arrivare all'oggi, in cui, dice Pagliara, sembra dominante il ruolo del linguaggio. Pagliara si rivolge quindi ai giovani architetti in particolare, mettendoli in guardia rispetto ai rischi derivanti dalla debolezza culturale di un linguaggio privo di contenuti autentici e richiama la necessità di farsi interpreti dei bisogni della società affinché l'architettura possa rappresentare il nostro tempo.

Giungendo così al termine del dibattito, ritornano, proposte da Fabiana Forte, quelle che sono anche le parole di chiusura della "Lettera" di Pagliara: 

"Caro amico Architetto spero che in questa confessione-progetto tu possa rintracciare un buon motivo per dedicare la vita a questa felice opportunità che il buon Dio ti ha dato; altrimenti, figlio mio, lascia finché sei in tempo!"

Al termine dell'incontro, CampaniArchitetti è stata lieta di conferire la nomina di socio onorario al prof. arch. Nicola Pagliara ed ai relatori, prof. arch. Alfonso Gambardella e Pasquale Belfiore, consegnando loro una targa ricordo.