Mantini-Chicchi: una proposta mostruosa
Abbiamo esaminato la proposta Mantini-Chicchi, di riforma delle professioni intellettuali e vogliamo, seppur sommariamente, commentarla. La proposta è stata presentata il 24 ottobre 2007 al Comitato ristretto delle Commissioni Giustizia e Attività produttive della Camera.
Anche in questa proposta è stabilito che «il professionista deve» … «provvedere all'aggiornamento della propria formazione professionale secondo quanto previsto dall'ordinamento di categoria.» (art. 23).
Il secondo comma dell’art. 23 recita: «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l'esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall'ordinamento di categoria, è radiato dall'albo.».
Dobbiamo, quindi, prendere atto che a Pierluigi Mantini si è aggiunto Giuseppe Chicchi nel voler radiare dall’albo quanti non riuscissero ad esercitare la professione e si rifiutassero di collezionare i «crediti formativi», acquisibili partecipando ai corsi di aggiornamento professionale (a pagamento) organizzati dagli Ordini o, addirittura, da soggetti privati. Infatti, al terzo comma dell’art. 17, è detto: «I seminari e i corsi di formazione per l'aggiornamento professionale periodico degli iscritti sono altresì promossi e organizzati da soggetti privati, previa approvazione dell'Ordine cui sono rivolti.». Ovviamente i «soggetti privati» non organizzeranno, gratis, alcunché.
Ancora si insiste (all’art. 4, quinto comma) sul fatto che «Il professionista radiato può chiedere di essere reiscritto all'albo, sussistendone i presupposti, non prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione.».
Con una pervicacia degna di miglior causa, ancora si ribadisce che spetta all’Ordine territoriale effettuare «la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l'iscrizione» (art. 10, primo comma).
Valgono i commenti, già fatti, sull’aberrante realtà che si vorrebbe determinare: alcuni professionisti (quelli che siedono nei Consigli degli Ordini) avrebbero in mano i destini dei colleghi-concorrenti.
Oggi, i Colleghi che siedono nei Consigli degli Ordini sono tutti dei galantuomini; ma, se domani subentrasse loro una banda di farabutti che si volesse sbarazzare di un’opposizione (dichiarando che quanti esprimono un dissenso non hanno più i requisiti per mantenere l’iscrizione all’albo) come la mettiamo?
Sappiamo bene che il potere si conserva con tre leve: la paura, la ricompensa e la persuasione. Non può nascere, negli iscritti agli albi, la paura di essere radiati (con la conseguenza di essere gettati sul lastrico, essendo obbligatoria l’iscrizione all’albo per esercitare la professione) qualora assumessero atteggiamenti non graditi ai Consigli degli Ordini? Non può essere innescato un meccanismo di ricompensa, concedendo più facilmente «crediti formativi» agli amici e rendendoli più onerosi a quanti non si sottomettessero al potere? Non è già in atto un’opera di convincimento, sostenendo che alcune proposte di riforma delle professioni intellettuali sono eccellenti e ci stanno preparando un futuro radioso, zeppo di incarichi professionali, di grandi soddisfazioni economiche e professionali?
Altre idee, contenute nella proposta Mantini-Chicchi, lasciano sconcertati.
Oggi, com’è noto, gli architetti junior (i possessori di Laurea triennale) trovano posto nella sezione B dell’Albo. Analogamente avviene per gli ingegneri junior.
Cosa propongono Mantini e Chicchi? Il primo comma dell’art. 5 recita:
«E’ istituito l’Ordine dei tecnici laureati per l’ingegneria, nel quale sono iscritti i soggetti in possesso di titoli di studio universitario triennale di matrice tecnica, nonché i professionisti attualmente iscritti agli albi professionali dei geometri, dei periti agrari e periti agrari laureati e dei periti industriali e periti industriali laureati.».
Se le parole hanno ancora il loro significato, quanto appena riportato produrrà il “trasferimento” degli ingegneri junior (e, forse, degli architetti junior) al suddetto, stranissimo nuovo Ordine. Sicché, mentre Mastella voleva ridurre gli Ordini (accorpando, forse, quello degli architetti e quello degli ingegneri, così come hanno già fatto dottori commercialisti, ragionieri e periti commerciali) Mantini e Chicchi vorrebbero incrementarne il numero. Mastella, come già detto, è per l'unificazione in un solo ordine o albo professionale delle professioni intellettuali affini.
Ma la Laurea triennale in Architettura è di matrice tecnica o di matrice umanistica? Gli architetti junior resteranno con noi (nella sezione B degli albi) o se ne andranno con i geometri laureati? E cosa significa «geometra laureato»? Un geometra che ha conseguito una Laurea in Giurisprudenza, in Scienze Politiche, in Matematica? Credo di sì, giacché un geometra che avesse acquisito la Laurea in Architettura sarebbe diventato un architetto, così come un geometra che avesse conseguito la Laurea in ingegneria sarebbe un ingegnere a tutti gli effetti.
Oppure Mantini e Chicchi vogliono trasferire all’«Ordine dei tecnici laureati per l’ingegneria» anche quanti (ingegneri o architetti) avessero, come diploma di scuola media superiore, quello di geometra? Viste le aberrazioni suddette, non c’è da meravigliarsi più di nulla.
Poniamo un altro interrogativo: una volta che il «geometra laureato» si iscrive all’«Ordine dei tecnici laureati per l’ingegneria» acquisisce il titolo di «ingegnere junior»?
Gli ingegneri sono, giustamente, irritati. In un loro documento hanno, fra l’altro, scritto:
«Al solo evidente scopo di assecondare le richieste di un ingente numero di tecnici diplomati, senza che ciò possa produrre alcun vantaggio per la Collettività e per le sue esigenze di maggior qualità delle prestazioni professionali, si prevede la migrazione degli Ingegneri iunior nell’albo dei tecnici diplomati che così si nobilita in “Albo dei Tecnici Laureati i per l’Ingegneria”.
È evidente la strumentalità dell’iniziativa che, con l’alibi della riduzione degli Ordini, porta ad “emancipare”, geometri e periti, che hanno formazione certamente non ingegneristica, a scapito del titolo di Ingegnere e di ciò che rappresenta nel nostro Paese.
E tutto ciò dimenticando che uno dei motivi che da tempo ha sostanziato un nuovo assetto delle professioni è stato quello di fare maggiore chiarezza nelle competenze dei singoli professionisti, anche nel settore tecnico.
È dall’istituzione della laurea triennale in Ingegneria, dal 2001, che si attendono provvedimenti governativi che facciano chiarezza sul ruolo dell’Ingegnere iunior.
Quello che invece il progetto di legge “Mantini-Chicchi” è riuscito a fare è stato di creare ancora più confusione.».
Gli ingegneri esprimono la «convinzione che la sfida della globalizzazione si potrà vincere non già regalando titoli professionali solo per compiacere qualcuno...».
Gli onorevoli Mantini e Chicchi hanno, di fatto, equiparato le Lauree triennali ai diplomi di scuola media superiore. Giacché la Commissione europea ha affermato che servono almeno quattro anni di studi per esercitare la professione nei Paesi Ue, il tentativo di accorpare i laureati triennali ai geometri e ai periti rappresenta il più grave affronto che poteva essere fatto agli architetti junior e agli ingegneri junior. I loro rappresentanti nei Consigli degli Ordini cosa dicono? Faranno sentire la loro voce? O sono d’accordo con quanto Mantini e Chicchi vogliono riservare loro? E’ ovvio che, se gli architetti junior e gli ingegneri junior fossero d’accordo a subire lo svilimento del loro titolo accademico, a noi sta bene (perché rispettiamo le convinzioni, le decisioni e gli orientamenti delle persone e non abbiamo la presunzione di dire ad alcuno ciò che deve fare o non fare). Per noi, gli architetti junior dovrebbero restare iscritti alla sezione B dell'albo degli architetti e gli ingegneri junior nella sezione B dell'albo degli ingegneri. Anzi, a questi giovani dovrebbero essere garantiti più spazi e più opportunità di lavoro.
Dicevamo poc’anzi che si propone di incrementare il numero degli Ordini. Infatti, Mantini e Chicchi prevedono che «I collegi degli infermieri professionali, degli assistenti sanitari e delle vigilatrici d’infanzia di cui alla legge 29 ottobre 1954 n. 1049 assumono la denominazione di Ordini professionali delle professioni sanitarie infermieristiche.» E non è finita qui: nascerebbe anche l’«Ordine dalla professione sanitaria di Ostetrica» (quarto comma dell’art. 6).
Niente di nuovo neanche sul fronte del tirocinio, obbligatorio per l’ammissione all’esame di Stato.
A cosa serve il tirocinio? Mantini e Chicchi, al primo comma dell’art. 16, dichiarano che «il tirocinio è volto all'acquisizione dei fondamenti teorici, pratici e deontologici della professione». Sancire ciò mi sembra redigere un atto di fallimento dell'Università italiana. Non mi sembra né giusto, né opportuno. Le Facoltà universitarie possono anche non avere l’obiettivo di formare i professionisti “finiti”; ma certamente forniscono i «fondamenti teorici» della professione.
Se è vero che «il tirocinio è volto all'acquisizione dei fondamenti teorici, pratici e deontologici della professione» Mantini e Chicchi ci dovrebbero dire a cosa serve l’Università. Essa, attualmente, non dà i «fondamenti teorici» della professione?
Mentre le Università vengono “bocciate” (giacché – lo abbiamo appena visto – esse non forniscono i fondamenti teorici della professione, se tale compito è demandato al tirocinio), Mantini e Chicchi “promuovono” la Scuola Media italiana perché, al quarto comma dell’art. 17, troviamo scritto: «Le università e gli istituti del secondo ciclo di istruzione, di intesa con gli Ordini territoriali, possono istituire corsi per la preparazione all'esame di Stato».
Quindi, oltre al tirocinio e all’esame di Stato, potremmo avere anche «corsi per la preparazione all'esame di Stato», per giunta organizzati da istituti del secondo ciclo d’istruzione. Saranno corsi a pagamento?
Ovviamente, il tirocinio continua ad essere a costo zero per lo Stato.
La confusione sulle tariffe è totale.
Mentre si annuncia di voler rispettare il principio di libera determinazione del compenso tra le parti, poi si dice «Le tariffe prevedono livelli massimi e minimi, negoziabili dal cliente in relazione alle modalità, al tempo e ai risultati delle prestazioni.» (art. 20, secondo comma).
I minimi di tariffa non sono veramente i minimi perché «Sono nulli i patti difformi qualora prevedano una riduzione superiore a un terzo del compenso minimo stabilito sulla base dei livelli tariffari.». Cioè – ci pare – i minimi veri non sono quelli dichiarati come tali, ma gli stessi ridotti di circa il 33%. Cosa significa che i livelli sono «negoziabili dal cliente»? Che i minimi sono negoziabili e i massimi inderogabili?
Ritornano gli "stipendi" ai Consiglieri, giacché Mantini e Chicchi (art. 12, primo comma) dicono: «Gli ordinamenti di categoria prevedono i criteri sulla base dei quali l'Ordine territoriale può stabilire indennità per i membri dei diversi organi al fine di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico».
E’ ribadito l’obbligo di contrarre un’assicurazione contro l’errore professionale. Infatti, il primo comma dell’art. 18 recita: «Il professionista deve rendere noto al cliente, al momento dell'assunzione dell'incarico, gli estremi della polizza assicurativa stipulata per la responsabilità professionale e il relativo massimale.». Insomma, se una di queste proposte passasse, dovremmo sborsare bei quattrini (tra assicurazione obbligatoria, corsi per l’aggiornamento professionale imposto, indennità ai consiglieri e via dicendo).
La mostruosità più grande della proposta Mantini-Chicchi è quella che diremo adesso. L’art. 4 esordisce dicendo: «I Consigli nazionali delle categorie professionali attualmente organizzate in ordini e collegi, sentiti gli organismi territoriali, adottano, entro e non oltre dodici mesi dall’entrata in vigore della presente legge, il nuovo ordinamento di categoria, con proprio regolamento …».Che cos’è l’ «ordinamento di categoria» ? Lo dicono, al punto m) dell’art.2 gli stessi presentatori della proposta: «m) per «ordinamento di categoria», le disposizioni normative che regolano competenze, condizioni, modalità e compensi per l'esercizio della professione di interesse generale;»
In conclusione, dopo aver “bocciato” mezzo mondo (l’Università che non fornisce i fondamenti teorici della professione, i professionisti che hanno bisogno di formarsi “continuamente”) alla fine – ci pare – che non ne esca bene nemmeno il Parlamento, se, in buona sostanza, si dice ai Consigli nazionali: legiferate voi! Dalla riforma delle professioni passeremmo all’autoriforma delle professioni. Ci sarà anche l'autodeterminazione delle indennità ai Consiglieri?
Se proprio volessimo conferire ai Consigli nazionali (che devono “sentire” gli organismi territoriali) il compito di procedere all’autoriforma delle professioni, mi parrebbe necessario sciogliere immediatamente tali organi rappresentativei ed indire nuove elezioni per formarli daccapo, perché è la “base” che dovrebbe conferire il mandato di riscrivere l’ordinamento professionale (e non certo due deputati, benché autorevolissimi come Pierluigi Mantini e Giuseppe Chicchi). Questa è la Democrazia (che, non a caso, scrivo con la maiuscola). Gli attuali organi rappresentativi delle categorie (Consigli nazionali e Ordini territoriali) non hanno avuto, dall’elettorato, alcun mandato di procedere a un’autoriforma degli ordinamenti di categoria. E, poi, perché escludere da tale compito i Sindacati di categoria? Non rappresentano niente e nessuno? Sono ignorate – e questo mi pare piuttosto grave – anche le associazioni dei consumatori. Non abbiamo sempre detto che gli Ordini, più che tutelare gli interessi dei propri iscritti, hanno a cuore quelli del cittadino-consumatore?
Se il dibattito si chiudesse all'interno delle rappresentanze professionali, non si andrebbe nella direzione giusta, che è quella di uscire dal recinto delle rappresentanze costituite per aprirsi al mondo delle imprese, dell'università, dei consumatori, dei sindacati e delle non poche associazioni di professisti che chiedono più libertà e più coraggio, nel definire una proposta che possa veramente aiutare i professionisti (ed, in particolare, i giovani).
Non volendo tediare chi ci legge, chiudiamo invitando ad esaminare la proposta in parola. E’ pur sempre una lettura interessante, che ha raccolto l’entusiasmo e l’assenso di qualcuno (mezza dozzina di persone in tutt'Italia).
Siamo d’accordo con gli ingegneri quando affermano che il progetto di legge “Mantini-Chicchi” è riuscito, egregiamente, a creare ancora più confusione. Se tale proposta passasse, cadremmo dalla padella nella brace ed è veramente assurdo che qualcuno, in questo Paese, vada sostenendo che la coppia Mantini-Chicchi – dopo oltre un decennio che si dibatte di riforma delle professioni – stanno trovando la sintesi perfetta, l’autentica panacea per ogni male dei professionisti italiani.













