La Delibera del Comune di Napoli n. 142 del 23 giugno 1975
«Chi controlla il passato, controlla il presente»
George Orwell
La rubrica “cent’anni di professione” ha lo scopo di far conoscere qualcuno degli avvenimenti che hanno inciso – o che hanno tentato di incidere – sul modo di esercitare la professione di architetto.
Non abbiamo la presunzione di narrare gli avvenimenti in maniera organica, senza omettere niente di importante. Vogliamo solo riferire su questo o su quell’accadimento, soprattutto allo scopo di confrontare il passato col presente. Forse per comprendere meglio il presente, come il risultato di una serie di avvenimenti – e di fallimenti – del passato. Spesso notiamo che alcune idee, ritenute valide una volta, risultano completamente rinnegate ora.
E’ il caso della Delibera del Comune di Napoli n. 142 del 23 giugno 1975.
Sono oramai trascorsi oltre 32 anni dall’adozione di detta delibera e sono pochi a ricordarla. D’altronde molti architetti, nel 1975, erano dei bambini o, addirittura, non erano ancora nati.
Pensiamo che sia interessante conoscere la Delibera 142, la quale aveva per oggetto l’«Instaurazione di un nuovo rapporto con gli Ordini degli Ingegneri e degli Architetti e con i Sindacati di dette categorie, per il conferimento degli incarichi professionali».
Non è nostra intenzione né denigrare, né esaltare la Delibera 142/75, ma semplicemente ricordarla, per mostrare, soprattutto, come i criteri che si riteneva giusto adottare, trent’anni fa, per conferire incarichi professionali, siano stati, oggi, completamente ribaltati.
Con la Delibera n. 142/75, il Comune di Napoli assumeva due decisioni importanti:
a) istituiva un rapporto consultivo con i Consigli degli Ordini degli Architetti e degli Ingegneri e con i Sindacati di categoria. I sindacati, menzionati nella Delibera, erano: il SILP (Sindacato Ingegneri Liberi Professionisti), il SALP (Sindacato Architetti Liberi Professionisti) e lo SNAI (Sindacato Napoletano Architetti e Ingegneri);
b) sanciva il criterio della «rotazione degli incarichi».
Cosa era la «rotazione degli incarichi»? Lo spiega la stessa Delibera n. 142/75, quando stabilisce che:
«Per assicurare la rigorosa rotazione degli incarichi, al professionista già designato non potrà essere conferito altro incarico, in eccedenza ad un massimale di compenso di Lire 10.000.000 lorde, se non sia stato assicurato il conferimento di un incarico per un simile importo medio generalizzato a tutti i professionisti iscritti nei rispettivi albi». Insomma, quando un professionista raggiungeva un prefissato massimale di compenso, era escluso da nuovi conferimenti d’incarichi fino a quando tutti gli altri professionisti non avessero raggiunto lo stesso massimale.
Prima di esprimere un giudizio su tale provvedimento è opportuno riflettere che:
1) 10 milioni di Lire del 1975 equivalgono a poco meno di 50.000,00 Euro attuali (circa 35.000,00 Euro netti, considerando il carico fiscale dell’epoca);
2) gli iscritti agli Albi, nel 1975, erano assai meno numerosi di oggi e, tra gli ingegneri, una bella fetta era rappresentata dai dipendenti;
3) la decisione riguardava gli incarichi “diretti” e non certo quelli conferiti per concorso. In linea teorica, tutti i concorsi di progettazione potevano essere vinti dalla stessa persona, se avesse avuto straordinarie capacità (penso, ovviamente, a concorsi senza trucco e senza inganno).
Ritengo che la deliberazione in questione fosse piuttosto “rigida”. Si sarebbe potuto, più realisticamente, stabilire una sorta di “quarantena” (che poteva, ad esempio, durare 3 anni) per il professionista che avesse raggiunto il massimale di compenso (il quale poteva, anche, essere un po’ elevato e senz’altro rivalutato, nel tempo).
In ogni caso, ritengo giustissima la decisione di favorire, in qualche modo, la più ampia partecipazione al lavoro e tendere a privilegiare, nell’assegnazione di incarichi professionali da parte di un determinato Ente, chi con quell’Ente non ha mai lavorato.
Mi pare che ben altri siano i criteri oggi adottati nel conferimento degli incarichi. Spesso è richiesto, per progettare una determinata opera, che si siano progettate opere analoghe, a volte per importi notevoli, negli ultimi anni. Quanti hanno sempre lavorato devono continuare a farlo e chi, oramai, si è assuefatto a vivere di aria è bene che non perdi l’abitudine.
Vediamo come la Delibera n. 142/75 riteneva che dovessero essere conferiti gli incarichi:
«Gli Ordini consegneranno all’Ufficio del Sindaco, che ne è depositario, copia dei rispettivi albi e comunicheranno tempestivamente nuove iscrizioni e variazioni per il costante aggiornamento degli albi.
Nell’attuazione delle fasi operative per il conferimento degli incarichi, gli Assessorati competenti, prima di presentare le relative delibere, richiederanno all’Ufficio del Sindaco i nominativi dei professionisti; essi saranno ricavati dagli albi degli architetti e degli ingegneri tenendo conto delle indicazioni orientative degli Ordini e dei Sindacati per quanto concerne sia la partecipazione dei giovani nei gruppi di lavoro, sia di quei professionisti che non hanno alcun reddito derivante da impiego fisso, sia di quei professionisti a reddito fisso non impediti all’esercizio della professione.
L’Amministrazione comunale, all’atto dell’affidamento dell’incarico, chiederà al professionista incaricato apposita dichiarazione di non trovarsi in condizione di incompatibilità.
Le indicazioni degli Ordini e dei Sindacati saranno solo quantitative, essendo la scelta dei nominativi di pertinenza dell’Amministrazione comunale.
L’Ufficio del Sindaco segnalerà contestualmente i nominativi dei professionisti all’Assessore richiedente e all’Ordine competente che curerà la sollecita pubblicizzazione degli incarichi.»
Forse la Delibera 142/75 era un po’ utopistica, ma di certo si sforzava di:
a) privilegiare, nel conferimento degli incarichi, i giovani (che devono iniziare a formarsi un curriculum), i liberi professionisti cosiddetti “puri” (che portano avanti le famiglie esclusivamente coi proventi della professione), quanti, per un motivo o per l’altro, non erano riusciti ad ottenere un incarico professionale dal Comune di Napoli (circostanza che, secondo me, potrebbe essere giudicata una fortuna);
b) aprire il “Palazzo” con una consultazione degli Ordini e dei Sindacati, i quali potevano proporre solo criteri e giammai nomi. Giustamente, infatti, l’Amministrazione comunale avocava a sé il diritto-dovere di scegliere i nominativi dei professionisti da incaricare;
c) la pubblicizzazione degli incarichi, che potrebbe anche avvenire in maniera più soft, rispettando la privacy dei professionisti. Infatti, fra l’occultazione degli incarichi e l’estrema trasparenza della Delibera 142/75 esiste senz’altro una giusta via di mezzo, che offra ai cittadini non tanto la possibilità di conoscere i nominativi dei professionisti incaricati, quanto i risultati da essi prodotti (visto che sono pagati con denaro pubblico).
E' opportuno, altresì, precisare che il 28 aprile 1975, il Consiglio Comunale di Napoli dette vita ad un ampio ed approfondito dibattito, a seguito del quale, all'unanimità, fu approvato l'ordine del giorno contenente i principi suddetti e dando mandato alla Giunta di varare la delibera in questione. Pertanto tutte le forze politiche recepirono e sostennero le istanze che venivano dagli Ordini e dai Sindacati di categoria. Quindi non c’è, da parte di chi scrive, alcun atteggiamento antipolitico o antipartitico; anzi, forse, c’è un pò di rimpianto per i partiti di allora, che curavano i rapporti con la gente (anche con l’uomo della strada, grazie alle sezioni aperte in tutti i quartieri) di cui cercavano di percepirne gli umori, dando risposte alle loro istanze e ricercandone il consenso. Certo potevano esserci rapporti, meno nobili, con gruppi di interesse, ma la positiva e piuttosto massiccia partecipazione, dei cittadini, alla vita dei partiti, rendeva accettabile il quadro di insieme. E, come si è visto, non era impossibile che certe idee, largamente condivise dai cittadini, fossero recepite da tutti i partiti (o da un nutrito gruppo di essi).
Per dimostrare come certi criteri, nell’arco di trent’anni, sono stati rovesciati, dobbiamo esaminare l’atteggiamento assunto nei confronti di quei professionisti, meno “fortunati”, che non riescono a svolgere la professione (non è un mistero che molti giovani campano ancora sulle spalle delle famiglie). Mentre la Delibera n. 142/75, nell’ottica della «rotazione degli incarichi», dava loro una speranza, oggi Mantini sostituisce alla speranza un’ingiusta minaccia, quando propone che «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.» (art. 25). Insomma, mentre una volta lavorare poco costituiva una sorta di “verginità professionale” che dava il diritto di ricevere un incarico professionale (fosse anche per ultimo, tra i colleghi) oggi è considerato una mancanza grave, da sanzionare addirittura con la radiazione dall’albo.
Indubbiamente molte cose sono cambiate, da quando la Delibera n. 142/75 vide la luce. Il numero degli architetti napoletani si è decuplicato. Sono calati i livelli di partecipazione degli iscritti alla vita degli Ordini. Grosse trasformazioni sono avvenute anche nel mondo universitario e, quindi, nella formazione. I partiti che, all'unanimità, votarono la 142 non ci sono più.
La Delibera di cui abbiamo parlato – benché dimenticata e appartenente ad un passato oramai lontano – potrebbe rappresentare almeno il punto di partenza per una discussione su quella che dovrebbe veramente essere una Riforma della Professione, che non crei una rigida struttura ordinistica finalizzata a perpetuare gli attuali assetti di potere, ma che affronti i problemi veri degli architetti, innanzitutto dei giovani e di quanti - spesso per scelta obbligata - vivono esclusivamente coi proventi della libera professione.
La delibera n. 142/75 non calò dall’alto. Fu, invece, il frutto dell’impegno di un nutrito gruppo di giovani, che seppero unirsi, affrontare i problemi, trovare dei punti di convergenza ed esprimere un Consiglio dell’Ordine che recepisse le loro istanze. Le posizioni furono raggiunte, ma, purtroppo, non mantenute, consolidate e aggiornate all'attualità. Ecco il vero insegnamento che la delibera in questione può dare ai giovani architetti napoletani.













