Il pasticciaccio della formazione nelle proposte di riforma delle professioni.

Il 23 e 24 marzo del 2000 si tenne, a Lisbona, un Consiglio Europeo straordinario, che fissò un obiettivo ambizioso e strategico, da raggiungere in un decennio: «diventare l'economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo, in grado di realizzare una crescita economica sostenibile con nuovi e migliori posti di lavoro e una maggiore coesione sociale
Ritengo che l’Europa – negli ultimi anni del secolo scorso – si sia pienamente resa conto di essere stata “sorpassata” dagli USA e dal Giappone, in quanto a qualità ed efficienza dell’istruzione e che volesse, giustamente, reagire, recuperare il terreno perduto, badando anche all’equità sociale. E’ riconosciuto, infatti, il “diritto allo studio” assicurando a tutti i giovani l’accesso e la frequenza della scuola. Ciò si può ottenere solo destinando risorse pubbliche adeguate all’istruzione, intervenendo sulle condizioni di svantaggio che limitano l’esercizio di un diritto, il quale – ricordiamolo – è sancito dalla nostra Costituzione. Mi preme, infatti, rammentare che l’art. 34 della nostra Costituzione testualmente recita:
«La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.»
Come sarebbe bello se la nostra Costituzione fosse resa viva e operante!
L’Europa, ponendosi gli obiettivi di Lisbona, non è mossa solo dal desiderio di primeggiare, di eliminare il gap con gli USA e col Giappone (è detto chiaramente che si vuole raggiungere il livello di «conoscenza più competitiva e dinamica del mondo»). C’è, anche il sospetto – forse la certezza – che, in futuro, almeno il 50% dei nuovi posti di lavoro richiederà personale altamente specializzato.
La scuola, di ogni ordine e grado, deve essere migliorata, potenziata, incoraggiata. I Docenti devono essere all’altezza del gravoso compito loro assegnato, devono “aggiornarsi”, impegnarsi di più e, ovviamente, devono essere adeguatamente retribuiti. Anzi, io direi “lautamente retribuiti”. Oggi, il compenso medio mensile di 1400 Euro, dei docenti italiani, è semplicemte ridicolo e rappresenta la più palese violazione della direttiva di Lisbona.
Sono validi gli obiettivi di Lisbona? Sicuramente sì. Questi obiettivi saranno ambiziosi, di arduo raggiungimento, ma nessuno ne contesta la validità e la giustezza.
E’ ovvio che gli obiettivi di Lisbona richiedano delle riforme serie della scuola e dell’università italiane e che queste riforme non possono essere a costo zero. In Inghilterra, ad esempio, il governo ha aumentato del 5,6% del PIL i finanziamenti per l’educazione, la Germania ha messo a punto un programma di valutazione dei sistemi educativi, altri Paesi vanno attuando riforme della scuola di ogni ordine e grado.
Dell’università italiana non voglio parlare perché dovrei dire cose ben note, sotto gli occhi di tutti e non del tutto confortanti.
Il tirocinio è un’esperienza formativa? Indubbiamente sì. Non vi è dubbio che abbia un costo e, giustamente, è previsto un «equo compenso» per i tirocinanti. Infatti, un ddl approvato dal Consiglio dei Ministri il 1° dicembre dell’anno scorso sancisce la necessità di « (…) riconoscere un equo compenso commisurato all’effettivo apporto del tirocinante all’attività dello studio professionale.»
Per il tirocinio, lo Stato non intende sborsare un centesimo di Euro.
I tirocinanti saranno pagati dai professionisti più anziani che li accoglieranno.
Cosa farà il giovane che non riuscisse a trovare una collocazione? Non c’è problema. Mastella – nel suo Disegno di legge delega in materia di professioni intellettuali dice che sarà l’Ordine a trovare «la collocazione presso studi professionali di giovani non in grado di individuare il professionista per il praticantato».
Secondo il Disegno di Legge del Ministro Mastella, dovranno essere i Consigli Nazionali e gli Ordini provinciali a sborsare almeno una parte dei quattrini che servono a concretizzare i tirocini. Infatti, al punto g) dell’art. 4 del ddl Mastella si legge che, tra i compiti essenziali degli Ordini, vi è «l’adozione di iniziative rivolte ad agevolare, anche mediante borse di studio, l’ingresso nella professione di giovani meritevoli ma in situazioni di disagio economico, l’erogazione di contributi per l’iniziale avvio e il rimborso del costo dell’assicurazione» (si tratta dell’assicurazione che obbligatoriamente si dovrà stipulare per coprire i danni arrecati da negligenze ed errori professionali). E’ chiaramente detto che è da «prevedere la destinazione di una parte delle risorse economiche, ivi comprese le rendite finanziarie e da utilizzazione del patrimonio, degli ordini, albi e collegi, alle suddette iniziative, anche istituendo fondazioni finalizzate».
Pertanto – se queste proposte di riforma passassero – è da prevedersi un incremento delle quote associative, per favorire l’accesso dei giovani alle professioni. A costo di scandalizzare qualcuno, vi dirò che sono favorevole. E’ doveroso, per un professionista anziano, fornire ad un giovane collega un aiuto concreto. Anche se la nostra Costituzione dice che deve essere la "Repubblica" a farsene carico e non gruppi di cittadini appartenenti a questa o a quella "corporazione".
Visto che, poco fa, è apparso il nome del Ministro Mastella vorrei chiarire che il suo Disegno di Legge, ancorché non mi entusiasmi, è migliore di altri e rappresenta una base di discussione abbastanza buona.
Veniamo, ora, ad un altro aspetto spinoso: la «formazione continua».
Che cos’è la «formazione continua»? E’ sinonimo di «aggiornamento professionale» e di «formazione permanente»? Pare di no. Vediamolo per i Medici.
Una proposta di legge – valida per le professioni sanitarie – dice:
«Ai sensi del presente decreto, la formazione continua comprende l'aggiornamento professionale e la formazione permanente. L'aggiornamento professionale é l'attività successiva al corso di diploma, laurea, specializzazione, formazione complementare, formazione specifica in medicina generale, diretta ad adeguare per tutto l'arco della vita professionale le conoscenze professionali. La formazione permanente comprende le attività finalizzate a migliorare le competenze e le abilità cliniche, tecniche e manageriali e i comportamenti degli operatori sanitari al progresso scientifico e tecnologico con l'obiettivo di garantire efficacia, appropriatezza, sicurezza ed efficienza alla assistenza prestata dal Servizio sanitario nazionale.
La formazione continua consiste in attività di qualificazione specifica per i diversi profili professionali, attraverso la partecipazione a corsi, convegni, seminari, organizzati da istituzioni pubbliche o private accreditate ai sensi del presente decreto, nonché soggiorni di studio e la partecipazione a studi clinici controllati e ad attività di ricerca, di sperimentazione e di sviluppo. La formazione continua di cui al comma 1 é sviluppata sia secondo percorsi formativi autogestiti sia, in misura prevalente, in programmi finalizzati agli obiettivi prioritari del Piano sanitario nazionale e del Piano sanitario regionale nelle forme e secondo le modalità indicate dalla Commissione di cui all'art. 16-ter».
Il concetto è chiaro e può essere banalizzato. E’ qualcosa che ci deriva dal mondo anglosassone: è il cosiddetto «life long learning», l'approfondimento lungo tutta quanta la vita, della conoscenza di un mestiere o di una disciplina scientifica (che consente di combattere efficacemente l'analfabetismo di ritorno e giungere alla vecchia in perfetta lucidità di mente).
E’ cosa giusta la «formazione continua»? Sicuramente sì. Chi di noi, se avesse bisogno di un Medico, non preferirebbe rivolgersi a un professionista che si mantiene costantemente aggiornato su tutte le novità scientifiche? Ovviamente, ciò vale anche se avessimo bisogno di un Ingegnere, di un Avvocato, di un Architetto e via dicendo.
Non vi è dubbio, però, che la «formazione continua» sia una cosa seria e non può essere trasformata in una barzelletta.
Come le proposte di riforma delle professioni vorrebbero attuare, in Italia, la «formazione continua»? Mediante il giochetto dei cosiddetti «crediti formativi».
Cosa sono i «crediti formativi»? Il «credito formativo» è l’unità di misura della formazione continua.

Per capire bene cos’è un «credito formativo» osserviamo attentamente la figura seguente.

Si tratta dell’invito ad un convegno (con l’On. Pierluigi Mantini). Leggete cosa sta scritto in basso a destra? C’è scritto: «La partecipazione darà diritto a 3 crediti formativi ai fini della formazione professionale continua».
Stabilite voi l’utilità – ai fini dell’adeguamento delle proprie conoscenze professionali – dell’iniziativa monzese.
Quanti «crediti formativi» occorre collezionare in un anno? Alcuni Ordini forensi hanno stabilito 90 nel triennio e non meno di 20 all’anno. Per semplificarci i conti, supponiamo che occorrano 30 «crediti formativi» all’anno (che ne totalizzano 90 in 3 anni e sono non meno di 20 all’anno). 
Come si acquisiscono i «crediti formativi»? Partecipando a corsi di aggiornamento, master, seminari, convegni, giornate di studio, commissioni di studio e gruppi di lavoro istituiti dagli Ordini. E’ stabilito che si hanno 3 «crediti formativi» per ogni mezza giornata di partecipazione, con il limite massimo di 12 «crediti formativi» per la presenza ad ogni singolo evento formativo.
I conti tornano. Chi è andato sabato 18 novembre 2006, dalle 10,30 alle 13,30, a Monza a sentire Mantini, si è portato a casa 3 «crediti formativi». Senza pagare un centesimo di Euro, perché sull’invito era scritto «INGRESSO OMAGGIO».
Ignoro cosa c’entri tutto ciò con Lisbona/2000.
E’ evidente che, incassati in regalo 3 «crediti formativi», gli altri 27 bisogna procurarseli partecipando 2,5 «eventi formativi» (di sicuro a pagamento).
Cosa può succedere a chi non collezionasse, in 3 anni, i 90 «crediti formativi»?
Mantini, nella sua proposta di riforma delle professioni, dice: «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.» (secondo comma dell’art. 25). La proposta di legge Mantini è del giugno 2006. Recentemente, l'On. Mantini ha presentato un'altra proposta di legge insieme all'On. Giuseppe Chicchi e ribadisce lo stesso articolo senza spostare una virgola (è solo diventato l'art.23 invece che 25).
C’è scampo? Ci possiamo salvare? Qualcuno può sottrarsi a queste follie?
Pare di sì.
Gli Avvocati hanno stabilito che il Consiglio dell’Ordine può esentare l’iscritto dallo svolgimento dell’attività formativa nei casi di: a) maternità, b) grave malattia o infortunio, c) interruzione per un periodo non inferiore a sei mesi dell’attività professionale e d) in casi di particolare gravità e delicatezza (chissà quali, forse: richiamo alle armi, superamento del centesimo anno di età, elezione a deputato, elevazione al soglio pontificio, essere rimasti vittima di un sequestro di persona).
Il pensiero corre spontaneo a Sofia Loren, che interpretava (nel film «Ieri, oggi e domani») la figura di Adelina, una contrabbandiera di sigarette che riuscì ad evitare il carcere grazie a sempre nuove gravidanze. Le colleghe hanno, allora, una via d’uscita, purché mettano al mondo una caterva di marmocchi. Li chiameremo «i figli di Mantini» (così come esistono «i figli di Ogino-Knaus»).
Inizio a credere che lo scopo di queste proposte di riforma delle professioni sia, in realtà, quello di produrre un incremento delle nascite.
Fare figli conviene.
Gli Avvocati ritengono che il Consiglio dell’Ordine possa prevedere «che per le avvocate, e gli avvocati, con prole che ne facciano richiesta, i crediti formativi da conseguire nell’anno siano ridotti a 15 fino al raggiungimento del terzo anno di vita dei figli (nel caso in cui entrambi i genitori svolgano la professione d’avvocato, la riduzione non potrà che essere accordata ad uno solo dei due)». Secondo me, nel caso di parto gemellare, la coppia di avvocati “procreatori” potrebbe chiedere la riduzione dei crediti per entrambi i genitori (e la cosa dovrebbe valere anche se il papà dei gemelli fosse Avvocato e la mamma Architetta).
Il guaio è che, in questo Paese, stiamo perdendo il senso del ridicolo.
Chi dovrebbe, poi, organizzare la «formazione continua»? Gli Ordini (o, per meglio dire, anche gli Ordini), i quali, allora, si troverebbero ad accreditare, organizzare, promuovere e, infine, verificare se stessi.
Ammettiamo, per ipotesi, che uno dei tanti progetti di riforma delle professioni venga approvato e che divenga obbligatoria la «formazione continua» e poniamoci nel caso dell’Ordine degli Architetti di Napoli.
Mentre scrivo ci sono 7629 iscritti ed è ovvio che ognuno vorrà mettersi al riparo dal rischio di essere radiato e vorrà i suoi «crediti formativi». Ammesso che servano 30 «crediti formativi» a testa, l’Ordine dovrà distribuire 7629 x 30 = 228870 «crediti formativi» ogni anno (686610 nel triennio). Come si fa? L’unica soluzione mi sembra essere la cosiddetta «attività formativa a distanza», un autentico business. In questo caso, l’iscritto può restare a casa e, in gruppo o individualmente, usare materiale cartaceo o informatico. Ci sarà un sistema di valutazione con un livello minimo di apprendimento; cioè, l'utente deve superare un "test" che comprovi il raggiungimento di un certo livello di apprendimento. Oltre ai “test” di ingresso alla Facoltà, avremmo anche i “test” di uscita e i “test” per il mantenimento dell’iscrizione all’Albo. Una vita di “test”. D’altronde, Arbore e Frassica ce l'avevano anticipato cantando: «La vita è tutto un quiz … Perché è col quiz che risolviamo i problemi che ci abbiamo … Perchè è col quiz che ci danno i milioni, Evviva le televisioni!!». Solo che, nel nostro caso, non si ricevono soldi, ma si sborsano. Infatti, costa la formazione? Credo di sì. Registreremmo, quindi, un altro incremento della quota associativa (e un altro ancora per pagare le cosiddette «indennità» ai Consiglieri, giusto per creare un’altra casta).
All’Ordine degli Architetti di Napoli risulta iscritto (al N. 7766) Richard Meier (nato a New Jersey – U.S.A. nel 1934). Sottoporremo anche lui – Maestro dell’Architettura contemporanea – alla verifica periodica della sussistenza dei requisiti necessari a mantenere l’iscrizione all’Albo? O rientriamo in uno dei casi di «particolare gravità e delicatezza» contemplati dagli Avvocati?
Con i docenti universitari a tempo pieno come la mettiamo? Essendo costoro inibiti all’esercizio della professione, potrebbero mantenere l’iscrizione all’Albo solo se esibissero, anno per anno, un adeguato numero di pubblicazioni, articoli, partecipazioni a congressi e via dicendo. Avremmo, allora, che l’Ordine effettuerebbe una sorta di “valutazione” dei docenti universitari che risultano suoi iscritti. Ma il Consiglio dell’Ordine è in grado di fare ciò? Farebbe una valutazione quantitativa o qualitativa?
James Clerk Maxwell sarebbe, oggi, radiato dall’Ordine degli Ingegneri perché nel suo libro «On the calculation of the equilibrium and stiffness of frames», del 1864, sul metodo delle forze «è detto tutto, proprio tutto, in meno di cinque pagine» (Edoardo Benvenuto, «La Scienza delle Costruzioni e il suo sviluppo storico» Ed. Sansoni, Firenze, 1981). Si direbbe: «Costui, con 5 paginette, non può avere più di 3 crediti formativi come se avesse partecipato al convegno di Mantini durato 3 ore.»
Ovviamente dovremmo sottoporre a verifica anche i numerosi Colleghi impegnati – essi sì – a raggiungere gli obiettivi di Lisbona/2000 e che insegnano nelle scuole di ogni ordine e grado (senza quel “lauto compenso” che dicevamo prima). Costoro, sottraendo tempo al loro lavoro, dovrebbero mettersi a collezionare «crediti formativi». Ma perché? Che fastidio ci dà la loro iscrizione all’Albo? Non possono sviluppare percorsi formativi autogestiti? Non si aggiornano già? Perché, ad esempio, un Architetto o un Ingegnere che insegna “Costruzioni” non può (con l’autorizzazione del Preside) assolvere qualche incarico di Collaudatore statico nella sua vita? Non ne trarrebbero giovamento anche i suoi allievi (che avrebbero un docente che smentisce l’adagio «chi sa fa, chi non sa insegna»)?
I Consiglieri degli Ordini – necessariamente iscritti all’Albo – dovranno collezionare anche loro i «crediti formativi»? Gli Avvocati propongono che «Lo “status” di Consigliere dell’Ordine, stante l’attività istituzionale svolta, esonera l’iscritto dal conseguimento dei crediti limitatamente agli eventi aventi ad oggetto l’ordinamento professionale, la deontologia, e la “vita ed attività forense”». Avranno, mi pare di capire, uno “sconto”. C’è bisogno di commento? A me basta quell’«eventi aventi», che la dice tutta sulla necessità, per l’ignoto estensore del regolamento, di frequentare un corso di aggiornamento sullo stile di scrittura.
Un professionista che diventasse deputato come farebbe a raccogliere «crediti formativi» e a svolgere regolarmente la sua attività professionale? Potrebbe farlo solo se si impegnasse poco in Parlamento (e ciò mi dispiacerebbe). Dobbiamo prevedere un’altra eccezione? Se volessimo essere coerenti, un professionista che diventasse deputato e, per cinque anni, interrompesse l’esercizio della professione e non raccogliesse «crediti formativi», andrebbe senz’altro radiato dall’Albo. Sono certo che si rimedierà a questa stortura. Il mio timore, però, è che i benefici possano essere estesi anche ai Consiglieri comunali, provinciali, circoscrizionali, delle comunità montane e via dicendo.
Ritengo che ben altra dovrebbe essere la strada da seguire. Essa passa – come tentavo di dire all’inizio – per un’autentica, seria, profonda riforma dell’Università, che assolutamente non può essere a costo zero. L’Università dovrebbe, innanzitutto, assorbire tutti i Dottori di Ricerca in circolazione (anche con l’immissione, ope legis, nel ruolo dei Ricercatori), ottenere cospicui finanziamenti pubblici e organizzare veramente e seriamente la cosiddetta «formazione continua», sentiti gli Ordini, i Sindacati e le Associazioni professionali. Si può anche ricorrere a una «attività formativa a distanza», ma che sia integrativa e non sostitutiva del vero e proprio «life long learning» concepito, veramente, per attuare quanto si decise a Lisbona nel marzo del 2000 (e che andrebbe realizzato entro il 2010).
Mi si obietterà che ho aperto il libro dei sogni e che quanto da me appena proposto non si può fare perché mancano i soldi. E' vero! Quindi bisogna assoggettare i professionisti italiani a un’assurda “spremitura” contributiva? Non bastano le tasse che si annuncia sempre di ridurre e che non si riducono mai? Non bastano i contributi agli Enti previdenziali? Bisogna pagarsi la formazione continua, stipulare l’assicurazione obbligatoria, aiutare i giovani in difficoltà, pagare le indennità ai Consiglieri. Cosa resta delle parcelle, che, dopo l’abolizione dei minimi tariffari, sono da fame?
La verità è una sola: le riforme a costo zero (per lo Stato) sono sovente un fallimento.
Se volessimo adeguarci all’Europa, credo che quella appena tratteggiata (e che passa per una riforma seria dell'Università) sia l'unica strada. Gli Ordini possono anche interessarsi dell'aggiornamento professionale e, in Europa, i modelli di riferimento non mancano, ad esempio il RIBA (Royal Institute of British Architects). Esso esige l’aggiornamento professionale ai propri iscritti, ma non è un organismo ad iscrizione obbligatoria, come sono gli Ordini in Italia. L’architetto inglese, se lo desidera, si iscrive al RIBA e sottostà alle sue regole. Se queste regole non fossero più di suo gradimento, potrà cancellarsi dal RIBA, continuando ad esercitare, serenamente, la professione. E' ovvio che molti architetti inglesi gradiscono il "fiore all'occhiello" dell'iscrizione al RIBA e fanno di tutto per conservarlo, pur sapendo che potrebbero continuare a lavorare senza fregiarsene. Forse acquisiscono più credibilità e più prestigio, nei confronti dei clienti, potendo dire «faccio parte del Royal Institute of British Architects» (e godono, di certo, di servizi che il RIBA riserva loro). Essendoci, in Italia, per esercitare la professione, l’obbligatorietà dell’iscrizione all’Albo, chi ne fosse espulso si troverebbe sul lastrico. Radiare un Architetto dall'Ordine, in Italia, significa dirgli: «Tu la professione non la puoi esercitare più. Trovati un altro lavoro. Getto sul lastrico te e la tua famiglia.»
Per me, tutto ciò è follia allo stato puro!
Ricordiamoci della nostra amata e bistrattata Costituzione. Essa esordisce affermando: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». E' conforme a questo principio la radiazione dall'Albo dei professionisti che non riuscissero a trovare lavoro e, per mancanza di denaro, dovessero provvedere al loro aggiornamento professionale autonomamente? 

 

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