associazione campaniArchitetti

Dichiarazione a verbale N. 4 (seduta del 5 settembre 2007) - Proposta di legge di iniziativa popolare


DICHIARAZIONE A VERBALE (seduta del 5/9/07)
DELL’ARCH. VINCENZO PERRONE IN MERITO ALLA PROPOSTA DI LEGGE DI INIZIATIVA POPOLARE
«Riforma dell’Ordinamento delle professioni intellettuali»
 
Riguardo la proposta di legge di iniziativa popolare, di cui al 2° punto all’o.d.g. dell’odierna seduta di Consiglio, esprimo critiche nel metodo e nel merito.
Nel metodo perché la proposta del CUP cala dall’alto, preconfezionata, di fatto insieme all’invito a raccogliere le firme per presentarla. Avrei, invece, preferito che la proposta in questione fosse stata trasmessa a tutti gli iscritti, insieme alla convocazione di un’assemblea generale, in cui si poteva affrontare l’argomento e approvare eventuali emendamenti. Sono convinto che si potevano raccogliere validi contributi d’idee, giungendo rapidamente ad una stesura largamente condivisa e forte del sostegno di una qualificata maggioranza, così come dovrebbe avvenire con una cosiddetta “legge di iniziativa popolare”, istituto legislativo mediante il quale i cittadini (e non delle oligarchie) possono, attraverso una raccolta di firme, presentare al Parlamento un progetto di legge, per farlo discutere e votare. Nella fattispecie – se dobbiamo prestare fede al Presidente dell’Ordine degli Architetti di Roma, Amedeo Schiattarella – è accaduto, persino nell’Assemblea dei Presidenti, che certe posizioni «non sono state neanche poste all’ordine del giorno se non per comunicarcele.»
Nel merito le critiche potrebbero occupare molte pagine. Mi limiterò a rilevare solo alcuni aspetti.
La proposta rappresenta, a mio giudizio, l’ennesima occasione mancata per affrontare i problemi della professione, in una realtà socio-economica profondamente mutata rispetto a quella in cui nacque l’attuale Ordinamento professionale. Vedo un tentativo di determinare una svolta autoritaria e perpetuare gli attuali assetti di potere.
Gli Ordini acquisterebbero – se passasse questa proposta – poteri mai avuti, di controllo e di condizionamento degli iscritti.
Ad esempio, all’art. 20 comma 1 lettera b, è detto che spetta al Consiglio dell’Ordine «… la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l'iscrizione …». Rimane, allora, l’inaccettabile proposta di conferire ad alcuni architetti (quelli che siedono nei Consigli degli Ordini) il potere di espellere dall’Albo professionisti concorrenti, ritenuti non più in possesso dei requisiti per mantenere l’iscrizione, privandoli, quindi, del lavoro (giacché resta l’obbligatorietà dell’iscrizione all’Ordine per esercitare la professione). Le conseguenze della perdita di tali requisiti potrebbero essere catastrofiche, per il professionista e per la sua famiglia. C’è, infatti, un inasprimento delle sanzioni disciplinari prevedendosi (art. 27 comma 3 lettera d) la radiazione che «consiste nella cancellazione dall'albo.» Il comma 5 dello stesso articolo recita «Il professionista radiato può chiedere di essere reiscritto all'albo, sussistendone i presupposti, non prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione.» Se ci fosse stata la possibilità di discutere detta proposta di legge avrei, almeno, suggerito di ridurre tale “quarantena” da cinque a due anni, com’era in passato nel caso del provvedimento disciplinare della cancellazione (attuato assai di rado e per motivi gravissimi). E’ evidente l’assonanza con la proposta Mantini, che testualmente recita: «Il professionista deve (…) provvedere all’aggiornamento della propria formazione professionale secondo quanto previsto dall’ordinamento di categoria. Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
La proposta di legge del CUP appare essenzialmente volta a creare una rigida struttura ordinistica con al vertice il Consiglio Nazionale, al quale sono attribuiti compiti tanto estesi quanto gravosi, che vanno dal «curare e promuovere la formazione degli iscritti» (art. 21 comma 2 lettera n) al determinare «gli standard qualitativi propri delle prestazioni professionali» (art. 21 comma 2 lettera l). La “formazione” non è, a mio giudizio, compito che spetta agli Ordini, ma all’Università. Tutt’al più parlerei di “aggiornamento professionale”, giacché chi ha seguito un corso universitario e superato un Esame di Stato dovrebbe essere già formato.
L’organizzazione ordinistica che emerge dalla proposta appare macchinosa, rigida, non utile allo svolgimento della professione. Agli Ordini locali si affiancano Commissioni che giudicano sui procedimenti disciplinari, con membri eletti in occasione dei rinnovi dei Consigli, Commissioni per dirimere controversie tra professionisti e committenti (con la presenza obbligatoria di docenti universitari che c’entrano come cavoli a merenda, laddove potevano essere esplicitamente previsti in compiti di aggiornamento professionale), delegazioni comunali, per i rapporti con gli enti locali (con la presenza di almeno un Consigliere) e via dicendo. E’ un autentico “poltronificio”, temo con relative indennità, che provocheranno la lievitazione delle quote associative.
Non è mia intenzione dilungarmi nell’esame della proposta di legge, anche perché alcuni suoi aspetti (comuni alla proposta Mantini) sono stati già, da me, affrontati in altre occasioni e le mie osservazioni sono pubbliche.
Non è mio intendimento sostenere la soppressione degli Ordini o, peggio, degli Albi. Ritengo, però, che gli Ordini non possano avere funzione di rappresentanza ed essere ad iscrizione obbligatoria. Per avere funzione di rappresentanza gli Ordini dovrebbero essere ad iscrizione facoltativa (come il RIBA inglese) o, viceversa, andrebbe attuato un modello neocorporativo sul tipo stabilito dalla recente legge spagnola del 2002 ed avere funzioni di garanzia per la collettività.
Non ritengo, in conclusione, che sia opportuno raccogliere firme per presentare questa legge di iniziativa popolare, la quale non è affatto una riforma della professione, bensì una riforma degli Ordini, per far acquisire loro improprie funzioni (difendere interessi corporativi e non quelli generali della collettività). Giudico, viceversa, più opportuno – raccordandosi con altri Ordini, come quello di Roma – stabilire contatti col Governo per migliorare, in più punti, il disegno di legge Mastella del 1° dicembre 2006, che, tutto sommato, rappresenta una buona base di dialogo, per giungere, dopo 15 anni di inutili discussioni, ad una riforma dell’Ordinamento della professione di Architetto. Tale riforma dovrebbe creare le condizioni per un effettivo ingresso dei giovani nella professione, oggi a loro, di fatto, preclusa. In una realtà in cui esiste 1 architetto ogni 500 abitanti occorrono strategie nuove e coraggiose, che favoriscano l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Non serve irrigidire e gonfiare l’attuale sistema ordinistico.
 
Vincenzo Perrone