Dichiarazione a verbale N. 1 (seduta del 27 settembre 2006) - Proposta Mantini/CUP
Ritengo che sia stato provvidenziale l’errore commesso, di allegare alla convocazione del Consiglio odierno la proposta di legge Mantini ed altri (Riforma della disciplina delle professioni intellettuali) al posto dello schema di legge Riforma dell’Ordinamento delle professioni intellettuali, elaborato dal C.N.A.
Ciò perché è possibile porre a confronto le due proposte.
A giudizio dello scrivente, la proposta del C.N.A. è quella di Mantini, resa un po’ più criptica, per indorare la pillola. Ma nulla cambia nella sostanza.
Tralascio le parti marginali, come, ad esempio, quella che recita «il mandato dei Consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall’entrata in vigore della presente legge» (laddove, oggi, non è possibile la terza elezione consecutiva e si conteggia anche quella avvenuta l’anno scorso). Insomma – approvando adesso la proposta del C.N.A. – si va a casa nel 2021, invece che nel 2013. Queste piccinerie non mi interessano.
Le distorsioni veramente importanti, a giudizio di chi scrive, sono due:
a) l’aggiornamento professionale coatto, con le “punizioni” previste per chi non vi soggiace;
b) la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo.
Su queste due questioni non rilevo discordanze fra le due proposte (Mantini e C.N.A.).
La proposta del C.N.A. (art. 20, comma 1, lettera b) impone al Consiglio dell’Ordine professionale di verificare periodicamente la sussistenza dei requisiti per conservare l’iscrizione all’Albo. L’art. 26 – Responsabilità disciplinare sancisce che il professionista deve curare l’aggiornamento professionale (imposizione che io giudico inutile, giacché ogni professionista già cura il suo aggiornamento professionale).
Nella proposta di legge Mantini, all’art. 25, si legge che «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
Tra le sanzioni disciplinari vi è, quindi, la radiazione dall’Albo. Entrambe le proposte – C.N.A. e Mantini – concordano che la reiscrizione non possa avvenire «prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione».
In ogni caso, la decisione di radiare un professionista dall’Albo sarebbe assunta da altri professionisti, portatori di interessi privati confliggenti. Il che è del tutto inaccettabile.
Ritengo che l’aggiornamento professionale vada incoraggiato, sostenuto e, addirittura, premiato, ma che non possa essere imposto in certe forme, anziché in altre, e che, senza indugio, sia punito chi vi provveda a modo suo, autonomamente, giacché un quarto di secolo di studi rendono ciò possibile, fornendo quella forma mentis necessaria ad operare il cosiddetto «life long learning», l'approfondimento lungo tutta quanta la vita, della conoscenza di un mestiere o di una disciplina scientifica. Ci può essere chi non segue alcun corso di aggiornamento professionale e, autonomamente, è impegnato in validissimi percorsi di Ricerca e di Cultura e chi, scaldando i banchi di vari corsi, è vittima di irreversibili processi di analfabetismo di ritorno. L’aggiornamento professionale, quindi, deve essere libero e a discrezione del professionista. In realtà così è sempre avvenuto, problemi non ce ne sono mai stati e ogni professionista è soggetto ad una quotidiana verifica delle proprie capacità, da parte del committente (pubblico o privato).
Ovviamente i costi – che temo essere ingenti – dei corsi di aggiornamento professionale saranno sopportati dai Colleghi e la spada di Damocle dei provvedimenti disciplinari comminati a chi non curasse l’aggiornamento professionale obbligherà a parteciparvi. Di fatto ciò si tradurrà in un vertiginoso incremento del costo necessario a mantenere l’iscrizione all’Albo, condicio sine qua non per esercitare la professione di Architetto.
Ritengo, altresì, che non spetti al Consiglio dell’Ordine valutare la sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo. L’Esame di Stato ha il compito di accertarlo e lo ha già accertato. L’ultimo comma dell’art. 33 della nostra Costituzione non chiede altro per l’esercizio professionale, mentre il primo sancisce che «L’arte e la Scienza sono libere» e che, pertanto, l’opera dell’ Architetto non possa essere oggetto di controlli di qualità, come se fosse un detersivo o un hamburger.
Oltre le due suddette, gravi distorsioni, la proposta del C.N.A. è infarcita di prescrizioni di carattere afflittivo. Ad esempio, il primo comma dell’art. 9 della proposta del C.N.A. testualmente recita: «Il professionista deve rendere noto al cliente, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi della polizza assicurativa stipulata per la responsabilità professionale ed il relativo massimale.» La stessa cosa, ovviamente, la dice Mantini, all’art. 13, comma 1, senza spostare una virgola. Ciò renderà necessario dotarsi di una costosa copertura assicurativa anche per la committenza privata (laddove, oggi, ciò non è necessario).
Ho netta la sensazione che lo scopo di tali proposte di legge sia quello di ridurre drasticamente il numero degli Architetti italiani iscritti agli Albi e, quindi, in grado di espletare incarichi professionali. Oggi essi sono 122000 ed, evidentemente, creano troppa concorrenza.
Partecipare alla manifestazione romana del 12 ottobre 2006 – a sostegno della proposta del C.N.A. sopra brevemente tratteggiata – è, per me, un modo per rendere le vittime complici dei propri carnefici. Meglio sarebbe depurare tale proposta dalle aberrazioni evidenziate.
In ogni caso le proposte del C.N.A. e degli Onorevoli Mantini, Colasio, Margiotta, Allam ed altri potrebbero essere accettate anche da me (benché non le condivida) solo se fossero approvate dalla Categoria che rappresentiamo. Contenti i Colleghi … sono contento anch’io.
Pertanto, giudico necessario convocare un’assemblea straordinaria degli iscritti per chiedere il loro parere vincolante.
Su argomenti di tale rilevanza, che determineranno il nostro destino, non si può deliberare senza sentire gli iscritti.
Vincenzo Perrone













