La cultura tecnologica dell'industria del building

(prof. arch. Bruno Fiorentino)

Il popolo degli architetti conta in Italia oltre 120mila unità, in parte nomade in parte stanziale. Quale sia la cultura del progetto al suo interno, l’argomento che qui ci interessa trattare, è da accertare, ma probabilmente all’analisi emergerebbero differenze sorprendenti. I caratteri che non ci sorprendono sono invece quelli omologanti, similari e ripetitivi così come vengono pubblicati sulle riviste che circolano.
Limitandoci a quello che vediamo si può notare una dominante tecnologica nell’uso di materiali innovativi e di tipologie edilizie preoccupate di presentarsi come il più possibile sostenibili, ispirate a criteri ecologici e a prestazioni di risparmio. Ma anche se i fabbricati vengono accompagnati da certificazioni riguardanti il risparmio che si otterrà da tali prestazioni meno certo è il risparmio fornito dalla produzione industriale dei fabbricati stessi, dalla produzione dei suoi componenti e dei materiali con i quali è composto. La domanda alla quale non abbiamo risposte è: quanto si è consumato per produrre tutti i componenti di un fabbricato che farà risparmiare?
La domanda è retorica perché l’eccesso di propaganda su quanto sia risparmiosa l’architettura pubblicizzata dalle riviste che nelle pagine a fronte pubblicizzano ogni sorta di materiali innovativi e di componenti tecnologici con i quali risparmiare e assicurare sicurezza, esorta a credere che tanta brillantezza celi una qualche insidia. L’evidenza di tanta pubblicità e della stessa architettura esibita quale pubblicità dichiara palesemente la promozione alla vendita di specifici prodotti, specifici materiali e componenti, tanto strutturali che impiantistici e di finitura, nonché di mode progettuali e tipologie edilizie adatte all’uso di quei componenti e quei materiali.
Quante facciate ventilate, quanti cristalli di ampio metraggio fissati con ancoraggi industriali, quante strutture reticolari per coperture di ogni andamento planimetrico, quante pareti mobili e componibili e scale mobili e tapis roulant, quanto acciaio e fibra di carbonio e policarbonati e materiali di coibentazione, quante pompe di calore inverno/estate per climatizzare ambienti vetrati e di alluminio, quante capriate lamellari e tecnostrutture, quante spa e iacuzzi su giardini pensili e terrazze sospese. Il giovane architetto non ha che da scegliere tra i cataloghi e il progetto è quasi fatto. L’architetto più anziano e affermato si fa sponsorizzare dal catalogo unendo la griffe al brand.
 
Secondo l’andazzo vigente un architetto non può progettare un ospedale se non ne ha già fatto uno o più, per cui non c’è mai una prima volta ma solo la seconda e oltre. Stessa cosa vale per quasi tutto quanto vi sia da progettare, tranne pezzi considerati di minor impegno. Un giovane architetto, e non si sa quanto debba durare la condizione di giovane, può crearsi un curriculum solo se aggregato a un anziano, meglio ancora a uno studio di progettazione che sia un’azienda. Da chi si vede affidato un incarico per progettare un ospedale ci si aspetta che produca un progetto secondo specifiche tecniche che non lasciano margini fuori dalla tipologia consolidata di ospedale. E infatti, che si tratti di concorso di progettazione o più spesso di appalto/concorso, è l’impresa specializzata in costruzione di ospedali che si accolla la responsabilità di produrre una macchina ospedaliera fatta secondo la tipologia codificata da norme indefettibili. La stessa cosa succede per i fabbricati da uffici, banche e simili, per gli alberghi urbani, per i centri commerciali, per gli uffici postali, per le scuole pubbliche e ovviamente per le case destinate ai poveri. Si tratta di tipologie e di specifiche tecniche prefissate che portano l’impresa di costruzioni a organizzarsi e attrezzarsi per realizzare solo quello e niente altro. Avviene in tal modo che quando l’impresa si trova di fronte a un tema diverso non è in grado di attrezzarsi adeguatamente e realizza palazzine di condomini come case popolari con la differenza di montarvi finiture più affidabili, realizza alberghi come ospedali a blocco senza le sale operatorie, e ristoranti come uffici postali. Esistono eccezioni ma in misura tale da non incidere sulla massa dei metri cubi che si costruiscono dovunque con il risultato di fare del territorio un deposito di scatole e scatoloni. La stessa cosa si è verificata nella costruzione delle automobili, perché da quando i processi costruttivi sono stati innovati in senso robotico non si è fatto più il telaio che porta la carrozzeria, ma la scocca autoportante stampata a freddo, cosa che ne ha abbassato notevolmente la varietà estetica e, infatti, le auto di largo consumo sono diventate delle scatole di latta su ruote.
 
Questi pochi esempi per mostrare quanto i processi costruttivi e quelli tecnologici dell’industria si traducano in bagaglio culturale d’impresa che determina la forma e le prestazioni del prodotto finale. Siccome i processi di colonizzazione culturale si riversano dal più forte al più debole è stato fatale che la cultura del progetto, appartenente ai progettisti, sia stata colonizzata dall’industria delle costruzioni che impone i modelli e le tipologie più convenienti per l’economia d’impresa. Impresa complessa e sempre più specializzata com’è noto, che va dai produttori di cementi, collanti e coibenti a quelli di vernici, dai produttori di strutture prefabbricate o tipizzate a quelli di coperture e manti, e via dicendo, per poi finire tutto nelle imprese costruttrici che sono essenzialmente montatori di tali componenti. Da tale processo di montaggio di componenti a quello della progettazione che viene tradotta in disegno del montaggio il passo è breve. L’innovazione di prodotto e di processo dell’industria delle costruzioni è stata consolidata dalla produzione di norme e leggi apposite con annessi regolamenti cui deve attenersi il progettista. E’ in tal senso che Giancarlo De Carlo affermava che oggi l’architetto gode della libertà di non fare l’architetto sotto l’alibi della norma. La cultura del progetto è stata colonizzata dalla cultura dell’industria edilizia.
 
Impiegati della professione
La colonizzazione culturale può designarsi come occupazione della mente e orientamento dell’intelligenza. L’intelligenza del progettista, prima ancora di prendere la matita in mano, viene infatti occupata dal quadro normativo e orientata verso un mondo di significato generato dal complesso edilizio industriale dato come il normale stato delle cose o il normale ambiente nel quale deve agire il progettista secondo le prestazioni che si attendono da lui. Tali prestazioni devono essere sempre più specialisitiche di modo che un professionista diventi abilissimo in un campo e ignorante in tutte le altre cose, perchè se deve impegnare tutto il tempo in un paio di specializzazioni tecnologiche avanzate gliene resta ben poco per leggere un libro o coltivare altri interessi.
Ho nominato provocatoriamente la matita perché tutti sappiamo che, giusto il normale stato delle cose, per migliorare e perfezionare le prestazioni professionali secondo la domanda tecnologica industriale, ha suggerito di creare appositi software di progettazione che, senza punte di ironia né di umorismo, vengono pubblicizzati come ausilio alla creatività progettuale. Il progettista getta via la matita e apre un file che possiede già codificati gli algoritmi del processo industriale di montaggio dei componenti. Interi quartieri suburbani di alloggi popolari e interi quartieri urbani di condomini di appartamenti possono essere montati e composti in breve tempo come pezzi di Lego, il vecchio gioco da bambini dei moduletti di plastica colorata.
 
Vi sono eccezioni, ma non riguardano i pezzi di successo che sono dedicati alla fascia alta di mercato e non fanno scandalo ma solo invidia. Chi fa scandalo è Paolo Soleri che propone logiche non capitalistiche e non industriali. Tuttavia questa eccezione viene premiata dalle burocrazie della critica d’arte come singolarità espressiva e, in tal modo, scartata e recintata in modo da non turbare il sonno del progettista urbano che deve sostenere la produttività economica del building. E’ vero che i più antichi trattati ponevamo l’utilitas tra i requisiti dell’architettura, ma una cosa è l’utilitas nella cattedrale gotica, costruzione collettiva e partecipativa destinata alla vita comune, un’altra quella della speculazione mercantile nel cuore della città degli affari. Utile a chi? E contro di chi? Di quali affari stiamo parlando? All’interno di quali processi economici? Le riviste patinate non pongono alcuna domanda dando per scontato il ruolo specialistico che gli uomini d’affari assegnano alla mano dell’architetto: il ruolo di valore aggiunto a un affare immobiliare.
 
La colonizzazione culturale è strisciante e pervasiva e, non sembri un paradosso, ha conquistato le personalità più eminenti tra i progettisti di architettura. Sono gli architetti più famosi ad assorbire il portato culturale dell’industria del building e, proprio per questo, sono coloro più presenti nelle grandi operazioni immobiliari di trasformazione della rendita.
L’accumulo di norme e regolamenti imposti alle attività di trasformazione costringono chi è titolare dei più grandi studi professionali a perseguire modalità e gestione dei progetti secondo la cultura aziendale affine e funzionale agli interessi dei committenti.
L’architetto è costretto a diventare non solo un professionista specializzato e ridotto ma anche l’imprenditore del proprio lavoro di progettazione. E’ un professionista titolare di un’azienda con partita IVA, registro dei clienti, registro delle fatture, bilancio aziendale e libri contabili, conto spese e conto ricavi, elenco e contabilità dei dipendenti, contratti di lavoro e versamenti contributi, registro dei macchinari e delle attrezzature tecniche, conto corrente aziendale, polizze assicurative di vario genere. Messe così le cose se non fattura almeno un tanto all’anno, per sostenere i costi e le spese e le tasse più un residuo di guadagno personale per vivere, deve andare a cercarsi un lavoro presso altri, altrimenti è bene che strutturi il proprio studio come una S.r.l. nomini un amministratore e trasformi se stesso in uno stipendiato della propria azienda.
Questo artefatto organizzativo sommato all’artefatto tecnologico professionale, tutto quanto lo rende un imprenditore professionalizzato o un professionista aziendalizzato, non può non influenzarne l’artefatto cognitivo che abbiamo definito come cultura del progetto. In altri termini la cosa che appare come una dissociazione cognitiva genera una frattura percettiva e mentale, non ce la fa a pensare all’oggetto da creare fuori dall’assetto produttivo dell’impresa di costruzione, e per questo non crea, a onta di tutta la creatività pubblicizzata, ma monta componenti, progetta la giustapposizione di tecnologie. Quando Wright lavorava a una nuova opera, ma anche Nervi in Italia e in Austria, l’impresa si trovava di fronte a novità costruttive che erano delle vere sfide tecniche e organizzative. Nervi organizzava il cantiere e disegnava casseforme per insegnare all’impresa come fare, l’impresa andava a scuola dal progettista. Oggi, salvo rare eccezioni, è l’impresa a condizionare il progetto in direzione della propria organizzazione di cantiere e della propria produzione o preferenza nella scelta di componenti, di tecnologie, di metodi e di finiture, all’architetto, quando è chiamato per dare valore aggiunto al costruito, resta forse la scelta della forma esteriore tonda, ovale o a zig-zag. E questo è il senso della rottura cognitiva nella cultura del progetto, lavori con modalità imprenditoriali per finalità imprenditoriali, sei un professionista del building e sei un impiegato della professione. Si vada a vedere nella Philharmonika di Berlino come fu organizzato il cantiere dallo stesso progettista che si preoccupò perfino del reimpiego delle assi da cassaforme (mezzanelle e muraletti e cantinelle nel nostro gergo) laddove il risultato che voleva ottenere passava per ogni dettaglio della costruzione. Per analogia non accade che al direttore d’orchestra sia la casa discografica a dettare la partitura e le sue modalità di esecuzione, né a un quartetto d’archi. Un musicista lo chiamiamo maestro e non professionista del suono che è il titolo che invece diamo al tecnico della sala incisione.
 
Nella rete dei conflitti economici
Il titolo di architetto è allora ridotto a una identità precaria e frammentata se da un lato è composto da più competenze ma dall’altro lo si vuole specialista di campi ridotti. La formazione riduzionistica come viene condotta dall’ordinamento professionale separa restauratori da paesaggisti, i pianificatori dai progettisti di case considerando normale che uno presenti il biglietto da visita con su stampato “pianificatore” senza provare un senso di ridicolo come se dicesse “diversamente abile”. E infatti si tratta di un’amputazione del cervello quando un architetto si fa ridurre a specialista di qualcosa, nonostante ovviamente il curriculum personale e la biografia di ciascuno presenti delle inclinazioni verso aspetti anche molto particolari del mestiere. Ma il fatto di aver dedicato più tempo a taluni aspetti, cosa che avviene anche per contingenze e circostanze della vita, non significa che si sia ridotti solo a quella attività. E’ piuttosto la politica produttiva della divisione del lavoro che pretende la distinzione in sottospecializzazioni, in gabbie professionali distinte e separate, frammentate e spezzettate. Appena ti fai classificare quale professionista sei pronto a essere classificato in una sottospecie, e sei pronto per essere gestito da gerarchie istituzionali che stabiliscono, con norme, quali siano i contenuti e i limiti della tua prestazione professionale. Sei del mercato del lavoro, appartieni al mercato del lavoro, fai parte delle statistiche che calcolano il rapporto tra domanda e offerta. Chi compra stabilisce in quale colonna di numeri statistici devi essere collocato. Cosa conta se l’architetto voglia ancora essere produttore di cultura, se voglia impiantare il proprio ruolo su princìpi e fondamenti di storia e di correttezza costruttiva, conta solo quello che si vende e se non vendi sei fuori. Condizione di stato non dissimile nei settori scientifici se la scienza è in appalto ai grandi gruppi dell'energia e dei farmaci, degli alimentari e delle comunicazioni, per cui si ricerca quanto faccia guadagnare di più non certo quanto possa andare a vantaggio di tutti.
 
Stabilita con norme istituzionali la divisione del lavoro, dei compiti e delle specializzazioni, si procede per progetti staccati, episodici e casuali. Qua un gruppo di case popolari, là la tutela del paesaggio, più oltre il recupero di masserie nel parco naturale, al centro la riqualificazione di aree industriali dismesse con nuovi centri commerciali e funzioni culturali annesse, spesso finzioni. Il territorio viene frammentato secondo fattori di rendita, secondo attori e soggetti di affari immobiliari, quindi secondo specialisti distinti del personale tecnico utile agli scopi d’impresa. Credevi di essere un architetto sei invece un professionista di allevamento dentro un recinto culturalmente colonizzato. Sei schedato, classificato e collocato dentro tabelle statistiche del mercato del lavoro specializzato. Da quelle tabelle puoi essere espulso appena la tua specialità sia obsoleta sul mercato perché superata da innovazioni tecnologiche che non contemplano un ruolo per te. Fine della storia. La tua già precaria identità di professionista si è dissolta, la scissione si è realizzata in nome di una logica economica e utilitaristica che non ha nessuna logica e, paradossalmente per questo, non ha colpe. Si tratta solo di un quadro privo di coerenze e privo di obiettivi tranne quello dell’utile profitto, i soggetti protagonisti, i detentori del potere decisivo, i committenti del professionista non hanno alcuna strategia, fanno soltanto conti di uscite e entrate e calcoli dei rischi: per questo vogliono professionisti affidabili che garantiscano risultati prevedibili e contabilizzabili. Ma il professionista specialistico resta ignorante nelle altre cose e gli viene difficile recuperare. La sua specializzazione è il limite che non garantisce lavoro per sempre a meno di non aggiornarsi sui manuali prodotti dall'industria e sulle norme promosse da quei manuali.
 
Una guerra palese è la condizione dell’economia di mercato, fatta di tante guerre segrete, e il teatro di questa guerra è dentro le grandi aree urbane. Da tale condizione storica, che l'impresa ama chiamare competitività e competizione di mercato, non si esce ma se ne subiscono i processi in varia misura e grado a seconda del coinvolgimento strutturale che riguarda l’attività di ciascuno e il ruolo che si ricopre. Nelle guerre la regola è vincere o almeno non soccombere, non vi sono altre regole se non le norme strumentali emanate dalle istituzioni, pubbliche e private, dove le istituzioni private prevalgono su quelle pubbliche, che cadono tutte dentro la prima regola che è sovrastante. Gli effetti di tale condizione sono visibili nei processi di trasformazione urbana che, in primo luogo non sono democratici come si vorrebbe far credere. Quale democrazia potrebbe esserci dentro strategie di conflitto? Dentro competizioni tra valori di rendite immobiliari?
Questo vuol dire che processi significativi di trasformazione urbana appartengono alla strategia di conflitto e cadono sotto interessi sovrastanti che non sempre è facile comprendere. Quando una catena di ipermercati passa di mano da una proprietà all’altra e intorno a una periferia metropolitana si vedono sorgere nuovi centri commerciali che vendono le merci più reclamizzate in televisione si comprende che è in atto la conquista di ambienti di consumatori. Quando si vede che un gruppo finanziario, che possiede pacchetti di controllo di una banca o insieme di banche, acquista una rete televisiva, una rete di giornali e una o più squadre di calcio si comprende che sta completando un ciclo di vendita che comprende budget pubblicitari e prodotti di spettacolo e di intrattenimento. I proprietari delle società di calcio più in vista sono anche proprietari di giornali e di televisioni e hanno una qualche partecipazione in istituti di credito, di conseguenza devono agire anche in campo immobiliare perché è noto che i beni immobili (Real Estate come si preferisce vezzeggiare sulle parole) sono complementari ai mutui e fidi bancari e altre manovre ignote al pubblico.
Meno facile è capire il percorso dei soldi e il sistema dei prezzi. Può infatti capitare che la proprietà di una rete di ipermercati trovi conveniente acquistare partite di alimenti in America Latina, oppure in Asia, e può capitare che sia più conveniente pagare tali partite non in danaro ma in macchine agricole o in servizi tecnologici. Allora accade che per un certo periodo i consumatori di quegli ipermercati si vedano offrire carne argentina o carne rumena, o particolari offerte di polli e tacchini, o meloni di tipo sconosciuto, o scatolette riempite dei cascami e scarti di lavorazione degli stessi polli e tacchini, e vedere che in un’area industriale sorge uno stabilimento di macchine agricole e un quartiere operaio o uno stabilimento di componenti elettronici. Il nesso tra tali eventi è scarsamente leggibile e nessuno capirà che si tratta della stessa operazione. Finito l’affare in una decina d’anni la fabbrica viene chiusa e i lavoratori vanno in Cassa Integrazione Guadagni, con pubblico denaro, inizia una lunga vertenza sindacale e ancora una volta è difficile comprenderne il nesso. Tutto è dipeso dal sistema dei prezzi e dagli equivalenti scambi in valuta tra società concorrenti, alla fine c’è chi ha guadagnato e chi ha perso. Può darsi che gli ipermercati cambino merci o che chiudano, e ci troviamo con delle aree dismesse da riqualificare, e quartieri operai degradati da riqualificare.
La guerra economica è in sostanza un ciclo di dissipazione e siccome, in virtù delle innovazioni tecnologiche, la velocità di cambiamento aumenta la dissipazione accelera.
 
Megalopoli e fattori dell'urbano
In questo quadro il progetto dell’architetto, ridotto a professionista del progetto, è un allegato nella documentazione di una transazione commerciale, per cui quando gli effetti voluti di tale transazione si siano esauriti la fabbrica fatta si può demolire e sostituire o si può riciclare per altri usi. L’architettura va nel mercato dell’usato. Può capitare che pezzi che eravamo abituati a valutare come opere d’arte del Novecento vengano proposti per la demolizione, come è accaduto per la Casa sulla Cascata di Wright, e che ci voglia un comitato di amatori che trovi i soldi per acquistarli e restaurarli sottraendoli alla dissipazione. Il consumismo, sempre in accelerazione, vuole la dissipazione, tutti hanno capito per esperienza che gli elettrodomestici, le automobili sono fabbricati per avere vita breve. Non abbiamo più scarpe e abiti che durano una vita. E’ comico litigare, polemizzare sulla validità di un pezzo di architettura che sarà obsoleto in meno di trenta anni. Appena il mercato del trasporto aereo ha prodotto un artefatto organizzativo di tipo nuovo gli aeroporti internazionali sono stati costretti a rivedere la propria organizzazione a rischio di dover chiudere. L’alta velocità è una scommessa e un azzardo, non è detto che avrà successo commerciale, ma in un senso o nell’altro porterà degli spostamenti di domanda così massicci da rendere vecchie o le strutture dei voli o quelle delle ferrovie o quelle delle autostrade. Se si declasseranno autostrade, alberghi e ristoranti lungo le via automobilistiche dovranno chiudere e opere di architetti saranno demolite dopo pochi decenni dalla nascita. E’ anche questo che vuol dire Bauman quando parla di un mondo liquido di una realtà che va liquefacendosi. E’ la dissipazione dell’economia di mercato e di innovazione tecnologica.
 
I quattro settori strategici dell’economia, produzione e distribuzione di energia, di alimenti, di trasporti e di comunicazioni, tengono il resto delle attività umane sotto lo scacco delle proprie innovazioni. In pratica sotto ricatto perché la gran parte della popolazione mondiale concentrata e tenuta in ostaggio nelle grandi aree urbane non può fare a meno neanche un giorno di quanto proviene dai quattro settori. Gli artefatti organizzativi e tecnologici dei quattro settori condizionano gli artefatti cognitivi di tutta la popolazione urbanizzata. Non riesci a immaginare un mondo diverso, se lo fai è un’utopia e te la puoi nascondere nel cassetto. La reazione delle masse che se lo possono permettere, e sempre più gli viene permesso, è di prendersi delle brevi vacanze dal penitenziario urbano dove lavorano e sono costrette ad abitare. Enormi carovane di nomadi della vacanza si trascinano come profughi da una meta turistica all’altra, o ghetti/vacanze specializzati, per fare ritorno alla prigione usata stupiti e storditi da quanto gli capita. Sono al tempo stesso merce e vittime di merci, ma preferiscono non pensarci, tutta la città è un accumulo di merci che sono traducibili in titoli immateriali che costituiscono la sovrastruttura dei quattro settori strategici: la finanza pura, vale a dire il denaro, un titolo immateriale che è contemporaneamente un artefatto tecnologico, un artefatto organizzativo e un artefatto cognitivo. L’effetto dei tre generi di artefatti sommato in uno è mostruoso. La pronuncia di un singolo verdetto finanziario può distruggere, come i fulmini di Zeus, un intero comparto industriale. Può condannare la funzione urbana di un’intera città e può esaltarne un’altra (si prenda a esempio la campagna contro il fumo, l'incidente della mucca pazza, la campagna per l'etanolo, l'ostracismo al nucleare pacifico,l'esagerata pubblicità a tutti i musei Guggenheim). E’ in questo dominio dell’immateriale liquido in costante moto fluido che emerge la forza incontrastabile del potere supremo privo di volto e di un corpo da afferrare, cosa che lo rende indifferente alle vicende umane che non siano statisticamente e finanziariamente rilevanti.
Di tale indifferenza ci facciamo carico tutti e rivolgiamo il nostro interesse ai processi sottostanti, del resto vi sono tanti modi di usare il potere e, per tornare all’architetto, non è chi non veda che questi cerca di impegnarsi verso risultati che vanno oltre le richieste del cliente, almeno ci prova. Tuttavia, visto che la presente condizione di mercato non può essere modificata che da trasformazioni interne al mondo economico dominante, si comprende perché l’istituzione debba limitarsi a sostenere una politica di adattamento. Lo stesso Presidente del Consiglio Nazionale Architetti, nei vari bollettini o magazine di categoria, gronda ottimismo per il ruolo dell’architettura nel mondo degli affari e siccome vede le contraddizioni auspica la “democrazia urbana” per “trasformare le periferie in ecocittà” e afferma che una inesistente “comunità degli architetti del mondo” darà luogo “all’intreccio equilibrato tra architettura e urbanistica per trasformazioni condivise“. Ma di tutto questo faranno fede nuove norme e manuali nonché il nuovo Codice degli appalti che è giusto il quadro che sostiene l’idea di professione appartenente all’istituzione dalla quale non possiamo aspettarci altro, calata com’è nella cultura coloniale del sistema industriale/commerciale del building e delle sue burocrazie di sostegno.
E’ da chi rifiuta di essere colonizzato che potremo aspettarci parole diverse. Come non vedere che le contraddizioni urbane, l’assenza di democrazia, la presenza di periferie degradate sono fattori organici dello sviluppo economico e della stessa formazione del PIL nazionale? Come non rilevare che nella politica dei consumi è necessario mantenere la separazione tra merci per il consumo di massa e merci per quello privilegiato, e come non rilevare che per il sostegno del credito l’indebitamento di larghe fasce di consumatori è esso stesso una merce irrinunciabile, si pensi alle carte di credito, ai mutui, ai prestiti, alle polizze e così via. Come irrinunciabile è disporre di numerosi lavoratori a basso reddito, che vuol dire a minor costo per l’impresa, e disporre anche di una riserva di manodopera a basso costo che vuol dire una percentuale fisiologica di disoccupati. Come non vedere che un certo tipo di delinquenza endemica, anch’essa a basso costo, va mantenuta sotto controllo utile com’è a sostenere componenti inconfessabili dell’economia. I paesi industrializzati, che ormai sono tanti, hanno le risorse per bonificare le periferie ed eliminare i bassifondi, hanno le risorse per dare a tutti una casa e un lavoro, basta sottrarre una minima parte dei fondi destinati alle spese militari e forse neanche questo è necessario, perché le banche sono piene di danaro e inoltre, con un accordo interbancario sul sistema dei prezzi e delle valute, si può perfino stampare altro denaro o moneta complementare finalizzata a un progetto, e tuttavia nessun paese industrializzato conduce un programma per eliminare i bassifondi metropolitani. Si fa beneficenza più nominale e apparente che reale verso i paesi poveri e i campi profughi, ma questi aumentano, masse di fuggiaschi e migranti disperati aumentano e masse di sfruttati e sottopagati si accalcano nelle suburbie e baraccopoli varie, come risultato della politicizzazione dei nullatenenti che vuol dire bio-politica delle città.
Per questo quando l’istituzione afferma di voler trasformare le periferie in ecocittà è possibile che stia pensando a promuovere, o che l’ambiente imprenditoriale voglia promuovere alcuni interventi localizzati e recintati che possono tradursi, con il “piano casa” annunciato, nel trasferimento degli attuali abitanti di vecchi quartieri da abbattere, una volta periferie ma oggi suscettibili di plusvalenze immobiliari per posizione vantaggiosa, e quindi nell’occasione di nuovi guadagni per pochi.
 
Inevitabile anche se vuoi schivarlo
In verità mi si può obiettare che questo è l’ordinamento: frequenti l’Università fino alla laurea, superi l’esame di abilitazione alla professione, ti iscrivi a un Albo professionale e poi non ti piace essere chiamato professionista e non ti piace essere una azienda di professione. Si tratta di un ordinamento statale condotto da strutture statali e l’Ordine professionale è un organo statale per cui se lo Stato persegue politiche edilizie e di opere pubbliche nell’ambito della cultura dello sviluppo, così come l’intende lo Stato, perché i professionisti dovrebbero dissentire?
La risposta è semplice e ingenua al tempo stesso: non si chiami architetto un impiegato della professione, non si chiami democratica un’attività urbanistica di organizzazione della rendita immobiliare, non si chiami arte e cultura un prodotto di operazioni pubblicitarie. Ed è evidente che una tale posizione critica sia perdente di fronte all’inerzia dello stato delle cose, e non per fare una battuta De Carlo, come già richiamato, disse che l’architetto è libero di non fare più l’architetto perché gli basta applicare norme e manuali. Piuttosto possiamo aggiungere che la figura dell’architetto è cambiata, non è più un mestiere ma un ruolo sociale, non è più un’arte ma una figura pubblicitaria, non è più uno studioso di forme ma un montatore di componenti industriali, è un tecnico specializzato su specifici segmenti della filiera industriale edilizia e di processi di trasformazione delle rendite immobiliari. E’ anche, nel caso comune, un impiegato statale che sia docente universitario o insegnante di scuola media o dipendente di ente locale, ridotto a burocrate dei regolamenti così come qualsiasi consigliere di Ordine professionale. Non è quindi da queste esperienze di impiego e di professione che possiamo aspettarci nuova cultura né dalle burocrazie di categoria, quando l’intero comparto è ormai formato alla colonizzazione culturale dell’industria e del mercato. Ed è paradossalmente comico il fatto che i critici e storici (?) che illustrano sulle riviste e organi specializzati le opere degli architetti viventi usino gli stessi strumenti critici/estetici che si applicavano per i Maestri del Movimento Moderno, senza notare la frattura, questa sì storica, che si è verificata dagli anni Sessanta e Settanta, vale a dire da almeno quaranta anni, tra quelle esperienze di progettazione e di vita culturale e questa prassi di servizio (o di asservimento) all’economia del mercato integrale. L’architetto con la matita va relegato nei musei di antropologia culturale come i Maori o i Cherokee irochesi delle riserve tribali, ma a tal punto l’albo professionale cambi nome da “albo degli architetti” a “lista degli impiegati del building”, tutto sarà più chiaro e semplificato.
 
La caduta delle ideologie del Novecento è stata un bene, ma nuovi fondamentalismi hanno preso corpo perché le masse non sanno resistere all’attrazione di capi carismatici, di agitatori e tribuni del popolo che sono sempre occultamente finanziati da centri di potere reale, gli stessi che producono bio-politica urbana/metropolitana. Quello che dovrebbe interessarci è che non si perdano gli ideali e le idee intorno alle quali studiosi e filosofi hanno lavorato per secoli. Vico e Spinoza per fare qualche nome e poi Immanuel Kant, ma anche Dostoevskij e Mann, e ci metterei anche Rabelais e tutti gli altri fino a Samuel Becket e tuttavia non si può esagerare per cui direi che si apre uno spazio praticabile per un manuale etico dell’architetto non-professionalizzato.
L’architetto non può non farsi carico degli esiti esterni della propria opera, darsi conto se sta partecipando a un’operazione che conduce alla deportazione di abitanti di serie B e C per fare un quartiere di serie A. Non può non darsi conto se non sta partecipando a attività di colonizzazione di un sito e della gente che vi si trova, se non sta partecipando alla politicizzazione di un sito nonché all’espulsione forzata di una cultura per fare posto a un’altra, se non stia progettando un ghetto sociale dove concentrare (leggi: campo di concentramento) poveracci rifiutati dagli apparati istituzionali. Deve darsi conto se sta facendo meglio o peggio. Il venditore di merce (che venda scope, cravatte o centrali nucleari) non si pone questi interrogativi, è un caso fortunato se non fa danni ma più spesso fa danni. I committenti fanno danni, gli assessori, i sindaci, i ministri fanno danni, li fanno gli industriali e i costruttori, ma l’architetto non può accodarsi affermando che le responsabilità dei danni appartengono ad altri. Può fare due cose, educare il committente o rifiutare l’incarico. E qui tutti risero.
 
Liquefazione delle istituzioni
Ma esiste un Dio vendicatore che possiamo chiamare il destino delle cose fatali. Bauman già vede la liquefazione degli apparati istituzionali e Jacques Attali vede, entro questo secolo, la dissoluzione della forma Stato. Se cittadini pagano il ticket per ogni genere di servizio, ormai tutti nelle mani dei privati, se perfino la previdenza corre verso forme di assicurazioni private, la forma-Stato va a ridursi nella dissolvenza di fondo e le regole dei rapporti contrattuali tra cittadini verranno dettate dalle Compagnie assicurative. Neanche i Tribunali civili e amministrativi resisteranno sostituiti da arbitrati per contratto. Già oggi i cittadini di una grande metropoli appartengono più alle banche che allo Stato, ma dovunque la forma statale sta riducendo la capacità di governare processi e per questo tenta di rivestire volti più autoritari, tenta di volta in volta di animare nuovi nemici del popolo, di diffondere insicurezza, di moltiplicare norme e regolamenti per essere presente dovunque. E’ una battaglia perduta come lo è quella dell’Ordine professionale di categoria che, nonostante si affanni a proporre norme protezionistiche, perderà la battaglia con le grandi società di progettazione. Saranno queste a dirigere il mercato e a fare la formazione dei propri quadri, siccome è il mercato che vince quando le istituzioni diventeranno un peso e un ostacolo verranno soppresse. L’Ordine professionale ha in tal senso il tempo contato alla rovescia e sarà sostituito da forme contrattuali di diritto privato.
Si veda il caso del Credit Suisse che ha fondato “Creativamente” (creativa-mente) una iniziativa che promuove mostre e pubblicazioni sulle novità architettoniche e del design, una cosa del tutto privata, e non è la sola, che in passato avremmo assegnato alla funzione pubblica, e che va a incidere sul panorama delle attività “creative” (ambiguo termine giornalistico purtroppo dilagante) che sostengono la produzione e il giro di affari. Il privato occupa il pubblico con migliore efficienza e con tecnica invasiva di mercato. Ma siccome non è bene essere massimalisti o fare del moralismo fuori luogo, perché indagare la realtà con occhio scientifico vuol dire osservare oggettivamente le cose e soprattutto apprendere dall’osservazione, dopo aver detto che la cultura del progetto ci sembra colonizzata da quella dell’impresa e del suo mercato, possiamo anche attribuire un credito agli architetti militanti che lavorano come professionisti. In tal senso appare esagerato attribuire responsabilità e ruoli eccessivi agli architetti più in vista, etichettati con linguaggio giornalistico come star system, termine mutuato dal gergo hollywoodiano che non spiega nulla. Stiamo nei fatti parlando di architetti di nazionalità diversa e varia, tuttavia appartenenti alla medesima generazione di allievi di coloro che sono chiamati nei testi Maestri del Movimento Moderno. Sembra ovvio a chi abbia avuto simile percorso formativo che i professionisti di oggi abbiano nutrito intenzione e passione per mettere in atto quegli insegnamenti, per procedere su quel cammino e ricercare nuovi tracciati e nuove esperienze progettuali e costruttive senza prevedere che si sarebbero imbattuti, sfortunatamente per loro come tutti, nella frattura culturale del mercato integrale.
Anche perché la frattura si è determinata secondo quel processo di liquefazione, relativamente lenta o veloce, cui si riferisce Bauman nella critica dell’economia di mercato. Nonostante la prevalenza di autocompiacimenti, anche giusti, nelle interviste e nelle pubblicazioni delle proprie opere, traspare un’ansia, una inquietudine, dubbi su cedimenti non privi di tensione che lasciano intuire la presenza di un pensiero tormentoso nella solitudine dei propri studi professionali. A noi, al pubblico appaiono come personalità forti e stabili, ma se consideriamo che si trovano, come tutti, a galleggiare sulla precarietà di mutamenti liquidi che nessuno sa quale futuro promettono, si comprende meglio la fragilità di una professione che viene sovraesposta a copertura di operazioni promosse e condotte da ben altri soggetti, cosa che diventa difficile ammettere a volte anche a se stessi.
Conforta in questo quadro colui che, con sensibilità coraggiosa, non solo ha colto i termini della crisi di significato ma ha anche assunto la singolare iniziativa di costruire, insieme alla critica, un laboratorio di ricerca e di sperimentazione. Non solo Paolo Soleri ma Michelangelo Pistoletto ha promosso, in un vecchio stabilimento tessile di Biella, l’Università delle Idee nella struttura chiamata “Cittàdellarte” e già da un decennio tiene corsi, incontri, stages per confrontare idee e proposte connettendo la teoria alla prassi. Pistoletto dice che “siamo alla resa dei conti di una somma di responsabilità e non possiamo più continuare a questo modo”.
Tutto induce a credere che gli architetti viventi famosi e militanti provino gli stessi sentimenti di Pistoletto, che sappiano bene che in quaranta o cinquanta anni di carriera e lavoro le città non sono migliorate, anzi sono peggiorate negli aspetti dell’economia alta sempre più caotici e in quelli dell’economia marginale di basso consumo. Sanno che sono cresciute periferie derelitte, che i rifiuti umani aumentano, che le metropoli sono un tritacarne che produce orrori e sanno anche di essere un lusso per committenze ricche, di produrre oggetti architettonici urbani fatti per accumulare utili e per attrarre altro consumo. Da questa condizione non è facile uscire, non è facile modificarla, e veramente non ne possiamo fare carico all’architetto cui affidano incarichi banche e fondazioni, nonchè politicanti di malaffare assetati di pubblicità positiva (si veda il caso della Popolare di Lodi). Nessuno sa dove porta questo processo invasivo e caotico, sappiamo solo vedere il disastro ecologico e sociale cui ha portato finora e sappiamo vedere che le soluzioni che ne propongono le centrali di progettazione, che fanno capo al complesso dell’industria del building, sono palliativi fasulli per vendere meglio. Sono valore aggiunto più di esibizione che di sostanza, perché la cultura del mercato è corrotta, e per questo è corruttrice, le opere di architettura e i frammenti urbani che si vanno realizzando sono finalizzati ai massimi profitti, per cui la qualità formale (estetica) nei casi in cui viene richiesta dal committente non serve a migliorare la vita di nessuno, ma solo a distinguere chi può permettersi di pagare prezzi alti e di darsi lustro rispetto alla massa che non ci arriva. E volete che un architetto famoso e anche colto, capace di pensiero critico e pieno di esperienza del mondo, non sappia come stanno le cose? Sa bene che nella sua biografia personale ha fatto quaranta progetti o duecento o di più e che da questa produzione ha realizzato due o dieci opere che lo soddisfano più di altre, ma sa anche bene che tali opere possono incidere nella storia dell’architettura non certo nei processi urbani che sono tanto travolgenti. Lo sa, da molto tempo ha capito che in tale direzione si è verificato un fallimento che non dipende da lui, e tira avanti. Nessuno razionalmente può esortarlo a licenziare 800 dipendenti e smettere di partecipare all’orrore della metropoli. Chi di loro abbia fede in un creatore farebbe bene a studiare Sant’Agostino, gli altri l’abbiamo detto dovrebbero meditare di più sui testi dei filosofi, ma ognuno è libero di seguire il proprio karma e certamente non è vero che siano gli architetti a formare il mondo com’è. Bisogna guardare da un’altra parte, per l’appunto alla committenza, vale dire a quel sistema di industria, di impresa e di mercato che ha colonizzato la cultura del progetto, che ha distrutto un mondo di cultura e di civiltà per sostituirvi la prostituzione velata di vuoti fantocci istituzionali. Un sistema o complesso o associazione di cointeressi che diffonde la fede nella tecnologia, ma produce solo la tecnologia che vende, una tecnologia che non libera ma separa, divide e costringe. Provate a vivere in un grande mall o shopping center o dentro un grande terminal aereo o ferroviario che è lo stesso o anche dentro una fiera campionaria di dimensione internazionale. Visitate una centrale di produzione elettrica o anche un grande stabilimento di produzione di acciaio o una new factory di Treviso, provate a stabilirvi in una metropoli cinese di venti milioni di abitanti e passa o a perdervi dentro un complesso multifunzionale di Yokohama con altezze di oltre 200 metri. Se il risultato e il prodotto del post-capitalismo mondiale è dato da tanti centri congressi e complessi culturali e sedi di banche che emergono sopra zatteroni di estesissime periferie percorribili solo su ruote, non sembra che l’architettura si presenti come autonoma attività in grado di ricercare e promuovere miglioramenti nella vita associata, ma come applicazione tecnologica per regolare e gestire rapporti tra centrali di comando e masse soggiocate o da sottomettere. Post-capitalismo o super-capitalismo non si sa nemmeno come chiamarlo se tutto è frutto di titoli immateriali accumulati e fluttuanti.
Giorgio Ruffolo, che altre volte è stato un fautore ottimista dello sviluppo tecnologico, ci spinge a riflettere (su L’Espresso del 5 giugno 2008) intorno all’economia che utilizza risorse naturali, contando solo i costi del lavoro, senza tener conto dei costi di natura, lo dice a proposito del libro di John L.Casti (I cinque di Cambridge, Cortina Ed.), ma non l’unico autore (si leggano Robert Reich e Guido Rossi tra i più recenti), che evidenzia gli effetti negativi della crescita dissennata, una insostenibile pretesa concepita all’interno della logica bancaria dell’interesse composto. Una ideologia astratta e totalitaria. Non è quindi vero che siano cadute le ideologie, ma solo quelle popolari nel Novecento, mentre l’ideologia del prodotto interno lordo e quella dell’interesse composto dominano i rapporti tra potere e masse. Che c’entri l’architettura di oggi lo chiarisce Casti quando spiega che l’effetto di tale posizione è la penetrazione del mercato nella polis, vale a dire che il mercato da componente laterale e servile delle ragioni associative di un popolo si è elevato a struttura politica dominante e centrale. Non vi sono altre ragioni nei rapporti sociali che quelle della transazione commerciale fondata sul sistema dei prezzi. Non c’è ragione di costruire città che di fare affari e i nuovi interventi di architetture sono nient’altro che affari concepiti dentro consigli di amministrazione che sono tavoli di bottegai. Il pezzo di Ruffolo si spinge ad affermare che nel mercato finanziario si svolgono, sotto il titolo di libera concorrenza, operazioni e giochi strategici spesso occulti di natura criminale anche se legittimati da leggi, ovviamente ispirate dagli stessi ambienti affaristici. E su questo non avevamo dubbi se le forme dei governi politici vengono stabilite da quei medesimi ambienti a seconda delle convenienze nella distribuzione di merci e nello sfruttamento di risorse, laddove si decide di concedere apparenze democratiche o metodi autoritari (su questo si legga Guido Rossi).
 
L'estetista urbano
L’architettura è attività umana, non divina come la musica, il sesso e il nettare delle coppe. Erano gli umani a elevare templi con fatica per gli dei, assisi sull’Olimpo a brigare tra loro indifferenti al mondo, e continuano insensatamente a farlo per un olimpo finanziario indifferente al mondo, praticamente malavitoso fino al momento del crollo universale nell’evanescenza della storia.
Un secolo fa o quasi l’aveva già capito Gropius e tentato una strada per governare il processo industriale di produzione della città, una guida che non fosse meramente estetica ma culturale e rivolta alla società. Ma allora l’architetto poteva ancora esercitare autorità culturale oltre il gesto tecnico e dentro la ricerca estetica, alla fine eversiva e rivoluzionaria come la storia delle avanguardie artistiche dimostra. Le scelte sono oggi nel mercato integrale vincente imposte dall’industria dei componenti tecnologici e l’architetto è assimilato a uno stilista. Poco manca che si chieda di firmare un terminal aereoportuale ad Armani o a Dolce & Gabbana. Uno stylist quindi la cui cifra stilistica serve per vendere. Un nominalismo se style significa nominare, quindi una griffe e nient’altro. E se vincente il mercato non mette conto usare le categorie critiche che gli storici dell’architettura usavano per il passato. Si tratta di un’altra cosa, di spot pubblicitari, di persuasioni suggestive, di seduzioni delle merci. Il venditore urla e il consumatore applaude o vomita. La colonizzazione culturale invade la mente, ribalta il senso della natura e dei processi naturali della vita, la natura non è più data ma rifatta fin dentro i geni delle catene amminiche, e questo può andare bene se siamo natura che coscientemente indaga su se stessa e sperimenta, non va più bene se il fine di ogni azione è vendere a un prezzo superiore ai costi per trasferire il senso reale in titoli irreali e immateriali che, in virtù di violenti marchingegni istituzionali, si traducono in potere di pochi per dominare i molti. L’architettura si copre di ignominia quando si mette al servizio di questi processi e progetta e realizza opere che schiacciano masse di impotenti dentro megastrutture che vendono trasporti, che vendono alimenti industriali, che vendono comunicazione autoreferente, che vendono energia (sporca o finto pulita), che vendono immagini di cultura senza favorire cultura, che vendono democrazia e fiducia in falsi feticci politici e sociali, tant’è che sempre più folte popolazioni si trovano preda di droghe chimiche e droghe elettroniche, di patologie nuove che vengono dai veleni materiali e immateriali diffusi nelle metropoli e nei circuiti senza uscita cui è costretto l’uomo urbano inseguito da voci nella testa che gli dicono cosa è meglio per lui ogni istante della vita.
 
Meraviglia delle meraviglie il Sole 24 Ore del 15 giugno 2008 stampa un pezzo di Fulvio Irace dal titolo “Piano apre la sua scuola” dove ci informa che la Villa Nave a Vesima diventa sede della Fondazione di Renzo Piano destinata a scuola non tanto per comunicare i segreti del mestiere quanto “la passione per un mestiere che ha bisogno di cultura tecnica e cultura umanistica per sfuggire alla astrattezze di una professionalizzazione totalmente asservita al mercato” il corsivo è la locuzione letterale stampata sul giornale, meraviglia perché è un anno che sul sito di campaniArchitetti.org andiamo scrivendo contro la professionalizzazione dell’architetto e adesso è con grande soddisfazione che sentiamo affermare la stessa cosa da Renzo Piano e da Fulvio Irace. Ma detto da Piano che ha settant’anni e un percorso professionale di tutto rispetto appare strano il termine astrattezze, perché invece il mercato è piuttosto concreto. E’ la concretezza monetaria del mercato che diventa economica e, quindi, scelta di politiche del building che ci porta all’asservimento, che spinge per una professione fatta di specialisti e di montatori di tecnologie industriali. Meglio tardi che mai e ci piacerebbe confrontarci sui modi per sottrarsi all’imperio del mercato o di modificarne le politiche. Una volta il mercato si regolava sulla domanda e sull’offerta, oggi chi domina i mercati genera la domanda, la induce e la impone, rendendo necessario ciò che sarebbe superfluo, indispensabile ciò che non avremmo nemmeno immaginato (non solo la benzina e la caramella col bastoncino, non tanto la iacuzzi e il tacco a spillo, quanto anche la certificazione di qualità dei professionisti senza sapere chi certifica i certificatori).
Ci sembra quindi un pensiero carino quello di Piano ma del tutto esornativo se non affondi verso la radice del fascismo mercantile che pervade ogni attività e detta norme di comportamento cui ci si può sottrarre solo restando fuori dai circuiti del bisogno. Una scuola di non-professionismo e di non-mercantilismo per giovani che aspirino a fare gli architetti ci sembra incapace di modificare alcunché del sistema dei prezzi e dei marchingegni strutturali dell’industria del building. Piano, visto che può, farebbe bene a rivolgere le sue lezioni ai propri committenti, ai banchieri e ai capitani di industria, nonché ai politicanti di ogni specie che sono coloro che coltivano la cultura dello spreco e della dissipazione nonché della speculazione per il profitto non per altri che per sé. Chieda a loro dove pensano di portarci, spieghi a loro quale dissennato processo implosivo stanno costruendo con le megalopoli dell’orrore, scopra le radici malate di una crescita suicida che accumula oggetti urbani sopra oggetti urbani che hanno il requisito di marcire un minuto dopo essere stati inaugurati, dal nuovo in apparenza già vecchi per contraddizioni sociali insanabili. Faccia comprendere che non si esce da questa spirale malsana se non restaurando alla radice le ragioni dell’economia e i suoi processi di liquefazione della realtà e della storia. Si dia conto che tutto procede di crisi in crisi attraverso traumatici conflitti non dichiarati dove si contano vittime, perdenti e vincenti che poi perderanno di fronte ad altri vincitori provvisori, deperibili e decadenti. Che niente è più per sempre, che i vecchi valori sono stati consumati e che il mondo corre follemente verso la dissoluzione. E ovviamente la cosa che va insegnata è l’etica del rispetto per la dignità dell’altro, per la dignità della natura, il rispetto per l’animale, per gli equilibri degli scambi di energia, per il riconoscimento negli scambi di sentimenti, per il necessario conforto nelle avversioni dentro la condizione umana, per la pietà verso lo smarrimento, per la libertà dell’autonoma coscienza dello stare nel mondo. Che è quanto possiamo sperare in una nuova umanità, che sia pure tecnologica ma di libera coscienza esistenziale. Irace, che è critico attento potrebbe meglio dirci come le ragioni industriali del building hanno travolto le ragioni dell'architettura e che dall'epoca di Gio Ponti si è verificata una frattura, nella prassi a scapito della teoria, per cui le categorie di interpretazione non servono più a spiegarci il nuovo costruito, a stento possono servire a tavolino quando guardi la genesi di un nuovo progetto, ma quando questo è fatto nel contesto di operazioni macroscopiche, come le fiere campionarie, gli eventi internazionali di sport e spettacolo, le operazioni per la supremazia nei trasporti aerei e così via, tutto scade in linguaggi pubblicitari, l'abbiamo detto non solo noi e non troviamo alternative alla massificazione del mercato dentro esagerate megalopoli e reti e corridoi capitalistici e doppifondi urbani che espellono schiume grige di favelas e bidonville e baraccopoli e sbandati disperati. Si guardi il progetto di Milano Porta Nuova, sembra la stanza dei giocattoli dei nuovi ricchi, quelli furbi più robusti dei furbetti eliminati, ma si sa in breve tempo i giocattoli stufano si rompono vanno cambiati. Quale meraviglia e quale stupore invade coloro che scrivono di architettura sulle riviste patinate, tutto nuovo più bello e tecnologicamente avanzato, non vedono o vogliono tacere che i giocattoli di architettura e design sono precari e temporanei dentro agglomerati urbani in crescita mostruosa dove l'umanità è ammassata per produrre e consumare.
 
 
I Congressi non aiutano a fare chiarezza
Non si torna indietro, certo è vero: nessuno è più attrezzato per procurarsi da sè le risorse. Chi vorrebbe tornare a una improbabile vita agreste a lottare con gli elementi, a fare buche nella terra, a infettarsi da insetti e animali? Chi potrebbe rinunciare alle comodità urbane agli elettrodomestici e all'informatica? Ma allora vuol dire che sono gli agglomerati urbani a produrre gli aspetti negativi che angosciano, da un lato aiutano dall'altro opprimono. Danno e tolgono, aggiungono e sottraggono.   L'architettura e il design con questo c'entrano poco, non è un nuovo giocattolo o una stanza dei giocattoli, come un quartiere modello a incidere sui processi di formazione e degradazione del grande agglomerato. Abbiamo visto che i fattori sono altri, sono gli artefatti organizzativi e quelli tecnologici, con l'ausilio di quelli cognitivi ovviamente, per cui se l'architetto raggiunge gli artefatti cognitivi certamente non ha alcuna presa su quelli tecnologici, che sono in mano alla grande impresa di speculazione, nè su quelli organizzativi che appartengono alle centrali del potere bancario/finanziario e del mercato.
Appare alquanto patetico e insufficiente lo sforzo del Congresso Mondiale degli architetti a Torino, che pure ha espresso consapevolezza dei limiti e dell'isolamento della categoria che è affetta da uno sguardo “troppo spesso direzionato ... verso una autoreferenziale produzione di oggetti che nella prassi quotidiana risultano incapaci di confrontarsi positivamente con le contraddizioni del mondo reale” (scrive Simone Cola su archiworld magazine di giugno 08). Trionfalistico nei toni usati dal Presidente italiano dell'Ordine, troppo ottimistico da tutti gli altri sul ruolo dell'architettura, senza cogliere il punto che riguarda i processi che determinano le forme degli agglomerato urbani.
I fattori che contano sono le reti di produzione e distribuzione degli alimenti, le reti dell'energia, le tecniche e i sistemi dei trasporti, quelle delle comunicazioni, le tecniche bio-politiche che servono a poche centrali di potere per gestire miliardi di abitanti/consumatori. Quando mai gli architetti potranno incidere su questi fattori? Che sono quelli che muovono il mondo e che sono mossi esclusivamente da interessi finanziari giganteschi. La sostenibilità? Prima non è prerogativa degli architetti ma dei professionisti dell'agricoltura, del suolo, delle acque, della chimica degli scambi e così via, secondo si provvederà a quel grado di sostenibilità quando i conti diranno che sia conveniente farlo. Altrimenti non interessa a nessuno la soppressione di popolazioni ritenute superflue per l'economia di mercato. Giornali e politicanti sono mantenuti apposta per mascherare il cinismo del mercato. E questo è il presente/futuro del mondo attuale. Chi legge e sa può trovare una cospicua bibliografia al riguardo, non dico nulla che non sia stato già compreso fin dai primi decenni del Novecento e ripreso anche dopo il disastro della Seconda guerra mondiale, che fu condotta per il controllo dei mercati non per altro.
Chi modifica gli artefatti organizzativi degli agglomerati urbani non sono gli architetti, che vengono per ultimi, ma sono i tecnologi dell'energia che possono produrre motori a idrogeno, puliti ed efficienti, centrali di energia portatili di poco volume e prive di emissioni, impianti di distruzione dei rifiuti di piccolo volume o sistemi di imballaggio non invasivi, o anche plastiche biodegradabili e altri materiali riciclabili all'infinito, ma non lo fanno. Possono produrre alimenti che sfruttino tutta la parte che oggi buttiamo fatta di bucce e scorze e interiora di pesci e così via, in modo da abbassare i prezzi e sfamare più popolazione. Abbiamo brevetti e tecniche per sfamare non 6 miliardi ma 10, per azzerare tutte le emissioni nocive e le scorie, per fare del mondo un posto pulito e sicuro, ma chi vuole cambiare il sistema dei prezzi? Chi vuole cedere il potere di tenere intere popolazioni sotto il ricatto delle armi e della carestia? Che c'entra l'architettura con questa realtà storica?

E' la politica di mercato che ha voluto far prevalere l'automobile privata sui mezzi pubblici che ha generato l'orrore dei grandi agglomerati. Non lo stiamo scoprendo adesso: l'intero artefatto organizzativo e tecnologico dell'automobile, con i distributori di carburanti, le autostrade e superstrade e tangenziali con sopra autogrill e motel e tanti TIR e autobotti è uno dei fattori strategici che rendono orribili gli agglomerati, che consentono gli agglomerati, li incentivano e li rendono incivili. E' un fattore che sostiene l'usura delle vendite a rate, lo sfruttamento da parte delle compagnie di assicurazione, la sottrazione di danaro pubblico per le rottamazioni, e soprattutto il gioco dei prezzi del carburante, tutti elementi che devono condizionare gli spostamenti tra casa e lavoro, tra periferie e centri urbani, tra irrazionali localizzazioni di servizi e strutture, elementi che vanno sostenendo la nascita di ipermercati e megastrutture di consumo resi logici solo perchè si deve usare l'automobile. E tali artefatti sostengono l'artefatto cognitivo attraverso il quale viene presentato il territorio, sempre libero, terso e disponibile negli spot pubblicitari, un inferno di code chilometriche nella realtà dei fatti. Che c'entra l'architetto con tutto questo? Come potrebbe modificare un sistema di sfruttamento umano così perfetto e di sottomissione così rassegnata e spesso consensuale. Si può affermare che il dominio del complesso/automobile sia questo un imperio fascista che genera modelli fascisti negli ipermercati, nella nuova urbanistica residenziale, nei ghetti/vacanze, nella stessa edilizia industriale e, allora, come si pensa di restituire un qualche grado di democrazia con dei semplici disegni di architetto? Ammesso che in un qualche futuro la cultura del progetto possa liberarsi dalla colonizzazione dell'industria del building che è invece coerente con la cultura dell'automobile. Il Bollettino di categoria (Archiworld magazine, anche questo un colonialismo linguistico, Ponti non avrebbe mai chiamato Casabella “beautiful house”) pubblica pagine esaltate sulla nuova frontiera ecopolitana che vedrà gli architetti protagonisti della democrazia urbana e vedrà l'architettura digitale (proprio così “architettura digitale”) come mezzo per per neutralizzare le patologie delle grandi aree urbane e, ovviamente, ci si preoccupa della crisi sociale delle periferie senza cogliere che le periferie degradate sono un fattore strategico dell'economia urbana, sono una risorsa e una riserva umana (disumana e subumana) nelle logiche di chi governa la megalopoli, che è per il mercato e quindi contro il consumatore. In tal senso l'urbanistica, la progettazione e la crescita degli agglomerati è diventata un'attività contro l'umanità, che fa parte dei crimini contro l'umanità per il portato di degenerazione della comunità sociale non controbilanciata nello sviluppo civile della società. E' una cosa incivile l'intero agglomerato non solo la periferia, tant'è vero che la periferia invade il centro e che assistiamo a processi di periferizzazione di interi agglomerati a causa di meccanismi economici che assumono aspetti di meccanismi culturali e sociali, alla fine politici. Artefatti organizzativi della società postcapitalistica e superfinanziaria determinano l'uso di artefatti tecnologici che, a loro volta, influenzano gli artefatti cognitivi con i quali percepiamo e interpretiamo la realtà. La menata ecopolitana e del recupero di democrazia attraverso l'architettura digitale sembra proprio il prodotto di una visione del mondo deformata dall'eccesso di professionismo degli architetti che appartengono agli apparati istituzionali di comando. La carriera personale di burocrati della professione li soddisfa e si vedono in diritto di proporsi a modello di avanzamento civile. Ma la cosa non è compatibile con la verità dell'esperienza che andiamo facendo nell'urbano ed è questo il limite della comunicazione congressuale che ci viene propinata, non è credibile giusto per il suo portato pubblicitario, e non a caso il Congresso comprendeva eventi pubblicitari e premi, con premiazioni premianti i più bravi a veicolare materiali innovativi e scatole frantumate secondo estetiche vendibili. Una insincera interpretazione dei processi che vanno accumulando urbanesimo, che vuol dire ammassare consumatori in enormi campi fatti di reti mercantili. Lo stesso campo cui soggiace l'architettura oggi. La città è stata una buona opportunità per lo sviluppo e la crescita culturale, ma dentro limiti dimensionali dominabili dalla libera personalità di ognuno. Adesso il cittadino sente la minaccia di un ambiente che ha travalicato ogni confine mentale e si trincera in casa e nella famiglia, quando se la può permettere. Per il resto la frattura è visibile e irrimediabile. Su questi aspetti è appena il caso di citare il mio libro del 2007 “Bad City” solo perchè vi riassumo il pensiero di molti celebri e validi autori, da Agamben a Baudrillard a Deleuze a Foucault, che hanno analizzato e additato il disastro in atto già da decenni, ma si tratta di autori poco amati negli ambienti dei tecnologi e professionisti convinti di fede progressista. Tant'è che ci si appropria, senza citare gli autori, di argomenti critici e li si manipola con dotte divagazioni, facendone spettacolo con intrattenitori televisivi famosi, allo scopo di diluirne ogni contenuto che possa disturbare i manovratori. Questa politica non ha un grande futuro, il montaggio delle attrazioni può ingannare solo chi vuole esserlo dentro processi di dissipazione che giungeranno comunque a un punto critico.

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