DALL'ARCHITETTURA ALL'ETICHETTATURA a cura del Prof. Arch. Bruno Fiorentino
Centro Studi
Andiamo a una conoscenza mediata dagli artefatti. Se vogliamo fare un bilancio della produzione di architettura possiamo dire che l’architettura che si fa oggi è molto migliore di quella di una o due generazioni fa e, tuttavia, proprio per questo, per applicare tecnologie avanzate e per ottimizzare un prodotto tecnico di alta prestazione o performance procede verso un meccanicismo che si allontana, come un atleta dopato, dalle ragioni dell’esercizio di tale attività. Che era attività del pensiero e della conoscenza, ragione orientata al sentimento di appartenenza e di riconoscimento delle radici e del processo storico di un popolo in evoluzione.
Ma l’evoluzione cui assistiamo oggi appare solo come evoluzione del mercato e della competizione per il mercato, mentre quella del pensiero critico sembra bloccata in virtù del doping. L’architetto, ridotto a mero professionista del progetto, viene timbrato da un’etichetta che gli assegna il mercato che da un lato non può rifiutare, dall’altro gli consente di lavorare, motivo per cui cerca e si costruisce la sua brava etichetta. Diventa sub-specialista dell’attività che era già da specialista e riduce la propria mente progettante dentro percorsi normativi per produzioni certificabili, motivo per cui se non avesse o disponesse di modelli formali preferenziali gli riuscirebbe difficile applicare geometrie diverse dalle tipologie codificate dall’industria delle costruzioni.
Il decadere, lo scadimento dell’architettura a etichettatura non è dovuto, ovviamente agli architetti, ma alla concezione della città quale “fabbrica”. Gli orari, i ritmi, il ciclo delle attività e dei servizi, il lavoro e il tempo libero, tutto nella città è assimilato a una grande fabbrica e gli stessi assetti spaziali sono configurati secondo gerarchie funzionali e catene di montaggio.
Certo la gente sempre più si raduna in città e grandi metropoli perchè c’è più wellfare e più occasioni di mutare lavoro e stato sociale, e paga prezzi enormi nel campo delle psicosi ansiose e delle paranoie da insoddisfazione interiore. Ottiene surrogati di emozioni, impara che tutto è a pagamento, impara a temere lo sconosciuto che si avvicini troppo, impara la solitudine dentro la massa.
E l’architetto non vive diversamente stando nella competizione del mercato, impara a specializzarsi su segmenti sempre più ristretti della professione per ritagliarsi una nicchia produttiva. Spesso lavora in subappalto o in gruppi dove si fa a gomitate. Ma perché arrendersi senza combattere alle sole ragioni del mercato? Cosa che in questa fase di transizione di millennio fa anche lo Stato sovrano, grave errore se lo Stato vuole costituire la società civile e non meri interessi sovrastanti.
In architettura sono lontane le ragioni di sentimento e di appartenenza, quelle di socialità nascente e di solidarietà che ispirarono i costruttori di cattedrali, così come le certezze e le maturazioni culturali che ispirarono le ville palladiane, tuttavia là c’era una carica simbolica, una concezione di uomo e natura che si ritrovava anche nelle espressioni minori delle bianche case alla riva, pescatori e contadini, oggi la concezione è di uomo + macchina, che non vuol dire mero artefatto, perché la macchina è invenzione di uomo e suo prolungamento motorio e protesi intelligente, ma troppo spesso prevalente in ragioni fini e se stesse così come la banalizzazione mercantile. Quanto credito di intelligenza scientifica viene oggi affidato all’uomo della finanza, un credito usurpato per un’apparenza di scientificità là dove esiste solo mera furbizia mercantile e meri espedienti tecnici, per cui a cascata abbiamo la tecnica bancaria, la tecnica della negoziazione e la stessa politica è ridotta a questa tecnica in nome di un pragmatismo che vede prevalere l’oggi sul domani.
Le macchine e le tecnologie sono delle conquiste, ma l’architettura è tecnica solo in parte, è funzionale solo in parte. E’ arte del vuoto e delle coperture, arte dei camminamenti nello spazio, è forma di spazi e suggestioni rinnovantesi, non a capriccio o per arbitrio, ma per armonie invisibili, è tecnica delle costruzioni più geometria immateriale. L’architettura può normare il passo dell’uomo e imprigionarlo, ma può anche liberare il suo passo e guidarlo a svelare gli enigmi del cammino.
Così la banca, il museo, la fiera campionaria, il supermarket come magazzino da percorsi carcerari, le palazzine di condominio, i parcheggi di autoveicoli, le stazioni ferroviarie e aeroportuali, tutto quanto si esalta sulle riviste come nuova architettura conferma la crescita di aree urbane a simbolo della schiavitù della grande fabbrica, la schiavitù mentale e fisica dei percorsi pavovliani di premi e punizioni, costituiscono il procedere di una frattura tra l’architettura per l’uomo e il building per l’industria e il mercato.
A mio personale avviso l’evidenza di tale frattura si può collocare all’epoca del Centro Pompidou e della Defense a Parigi, seguiti poco dopo dal recupero della riva dei Docs sul Tamigi. Due progetti di rinnovamento urbano per sostenere la competizione nella classifica mondiale dei centri metropolitani. Azioni e tentativi dei poteri nazionali per acquisire supremazia nella qualità dell’offerta sul mercato dei servizi superiori, delle attrazioni culturali e del turismo internazionale.
Tale frattura ha provocato una caduta più che un avanzamento nella carica simbolica dell’architettura che è diventata etichetta, brand e marchio di fabbrica.
Venezia possiede carica simbolica e semantica che soddisfano il bisogno di trascendenza dell’uomo, come il Partenone, le Piramidi e gli Uffizi di Firenze, come Piazza San Pietro e il Muro del Pianto, come Santa Sofia, Luxor e le Guglie napoletane. Ma niente come gli alberghi di Dubai e le torri di Hongkong e di Shanghai, come i pezzi tecnologici di Foster sono più lontani da tale bisogno e più vicini all’effimero vendibile per l’arricchimento del mercato futile e fine a se stesso. Niente della produzione di questi imprenditori della professione è paragonabile alla ricerca di Louis Kahn o alla poetica solare di Oscar Niemeyer che ci appaiono tra gli ultimi maestri, prima della frattura pur essendo tecnologi ineccepibili.
Siamo al punto di veder allontanarsi professione da architettura, Foster da Kahn e non in virtù di scelte personali ma per il mutamento di campo del mercato che, per la cultura mercantile, deve vendere un brand, deve conquistare aree di vendita e vuole vendere prodotti collaudati e certificati e così facendo traduce anche gli spazi urbani in esposizioni di merci, in compratori e venditori dentro un abbraccio sempre più stretto con il sistema bancario. E’ così che circoscritti e limitati interventi di rinnovamento urbano a Torino, a Milano, e tra poco a Roma, tanto pubblicizzati e controversi non sono altro che una controllata immissione di merce immobiliare su un mercato abbastanza ristretto, che per esigenze reclamistiche, per vendere meglio e per tappare la bocca ai critici sono affidati a nomi di prestigio che si presentano al di sopra del bene e del male.
E allora non si esce da questa involuzione se le istituzioni non imparano a sottrarsi alle mere istanze del mercato, se non si danno conto che il risultato di tante politiche edilizie di speculazione, alta o bassa, somma un ambiente urbano che imprigiona i cittadini e li destina a consumare esclusivamente beni individuali, nell’illusione di una libertà che è solo libertà di scegliere una marca. Fino a quando le istituzioni non si daranno una linea per emancipare la società urbana, che continuerà a lavorare e a consumare, ma per sé, mettendo le tecniche al servizio di tutti a livellare verso l’alto. Cosa che ci porta a ripensare lo Stato che possa ridurre il suo peso sulle bio-politiche utili ai venditori per spostarlo sulle politiche di liberazione, per trovare forme di extraStato sotto il controllo diretto dei cittadini per produrre beni sociali condivisi in grado anche di liberare e configurare spazi urbani non dettati da utili di ricavo ma dalla riorganizzazione associata autonoma.
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