Che si vada per...MONTI!

“L’Italia è il paese dei santi, poeti e navigatori”, recita un noto proverbio; tuttavia, è giunto il momento di provvedere ad una rettifica.

Da oggi in poi dovremmo dire: “L’Italia è il paese dei santi, poeti e navigatori e degli architetti”.

E’ quanto emerge, infatti, dal testo “Il profilo e gli scenari della professione di architetto” (di Matilde Fornari e Cecilia Pascucci, Prospettive Edizioni 2010), un’interessante analisi promossa dall’Ordine degli Architetti PPC di Roma e Provincia sulla condizione della nostra professione con i dati raccolti dall’Agenzia delle Entrate, dalla Cassa di previdenza, dall’Istat, dal CNAPPC ed altri.

Nelle considerazioni seguenti non ci soffermeremo sui dati relativi all’Ordine di Roma (anche se molto utili per capire l’andamento in uno dei tre Enti più grandi, per numero d’iscritti, d’Italia), bensì cercheremo di elaborare delle considerazioni in merito alla situazione nazionale inquadrata nell’ambito più generale del contesto europeo.

Cominciamo con il tirar fuori alcuni parametri, riguardanti, altresì, situazioni di qualche anno or sono; crediamo, purtroppo, che la condizione odierna assuma contorni ancora più preoccupanti.

- Archiworld Magazine del 6 marzo 2009: in Italia si ha una dotazione di un architetto ogni 470 abitanti, mentre la media europea è pari a 1 arch/ 1353 abitanti; il maggior numero di architetti è in Lombardia (24675), secondo il Lazio (17730), terza la Campania (14396).

Nel raffronto tra le le regioni, il Lazio è in testa (1 arch/288 abit), mentre la Campania si assesta quasi a metà con 1 architetto ogni 396 abitanti (anno 2008, dati forniti dal CNAPPC).

Cosa ci dicono questi dati? In primis confermano le difficoltà di un mercato saturo nel nostro paese, dove ad aggravare la situazione contribuiscono, inoltre, la dimensione provinciale degli studi professionali (1,56 in media, dato che riprenderemo più avanti) e le “concorrenze” dovute alle ataviche incertezze nelle competenze professionali (ingegneri, geometri, etc..) per citarne solo alcune.

Il dato della nostra regione assume contorni oltremodo critici, in riferimento alle condizioni in cui siamo destinati ad operare (all’Ordine di Napoli, ad esempio, sono iscritti quasi 10000 architetti, di cui più della metà sotto i 40 anni, che orgogliosamente cercano di ritagliarsi spazi sempre più consoni alle proprie attitudini).

In mercati così densamente articolati, dove le possibilità di sbocco risultano particolarmente proibitive, una non trascurabile alternativa può essere rappresentata dal sistema concorsi; tuttavia, anche su quest’aspetto, ci sono degli oggettivi sbarramenti.

Si legge, infatti: “[…] per i concorsi internazionali uno dei motivi di rinuncia alla partecipazione può essere collegato alla complessità del presentarsi in uno scenario che prevede una vasta gamma di conoscenza sia di presentazione del progetto, sia di conoscenze tecnico legislative; per i concorsi a livello nazionale le motivazioni possono essere le medesime oltre la  mancanza di una struttura consolidata di studio, come rilevato in precedenza la maggior parte di studi sono composti da un solo titolare, e per tutti non ultima la valutazione costi/benefici che si possono trarre dal partecipare essendo un’attività dispendiosa a totale esposizione di chi partecipa. Altra ipotesi possibile è quella che redditi professionali derivati dalla aggiudicazione di concorsi o da gare vinte sia prerogativa di organismi strutturati quali le Società di ingegneria o similari”.

Non c’è che dire: una lucida fotografia della nostra condizione professionale, dove i freddi valori numerici valgono sicuramente di più di qualsiasi ulteriore approfondimento.

Se si considera, poi, che gli iscritti ad Inarcassa  con redditi bassi, cioè fino a 23.200 euro, ammontano al 67% (Ufficio Studio e Ricerche Inarcassa del 2004), si ha l’ennesima riprova di quanto sia indispensabile una riforma strutturale che possa garantire un percorso di crescita professionale commisurato alle esigenze dei giorni nostri.

Prevedere una formazione continua e permanente attraverso obbligatori corsi di aggiornamento, nonché l’assicurazione obbligatoria non incidono minimamente sul miglioramento della condizione, anzi rappresentano, senza un efficace legge che eviti le ingessature e le storture del sistema Italia (più volte richiamate dalla CE), un evidente tentativo di “spremere” ancora di più i professionisti senza garantire in nessun modo un ritorno in termini di possibilità di crescita.

Dopo le aperture sulle proposte che da anni andiamo predicando da parte della BCE e dell’Antitrust, non possiamo che guardare con ottimismo la (probabile) nomina di Presidente del Consiglio del sen. Mario Monti che, in tempi non sospetti, nel 2004, presentò all’europarlamento (quando ricopriva la carica di Commissario) un rapporto nel quale, denunciando i fenomeni di restrizione della concorrenza in Italia, delineava l’attuazione di una liberalizzazione graduale dei servizi professionali, in modo da giungere senza traumi ai livelli standard di competitività europei.

Non possiamo fare altro, in un momento così difficile, che sperare che si vada per…MONTI!