ARCHITETTI E BIDONI
CENT'ANNI DI PROFESSIONE
Nel 1971 George Arthur Akerlof, economista americano e professore di Economia all’Università della California nel Berkeley, scrisse il suo celeberrimo articolo «Un mercato di bidoni», nel quale teorizzò la cosiddetta asimmetria dell’informazione economica e che gli valse, insieme a Michael Spence e Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l’Economia, nel 2001.
Il concetto di asimmetria e i suoi effetti furono spiegati, dallo stesso Akerlof, con la famosa storiella delle automobili, che adesso racconterò, a beneficio di quei pochi che non la conoscessero.
Ci sono 100 persone che vogliono vendere l’automobile e 100 persone che desiderano acquistarne una di seconda mano.
I 100 venditori possono essere suddivisi in due insiemi di 50 persone ciascuno.
Denotiamo tali gruppi con le lettere A e B.
All’insieme A appartengono quanti possiedono una buona auto, col motore efficiente. Essi sono disposti a venderla per non meno di 1100 Euro. Gli altri 50 venditori (componenti il gruppo B) hanno autovetture che sono autentici bidoni e vorrebbero venderle per non meno di 400 Euro ciascuna.
Solo i venditori sanno cosa c’è sotto al cofano e, ovviamente, quelli del gruppo B nascondono il fatto che le loro automobili sono pressoché da rottamare. Costoro, però, andrebbero, in qualche misura, rispettati, perché non chiedono 1100 Euro, come quelli del gruppo A. Chiedono, viceversa, una cifra decisamente più bassa: 400 Euro (perché si rendono conto che le loro automobili non valgono più di tanto). Ovviamente non si farebbero scrupoli se qualche gonzo volesse acquistare uno di tali bidoni per più di 400 Euro.
Gli acquirenti sono disposti a spendere, al più, 1200 Euro per una vettura buona e 600 Euro per una cattiva; ma devono comprare la gatta nel sacco, perché non possono provare le macchine e/o farle esaminare dal proprio meccanico di fiducia. La devono comprare a scatola chiusa, sapendo, però, che esistono sia buone automobili, sia i bidoni. Solo dopo averla acquistata scopriranno se l’auto è buona o è cattiva.
Il singolo acquirente comprende, quindi, che ha il 50% di probabilità di fare un affare e il 50% di prendere un bidone. Allora cosa decide di fare? Secondo Akerlof, sarà propenso a spendere (1200+600)/2 = 900 Euro. La decisione appare ragionevole perché, se l’auto fosse buona avrebbe risparmiato 300 Euro, rispetto alla cifra che era disposto a sborsare (1200 Euro). Se fosse cattiva, il danno sarebbe contenuto in 300 Euro (perché, per un’auto cattiva, nessuno intendeva spendere più di 600 Euro).
A questo punto decidono di ritirarsi dal mercato i venditori delle auto buone (che, come già detto, non intendono privarsene per meno di 1100 Euro).
Restano sul mercato solo coloro che vendono bidoni. Per giunta, costoro potrebbero intascare 900 Euro (contro i 400 della loro iniziale offerta minima). Si avrebbe, allora, la cosiddetta adverse selection. Traducibile nell’adagio «se ne vanno sempre i migliori» (fatto già noto a molte vecchiette giudiziose delle nostre parti, che nessuno pensa di proporre per il Nobel).
Come Akerlof suggerisce di risolvere il problema? Molto semplice: con la certificazione di qualità. Significa che il venditore deve offrire una precisa garanzia all’acquirente. Ad esempio, che l’autovettura non dia problemi per 6 mesi. Oltre a fornire tale garanzia, lo stesso venditore potrebbe appartenere ad un’associazione di categoria, che preveda l’immediata espulsione di quanti tentassero di vendere bidoni. Ma Akerlof non chiede questo. Chiede solo che sia data una precisa garanzia all’acquirente; il quale – resosi conto di aver preso il bidone – possa restituirlo e riavere, all'istante, i soldi sborsati e un eventuale risarcimento del danno.
Finisce qui la storiella, sulla quale si potrebbe “ricamare” e trarne varie morali. Akerlof sostiene (ed è difficile dargli torto) che una vera concorrenza sia incompatibile con un mercato asimmetrico.
Per farla breve, c’è chi ritiene che pure per gli architetti possa valere il ragionamento dell’asimmetria di Akerlof.
Se prendessimo, a caso, un architetto dall’Albo (per affidargli un incarico professionale) avremmo n% probabilità di fare una scelta sbagliata (e prendere un bidone). Non so quanto vale n, ma ho il sospetto che quanti stanno preparando la riforma delle professioni ritengano che n non sia, propriamente, approssimabile a zero.
Per giunta gli architetti sono, in Italia, decisamente troppi (122000) e il settore dell’Edilizia è in una crisi oramai strutturale. E’ come se i venditori di automobili fossero assai più numerosi delle auto da vendere e, per giunta, ci fosse pure scarsità di acquirenti. Vogliamo ridurre il numero dei venditori (attuando una sana decimazione) oppure individuare altre soluzioni? Infatti, si potrebbe trovare il modo di incrementare le auto, incoraggiare i venditori a mettersi insieme (formando delle società), scoraggiare altra gente a mettersi a vendere automobili, consentire a ogni acquirente di provare la vettura o, almeno, di aprire il cofano, tentare di incrementare il numero di acquirenti e via dicendo.
In che modo si vuole intervenire per porre rimedio al fatto che un professionista (non solo un Architetto) non bidoni il cliente? Con questi provvedimenti:
1) l’aggiornamento professionale obbligatorio, permanente e a pagamento;
2) la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo;
3) la soppressione delle tariffe minime (e, di conseguenza, la libera contrattazione delle parcelle, prima dell’espletamento dell’incarico);
4) l’assicurazione obbligatoria contro gli errori professionali;
5) la continuità dell’esercizio professionale.
Insomma, dovrebbero restare negli Albi sono gli architetti, per così dire, “di successo”; quelli che lavorano molto e con continuità, collezionano crediti formativi, sono assicurati, si accontentano di parcelle basse e … hanno “amicizie” tra i Consiglieri (che, periodicamente, stabiliranno se il singolo architetto possiede – al momento della valutazione – i requisiti per rimanere iscritto all’Albo). Sarebbe prudente, allora, che questo architetto, quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine di appartenenza, si schierasse dalla parte giusta e, soprattutto, non producesse opere architettoniche eccessivamente pregevoli (che potrebbero, di sicuro, scatenare l’invidia dei colleghi). Altrimenti rischia di perdere i requisiti necessari a mantenere l’iscrizione all’Albo.
Solo così (secondo alcuni) si passerebbe dalla asimmetria alla simmetria.
E’ divertente notare che alcuni architetti (i quali, evidentemente, non conoscono il Prof. Akerlof e le sue teorie) si dichiarano decisamente contro l’asimmetria (che vorrebbero combattere perché la ritengono origine di tutti i mali). Sicuramente questi colleghi immaginano che la simmetria – essendo una buona cosa in qualche pianta o in qualche prospetto di un edificio – possa rappresentare un concetto valido, anche nel mondo dell’Economia (o, meglio, nelle forzate trasposizioni di concetti dall’Economia all’Arte). Verrebbe voglia di dare ragione a questi colleghi, affidandoli alle “cure” del Prof. Akerlof o, peggio, di quanti in Italia interpretano (a modo loro) il pensiero dell’economista americano. Dopo di che, probabilmente, si troverebbero a vendere automobili usate.
Non voglio sostenere che il Prof. Akerlof abbia torto, anche se la sua teoria non mi sembra facilmente estensibile ai liberi professionisti italiani. Tutt’al più può funzionare per quelli americani (per i motivi che dirò tra breve). Sicuramente funziona nel mercato delle auto usate. Il mondo dell'Architettura è tutt'altra cosa.
In ogni caso, Akerlof non si sogna neppure di teorizzare che il singolo venditore di automobili possa essere giudicato da altri venditori, che hanno un evidente conflitto di interesse con lui. E’ come se i 50 venditori dell’insieme A (quelli delle auto buone) votassero un Consiglio dell’Ordine dei venditori di auto e affidassero ad esso il compito di stabilire chi può vendere le automobili e chi no. Ogni componente di questo singolare Consiglio avrebbe convenienza ad inibire l‘attività professionale agli altri – almeno ai più capaci e ai possessori di auto migliori – per limitare la concorrenza all’interno dello stesso gruppo. I radiati, infine, non potrebbero nemmeno votare quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio, perché, essendo stati buttati fuori dall’Ordine, non fanno – ovviamente – più parte di esso. Sicché i Consiglieri avrebbero trovato il modo di giudicare, senza essere giudicati, avendo espulso dall’elettorato (sia attivo, sia passivo) i più temibili concorrenti. Per colmare la misura, ci potrebbe essere una legge del 1938, in base alla quale, per vendere automobili, occorre necessariamente essere iscritti all'Ordine suddetto. Avremmo, a questo punto, l’ adverse selection elevata all’ennesima potenza. E’ facile prevedere che questi Consigli non si rinnoverebbero mai.
La nostra società è condizionata dalla cultura cattolica, mentre quella americana dalla cultura puritana e calvinista. Per cui, nella società americana, si ritiene che:
a) il successo sia un riconoscimento divino ai propri meriti (l'uomo di successo, in altri termini, è quello baciato dalla grazia divina, quasi il beneficiario di una legge karmica). Il successo è, anche, il frutto di uno stile di vita giudizioso e frugale, che aborre ogni ostentazione di ricchezza. Il premio o la punizione, per la cultura cattolica, lo avremo post mortem; per la cultura protestante, un congruo anticipo ci è corrisposto in questa vita.
b) sia altamente immorale trasmettere ricchezze o posizioni di potere ai propri figli (c'è, in altre parole, una sorta di culto per il self made man).
c) il successo non dispensa da una dura vita di lavoro, dal continuare, cioè, quell'impegno che l'ha determinato (il magnate americano sgobba più di qualunque suo dipendente). Inoltre, per la morale calvinista, è disonesto ed esecrabile non pagare le tasse (anche perché si ha la certezza di fornire opportunità ad altri, finanziando un'università basata sul merito e non sul familiarismo, una ricerca che produce risultati concreti, strade e ferrovie che servono e che durano, sistemi informatici veramente all'avanguardia e via dicendo).
Ovviamente non intendo fare l'apologia della cultura calvinista e muscolosa (quella, è stato detto, che allena gli ideali in palestra). Sto, semplicemente, dubitando del fatto che una teoria economica, la quale può aver dato buoni risultati nel mercato americano (automobilistico, elettronico, alimentare e via dicendo), possa essere bellamente trasferito, dall’on. Mantini, nell’italico mondo delle professioni.
Purtroppo, la triste verità è un’altra: nascondendosi dietro il paravento di suggestive teorie economiche (adesso stiamo prendendo in esame quella di Akerlof e dell’asimmetria, ma converrà, in altra occasione, passare in rassegna altri economisti, da Ludwig Von Mises a Milton Friedman) ci si sciacqua la bocca con termini tecnici, preferibilmente in inglese (skill intensive, outsourcing, dumping e via dicendo) e, poi, dove si va a parare? Agli stipendi ai Consiglieri e al mandato degli stessi, che può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della legge.
I progetti di riforma delle professioni intellettuali sono presentati dicendo – solo a chiacchiere – di rifarsi al liberalismo, ma, poi, vanno nell’interesse delle Assicurazioni e dei Consiglieri in carica. Questi ultimi acquisteranno potere (perché decideranno chi ha i requisiti e chi no per esercitare la professione), si beccheranno un favoloso stipendio (perché, nella proposta del CUP, sta scritto che «(…) le indennità dei consiglieri sono definite in modo di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico (…)») e rimarranno in sella fino al 2021 (perché, sempre nella proposta del CUP, si legge che «(…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della presente legge (…)»). Alla faccia di Akerlof, Spence, Stiglitz e di tutti i premi Nobel per l’Economia!
Il Presidente della Repubblica – in un recente intervento alla Fiera di Bari – ha, giustamente, esortato a «combattere fenomeni di spreco da congestione istituzionale e in special modo di dilatazione del costo della politica» e di razionalizzare e semplificare la gestione della cosa pubblica, limitando «incarichi elettivi e non elettivi retribuiti in modo ingiustificato». Chissà se tali sagge parole saranno ascoltate. Lo vedremo dall’emendamento di queste incredibili proposte di legalizzare le retribuzioni ai Consiglieri degli Ordini.
Le lobby comandano e l’Antitrust non incide abbastanza. Spesso le norme anticoncorrenziali, pur essendo segnalate, non sono modificate dal Parlamento e la segnalazione dell’Autorità antitrust è ignorata.
Purtroppo Milton Friedman è morto (nella notte fra il 15 e il 16 novembre del 2006, pochi giorni fa). Ma il Proff. Akerlof e Spence sono vivi. La mia proposta è questa: convinciamo i nostri politici a non occuparsi più della riforma delle professioni e diamo l’incarico al Prof. Akerlof o al Prof. Spence – che questo fanno per mestiere – di prepararci una bella riforma delle professioni. Mi dicono che le parcelle di Spence (premio Nobel con Akerlof) siano decisamente “salate”, ma che i suoi clienti restino sempre molto soddisfatti. Adesso Spence è impegnato nella comprensione teoretica dell'economia globale e della sua influenza nella struttura informativa del mercato (chissà che non si becchi un altro Nobel). Rivolgendoci ad Akerlof o a Spence andremmo alla fonte e accontenteremmo quanti – senza sapere bene di cosa si tratti – combattono l’asimmetria. Sicuramente non rimpiangeremmo quanti, oggi, se ne stanno occupando, in Italia.
Non sto scherzando. Sto tentando di dire che – se proprio dobbiamo adeguarci alle nuove teorie economiche, che vengono dal mondo anglosassone – forse vale la pena di farlo per davvero. Recepiamo pure i suggerimenti di tali Economisti (alcuni dei quali, come il Proff. Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, sono italiani), ma seriamente. Giavazzi e Alesina hanno recentemente scritto il libro » (Ed. Rizzoli, 2006) nel quale auspicano meno tasse e un mercato del lavoro meno regolato, pur senza adottare in toto il modello americano, ma salvaguardando quelle parti, ancora efficienti, del modello europeo. Mi andrebbe bene, anche, incaricare Alesina e Giavazzi di fornirci le linee guida di una riforma delle professioni, in Italia (se proprio abbiamo deciso di sottoporci a questo elettrochoc).
Giavazzi e Alesina ci stanno tormentando, ripetendoci, fino alla noia, che gli Stati Uniti – oramai da moltissimi anni – producono ricchezza, sviluppo e innovazione, perché hanno imboccato, in Economia, la strada giusta; mentre noi siamo impantanati in una fase di stagnazione economica, dalla quale non si esce senza riferirci, almeno in parte, al modello americano. I giovani professionisti sono veramente d’accordo ad andare verso un mercato non asimmetrico, dove c’è vera concorrenza? Se la risposta fosse affermativa, allora accontentiamoli.
Vogliamo fare un salto nel buio? D’accordo, ma almeno con la speranza di cadere, dopo pochi centimetri, su un morbido letto di petali di rose.
Non voglio escludere che – con queste scelte coraggiose – si registrino risultati miracolosi o, almeno, accettabili. Ma le proposte di Mantini e di Mastella sono tutt’altra cosa. Solo apparentemente si rifanno al liberismo; in realtà sono pasticci belli e buoni. Sono – a mio giudizio – degli autentici bidoni.
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