Alberto Calza Bini

 
 
 
ALBERTO CALZA BINI
 
Da dove si può partire per raccontare ai giovani (interessati) chi fu Alberto Calza Bini?
Partirei da quanto riporta un annuario dell’Università degli Studi di Napoli, stampato nel 1956, che illustra concisamente i “titoli” di Calza Bini, all’epoca settantacinquenne Preside della Facoltà di Architettura: «Senatore del Regno; Cav. di Gran Croce Corona d’Italia; Gran Croce del S.M.O. di Malta; Cav. Uff. dei SS. Maurizio e Lazzaro; Onorificenza dei Principi dell’Accademia S. Luca (riservata ai soli Presidenti); Cav. della Legion d’Onore; Comm. con placca Ordine di S. Gregorio Magno; Medaglia d’oro ai benemeriti della Pubblica Istruzione; Accademico Nazionale di S. Luca; Accademico dell’Accademia delle Arti di Firenze; Membro On. Istituto Americano Architetti; Membro On. Associazione Architetti diplomati dallo Stato (Francia)». Non gli fu possibile scrivere altro. E, quella mancante, sarebbe stata la parte più interessante; come, ad esempio, «Segretario Nazionale del sindacato fascista architetti (dal 1923 al 1936); Membro della corporazione delle costruzioni edili (nomina avvenuta con decreto del Duce); Presidente dell'Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Roma, ecc.». Siamo alla metà degli anni ’50. Da non molto si era concluso il Suo internamento – quale alto gerarca fascista – nel campo di prigionia inglese di Padula, ricavato nella celebre Certosa; dove, però, riceveva regolarmente la visita del figlio Giorgio (4 novembre 1908, 29 settembre 1999), bravo architetto anch’Egli, e di qualche affezionato allievo.
Esaminerò la figura di Calza Bini sotto il profilo “politico”, lasciando ad altri, più qualificati di me, il compito di illustrarne l’opera di Architetto (dignitosa, ma non eccelsa, avendo, il Nostro, soprattutto il bernoccolo del politico, dell’abile organizzatore). Lo devo fare non tanto perché è interessante – se non indispensabile – conoscere il ruolo svolto da Alberto Calza Bini (insieme a pochi altri, con in testa Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini) nel definire la moderna figura dell’Architetto; ma per meglio inquadrare quanto sta accadendo, col pericolo incombente di una devastante riforma dell’ordinamento professionale.
Alberto Calza Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881.
Non può laurearsi in Architettura perché le Facoltà di Architettura non esistevano (e quella di Napoli sarà tutta opera Sua). Si diploma nel 1900 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel remoto passato la professione di Architetto era trasmessa da Maestro ad Allievo nelle botteghe. All’inizio del XX secolo c’era il caos: esercitavano la professione di Architetto i professori di disegno, gli ingegneri, i laureati delle sezioni Architettura dei politecnici, chiunque si sentisse in grado di farlo. Non esisteva una scuola in grado di formare gli Architetti.
Subito dopo la grande guerra si accelera il processo che porterà alla creazione dell’Architetto come lo intendiamo oggi. L’ideologo è Gustavo Giovannoni (che più di altri contribuirà a creare la scuola di Roma, madre e modello di tutte le altre), ma chi ha le entrature necessarie, la piena agibilità politica e l’intelligenza di redigere un disegno complessivo sarà Alberto Calza Bini. Di cui tutto si può dire, tranne che gli mancasse un’acuta intelligenza politica e che non possedesse notevoli capacità organizzative.
Se il fascismo non fosse giunto al potere, chissà se, quando e come sarebbe sorta la moderna figura dell’Architetto. Ma – si dice - la storia non si fa coi se.
Giustamente osserva Paolo Nicoloso (a pag. 18 del suo libro Gli architetti di Mussolini, Ed. Franco Angeli, Milano, 1999) «All’architetto, Mussolini affiderà il compito di realizzare un’architettura consona allo spirito del regime, di progettare opere che testimonino nel tempo il “secolo fascista”. In altre parole, chiederà di affiancarlo nel concretare la politica di consenso nell’immediato e nel lungo periodo.»
Il 15 dicembre 1922, presso il Grand Hotel di Roma, si riunisce, per la prima volta, il Gran Consiglio del fascismo. Parte da lì un’avventura che si concluderà, in una torrida notte del luglio 1943, con l’ultimo Gran Consiglio, che segnerà il crollo del fascismo.
Chi c’era al Grand Hotel di Roma, oltre a Mussolini, in quella notte del dicembre 1922? C’era, per quanto c’interessa, Calza Bini. Ma non è Alberto. Si tratta del fratello Gino. Lo stesso Gino che, l’anno successivo, per contestare la nomina a fiduciario di Roma dell’Avv. Vaselli, non esiterà a mandare i suoi squadristi – armi in pugno – ad assaltare la sede del fascio. Né mancarono scontri, a suon di revolverate, tra i fascisti estremisti romani capeggiati da Gino Calza Bini e le squadre di Giuseppe Bottai (che comandò una delle tre colonne che marciarono su Roma il 28 ottobre 1922).
Il fascismo si consolida. Se l’Esercito obbedisce al Re, occorre creare la Milizia che obbedisce al Duce. Se il Re ha i Corazzieri (appartenenti all’Arma dei Carabinieri, scelti fra quelli di più elevata statura), bisogna creare una guardia personale per il Duce: i “Moschettieri”. Chi li crea? Gino Calza Bini!
Gino Calza Bini è, quindi, una stella di prima grandezza del firmamento fascista romano e laziale. Inoltre Gino Calza Bini era Massone, come quasi tutti i gerarchi fascisti. Sono Massoni i quadrunviri al completo: Balbo, Bianchi, De Vecchi e De Bono. Lo è il capo dei fascisti napoletani Nicola Sansanelli, ma anche Aurelio Padovani (il primo ras di Napoli, appartenente alla Loggia “Leonardo da Vinci”), Giuseppe Bottai. Lo è Grandi, il vero numero due del fascismo e – questo c’interessa di più – lo è Aldo Giuseppe Oviglio, Ministro della Giustizia del primo Gabinetto Mussolini, fino al 5 gennaio 1925 (seguirà Alfredo Rocco dal 5 gennaio 1925 al 20 luglio 1932 e chiuderà la serie Alfredo De Marsico – Massone anche Lui – dal 6 febbraio 1943 al 25 luglio 1943).
Quasi tutti erano Massoni, escluso Mussolini, inviperito nei confronti della Massoneria perché per tre volte (prima del 1922) chiese di entrarvi e per tre volte incassò un netto e mortificante rifiuto. Non lo dimenticherà e si toglierà il sassolino dalla scarpa: il 12 gennaio 1925 è presentato alla Camera un disegno di legge ad hoc, per sciogliere la Massoneria; la quale, però, non dimentica e non perdona: Dino Grandi gli renderà pan per focaccia, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. E la partita si chiuderà, una volta per tutte, col risultato di 2 a 1.
 

 

Aldo Giuseppe Oviglio
Alfredo Rocco

 

 
Fondati indizi sull’appartenenza alla Massoneria ci saranno anche nei confronti di vari architetti, fra i quali spicca il nome di Marcello Piacentini (number one, anche del processo politico che porterà alla definizione della moderna figura dell’Architetto). A portare in cattedra Piacentini contribuisce Alberto Calza Bini, ma non mancano sostegni massonici. Paolo Nicoloso (nel libro citato) riferisce di una lettera che il giornalista Carlo Tridenti invia al sottosegretario di Mussolini, Francesco Giunta, per sostenere l’ascesa in cattedra di Piacentini e che contiene le emblematiche frasi: «Eccoti le note biografiche del mio maestro muratore. Ti ringrazio molto, moltissimo del tuo affettuoso interessamento.»
Non sto divagando. Sto cercando, brevemente, di tracciare la mappa del potere, riferita agli anni in cui sono emanati: la Legge N. 1395 del 24 giugno 1923 («Tutela del titolo e dell’esercizio professionale degli ingegneri e degli architetti», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 167 del 17 luglio 1923) e il Regio Decreto 23 ottobre 1925, N. 2537 («Approvazione del regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 37 del 15 febbraio 1926). Entrambi tutt’ora in vigore. Se fosse “acqua passata” avrebbe solo un significato storico – forse interessante – il racconto che, per sommi capi, sto facendo.
Soprattutto sto cercando di capire come fece Alberto Calza Bini ad entrare nei Ministeri romani, a muoversi come se fosse a casa sua e ad ottenere quello che voleva con grande facilità. Riesce ad avere, infatti, tutto ciò che desidera. Si toglie anche piccoli sfizi. Ad esempio, Egli è figlio di Edoardo Calza e di Corinna Bini; quindi, per l’anagrafe, è Alberto Calza. Con R.D. del 9 ottobre 1924, ottiene di aggiungere al cognome del padre quello della madre, regolarizzando, anche per l’anagrafe, il cognome composto Calza Bini.
Ovviamente, quello del “riconoscimento” del cognome composto è la cosa più insignificante che riesce ad ottenere. E’ l’uomo delle ope legis, con la quale ottiene abilitazione e docenza universitaria. O, se preferite, delle nomine per «alta fama».
Mi preme sottolineare che non intendo esprimere giudizi (o, meglio, li esprimerò con cautela e, spero, con serenità, al momento giusto). Si potrebbe, addirittura, sostenere che – se un albero va giudicato dai frutti che dà - le “agevolazioni” date a Calza Bini sono servite anche a creare qualcosa di buono. Sarà, infatti, creata la Facoltà di Architettura di Napoli e se è vero che Egli portò in cattedra i Suoi protetti, è altrettanto vero che costoro effettivamente si mostrarono all’altezza del ruolo loro assegnato. Fabio Mangone e Raffaella Telese (a pag. 84 del bel libro Dall’Accademia alla Facoltà, Ed. Hevelius, Benevento, 2001) dicono: « (…) Calza Bini si preoccupa principalmente di dotare la nuova scuola di un valido e prestigioso corpo decente (…)» e più avanti «Attraverso la scelta accurata dei docenti, Calza Bini dà un’impronta netta e duratura alla didattica napoletana: molti nomi da lui proposti fin da quell’anno accademico, costituiranno importanti e stabili presenze anche nella futura facoltà, oltre che naturalmente nella vita culturale e professionale cittadina».
Né è, per me, una fatto negativo essere Massoni; tutt’altro! Anche se la Massoneria sbagliò clamorosamente a sostenere inizialmente il fascismo (fornendo denari in abbondanza all’impresa e garantendo l’appoggio degli alti gradi delle Forze Armate, senza il quale Badoglio avrebbe fermato i “disperati” che marciavano su Roma in quattro e quattr’otto) e pagò l’errore duramente.
Ricordo, tanto per rimanere in Italia, che sono appartenuti alla Massoneria anche: Francesco Caracciolo, Giuseppe Garibaldi, Nino Bixio, Giosué Carducci, Giovanni Pascoli, Guido Gozzano, Salvatore Quasimodo, Enrico Fermi e, tra i politici, Giovanni Amendola (ucciso dai fascisti), Costantino Nigra, Agostino De Pretis, Bettino Ricasoli, Luigi Capello (generale di corpo d’armata, artefice di un fallito attentato contro Mussolini), alcuni importanti antifascisti che combatterono in Spagna (Randolfo Pacciardi, Mario Angeloni, caduto in combattimento nel 1936, ecc.), Meuccio Ruini (Presidente della commissione che ha redatto la Costituzione repubblicana) e via dicendo. Né, addirittura, vorrei caricare di eccessive negatività l’essere stati fascisti, in quell'atmosfera storica di pressoché collettivo consenso al Regime e per lo meno alla maniera di Alberto (non di Gino) Calza Bini, al quale muoverei un solo grave addebito: non aver mosso un dito quando furono emanate le infami leggi razziali e gli architetti ebrei furono perseguitati (Guido Sullam, a Venezia, fu costretto ad abbandonare l’insegnamento). Fu una nefandezza, da condannare nella maniera più ferma possibile. Il resto – in Alberto Calza Bini – è esercizio del potere, nemmeno peggiore di quello che si vedrà dopo di Lui. Si è già detto che portò in cattedra gente di prim’ordine.
Ma non voglio partire per la tangente ed esprimere un giudizio storico sul fascismo. Restiamo nell’ambito dell’Architettura e degli Architetti. E se la moderna figura dell’Architetto è figlia del fascismo, è bene non nascondercelo, soprattutto se volessimo superare questo vizio di origine.
D’altronde, la stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, nella sua “Indagine conoscitiva nel settore degli Ordini e dei Collegi professionali” (1994-1997) non usa mezzi termini nell’affermare: «Il fascismo dal canto suo, valorizzò i tecnici (ingegneri, architetti, commercialisti) affermando attraverso il loro riconoscimento giuridico la loro utilità sociale e valorizzando le loro credenziali attraverso la trasformazione delle scuole superiori in istituti universitari.»
C’è stata una rivalutazione dell’Architettura fascista, anche se non bisogna fare di tutt’erba (è il caso di dirlo) un fascio. Tanto per fare qualche esempio, restando a Napoli, è veramente pregevole il Palazzo delle Poste in piazza Matteotti, completato nel 1928 da Giuseppe Vaccaro e Gino Franzi. Orrenda, dall’altro lato della piazza, è Casa del Mutilato, opera di Camillo Guerra del 1940. Bello è il Palazzo degli Uffici Finanziari, opera di Marcello Canino, del 1937. Brutto qualche palazzaccio nel quartiere Chiaia, risalente a quegli anni. Marcello Canino si alterna a Calza Bini alla presidenza della Facoltà di Architettura di Napoli (sarà Preside dal 1941 al 1950). Calza Bini definisce Canino «il mio più diretto e valoroso collaboratore».
Analogamente, si potrebbero differenziare i giudizi sulla politica professionale del fascismo, riguardante gli architetti: buono è l’ordinamento professionale, se è stato in piedi per meno di vent’anni col fascismo e per più di sessant’anni nell’Italia repubblicana e democratica. Esso è ancora in vigore! Il R. D. 2537/1925 ancora è pubblicato sugli Albi dei nostri Ordini professionali! Liberticida è la norma (ovviamente abrogata) che impediva l’iscrizione all’Albo a chi non avesse «una specchiata condotta morale e politica».
Come il Palazzo delle Poste di Vaccaro (ed altre architetture di quegli anni) hanno avuto bisogno di qualche restauro, altrettanto bisognerebbe fare con un ordinamento professionale che andava piuttosto bene, quando gli architetti erano meno di 2000 in tutt’Italia (mentre, oggi, sono 122000).
Torniamo a Calza Bini. La Sua ascesa è irresistibile. Nell’aprile del 1923 crea, insieme a Ghino Venturi e Vincenzo Fasolo, il sindacato fascista architetti, che manterrà in pugno fino al 1936. Nel 1926 ottiene la soppressione dell’Ordine unico degli ingegneri e degli architetti. Si sarebbero dovuti creare due Ordini distinti, ma Calza Bini ottiene che gli Ordini degli Architetti non nascano e che la custodia dell’Albo sia affidata al sindacato fascista architetti.
Nel 1927 Calza Bini viene chiamato da Giovannoni ad insegnare nella scuola di Architettura di Roma. Nel 1929 è nominato, per chiara fama, professore all’Accademia di Napoli.
Nel 1929, diventerà, tutto d’un balzo, professore ordinario. La commissione che valuta quelli che Nicoloso definisce «i non eccelsi titoli di Calza Bini» (pag. 119 del già citato libro Gli architetti di Mussolini) è composta dal solito trio Giovannoni, Piacentini e Foschini, ai quali si aggiungono Antonio Cippino e Guido Ruberti. Si vocifera che dietro ci sia lo zampino del fratello Gino, il quale fa in modo che il candidato sia “appoggiato strenuamente” da Giovanni Giurati, segretario del P.N.F.
 
Marcello Piacentini (08.12.1881 – 19.05.1960)
 
Con R.D. N. 2127 del 27 ottobre 1935, l’Istituto Superiore di Architettura di Napoli diviene Facoltà di Architettura. Il primo Preside, come già detto, sarà Alberto Calza Bini, che, oramai, è l’architetto più importante d’Italia, come “peso politico”. Forse lo è Marcello Piacentini, come mole d’incarichi professionali, ricevuti da ogni dove (Sua è la sede del Banco di Napoli, a Via Toledo, del 1939).
Addirittura il segretario del sindacato fascista architetti fa in modo che, con l’art. 98 del R.D. 1 luglio 1926 N. 1130, la professione di Architetto, insieme a poche altre, sia dichiarata di «pubblica necessità» e questo va bene. E’ un modo per ribadire il rilevante ruolo sociale che la professione di Architetto può ricoprire, se correttamente esercitata.
Certamente non va bene (e andrebbe abrogata) la Legge 25 aprile 1938, N. 897 («Norme sulla obbligatorietà dell'iscrizione negli albi professionali e sulle funzioni relative alla custodia degli albi», G.U. 07-07-1938, N. 152, Serie Generale) che, come dice il titolo, obbliga chiunque voglia esercitare la professione di Architetto ad iscriversi all’Albo. E’ sospetto il fatto che si vogliano, oggi, superare le Leggi dei primi anni ’20 (piuttosto buone, benché, come già detto, bisognevoli di qualche “restauro” al pari delle Architettura di quell’epoca) e mantenere questa norma del 1938, risalente agli anni veramente bui del fascismo (gli anni delle leggi razziali e della scellerata alleanza coi nazisti, che porterà alla tragedia della seconda guerra mondiale).
Dopo il processo di epurazione del dopoguerra Calza Bini sarà reintegrato nell’insegnamento universitario, fonderà il Seminario di Urbanistica, ritornerà, come abbiamo visto, alla Presidenza della Facoltà di Architettura di Napoli.
Morirà a Roma il 25 dicembre 1957. L’Università di Napoli gli intitolerà il Centro interdipartimentale di ricerca in Urbanistica.  
Diciamoci la verità: è meglio la normativa “fascista” che accoglie, pietosamente, nell’Albo degli Architetti una caterva di professori di disegno, per consentire loro di sbarcare il lunario e sfamare le famiglie oppure le recenti proposte di legge (dell’Italia democratica) che vuole espellere dall’Albo chi non riesce a lavorare e non segue i corsi di aggiornamento professionale organizzati dagli Ordini?
Dallo scarso vigore col quale la Categoria ha reagito mi sorge il sospetto che non abbiamo compreso bene il significato delle parole scritte (pochi giorni fa) dall’on. Mantini, primo firmatario di una proposta di legge di riforma dell’ordinamento professionale, nella quale, all’art. 25, si legge che «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
Non solo! C’è anche (art. 20) che spetta al Consiglio dell’Ordine «promuovere la formazione e l’aggiornamento permanente degli iscritti» nonché (ancora art. 20) «la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l’iscrizione all’albo.»
Chi impedirà il business dei corsi di aggiornamento professionali obbligatori e a pagamento?
D’altronde, Pier Paolo Pasolini diceva «Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole.». Quello che accadrà poi, secondo Pasolini, è la società dei consumi, l’adeguarsi al modello televisivo, l'incapacità di rapportarsi correttamente alla realtà.
Andrei alla conclusione di questo parziale e un po’ disordinato racconto, traendone una morale: un nuovo ordinamento professionale (che possa durare un’ottantina d’anni, come è stato per il vecchio) richiede gente del calibro dei vecchi “baroni” Giovannoni, Calza Bini e Piacentini sul versante della professione e di Benedetto Croce (Ministro della Pubblica Istruzione nel quinto ed ultimo ministero Giolitti, dal 16 giugno 1920 al 4 luglio 1921 e che ebbe anch’Egli una parte nella creazione delle scuole di Architettura), Aldo Oviglio e Alfredo Rocco su quello politico (cioè del Ministero competente, che è quello della Giustizia).
Non vedo in giro personaggi di questo calibro. Vedo povertà di idee. Vedo proposte finalizzate a che “il Consigliere dell’Ordine” divenga un mestiere, ben remunerato e piuttosto costoso per gli Iscritti, se più proposte recitano:«le indennità dei consiglieri sono stabilite in modo da assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico». Vedo la volontà di non rimuovere le incrostazioni presenti in più Ordini provinciali, se superando quanto stabilito pochi anni fa, si propone che «il mandato dei Consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall’entrata in vigore della presente legge» (laddove, oggi, non è possibile la terza elezione consecutiva e si conteggia anche quella avvenuta l’anno scorso). Vedo il profilarsi di un dispotismo più pesante di quello del sindacato fascista architetti, se le proposte in parola (art. 20 della Mantini) sanciscono che spetta ai Consigli degli Ordini effettuare «la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l’iscrizione» all’Albo.
Sarebbe più saggio – nella situazione attuale – tenerci l’ordinamento professionale degli anni ’20 e procedere ad un solo aggiustamento: abrogare la Legge 25 aprile 1938, N. 897 che sancisce l’obbligatorietà dell’iscrizione Albo (e che era propedeutica alle leggi razziali di quegli anni). Basterebbe questa sola, coraggiosa decisione per superare l'ideologia corporativa. Nascerebbero delle libere associazioni, senza che sia obbligatorio iscriversi per esercitare la professione, così come accade in Inghilterra con il RIBA (Royal Institute of British Architects). Decidendo di aderirvi, ci saranno delle regole da rispettare (compreso il previsto aggiornamento professionale), ma ci si potrà vantare di appartenervi. Ognuno valuta i pro e i contro e decide liberamente se aderire a questa o a quella associazione o se restarne fuori (senza, per questo, dover rinunciare a lavorare). Si innescherebbero dei meccanismi virtuosi, e le associazioni farebbero a gara nel guadagnare prestigio, nel sostenere professionalmente e nel proteggere i professionisti aderenti.
Ovviamente, il mio augurio è che si determinino presto le condizioni giuste – sul versante professionale e su quello politico – per archiviare definitivamente l’attuale quadro normativo (che sarà studiato solo da chi ama la Storia, sempre interessante), giungendo ad un nuovo ordinamento professionale, che non farà rimpiangere il vecchio. Me lo auguro, soprattutto, per i giovani architetti.
I giovani architetti napoletani possono, sin da adesso, rimpiangere Alberto Calza Bini (pur non avendolo conosciuto e, forse, nemmeno sapendo chi fu) perché seppe creare una Facoltà di Architettura aperta verso la città. Emblematico fu il caso della Mostra d'Oltremare, sorta in 500 giorni sotto la responsabilità del Commissario governativo Vincenzo Tecchio. Lavorarono pressochè tutti gli architetti napoletani di allora, compreso il giovanissimo Giulio De Luca. Si consideri che l'età media degli architetti impegnati fu bassissima: appena 28 anni (avete letto bene: appena ventotto anni).
Oggi lavorano a Napoli prevalentemente architetti chiamati da fuori.