Articolo Arch. Giovanni Loi (www.anarchit.org)

Cari colleghi,
abbiamo chiesto all’ arch. Giovanni Loi, fondatore di www.anarchit.org e da circa un decennio impegnato ad analizzare e ad approfondire i temi legati alla professione, un contributo sul tema di scottante attualità riguardante la  “Riforma delle Professioni”: l’ idea era puntualizzare, partendo da una realtà differente come Milano, la condizione della categoria, per poter riuscire a saperne di più sul nostro futuro e sulle problematiche che da anni attanagliano l’ attività    dell’ architetto.
Il contributo, integralmente consultabile, è notevolmente interessante: la penna graffiante di Loi riesce a mettere in luce, attraverso l’ esperienza vissuta all’ Ordine lombardo, che a grandi linee rispecchia la situazione di Napoli ed oltre, aspetti importanti, che effettivamente delineano uno scenario di una professione in crisi.
A qualcuno, che non conosce lo stile dell’ arch. Loi, l’ articolo può sembrare spropositato, in alcuni tratti esageratamente aggressivo; tuttavia, è innegabile sottolineare il coraggio e il  senso di responsabilità di chi, non sentendosi pienamente soddisfatto e tutelato nell’ attività professionale, cerchi di approfondire le cause del fenomeno.
La personale posizione dell’ autore, condivisibile o meno, rappresenta certamente un modo alternativo di affrontare le tematiche di politica professionale che, per quanti ancora oggi ritengono lontane e non interessanti, continueranno a condizionare sempre di più i nostri destini.

Cronaca dei nostri giorni

LA RIFORMA DELLE PROFESSIONI INTELLETTUALI
 
Per liberalizzazione s’intende un processo legislativo consistente nella riduzione di restrizioni precedentemente esistenti.
C’è chi si è preso la briga di calcolare il cosiddetto indice di regolamentazione per la professione di Architetto, tra i vari Paesi Ue. In una scala che va da 0 a 12, l’Italia è al primo posto – in quanto a rigidità – con l’indice 6,2. Segue il Lussemburgo con 5,3, l’Austria con 5,1 e chiudono la lista, col valore nullo, Irlanda, Danimarca, Regno Unito e Svezia.
Un mercato liberalizzato della professione deve basarsi (non per me, ma per chi è deputato a prende le decisioni) su tre condizioni essenziali:
  • una committenza libera di scegliere a chi affidare l’incarico, anche in base a forme corrette di pubblicità;
  • un’offerta concorrenziale, che giochi sul rapporto qualità/prezzo;
  • un accesso garantito agli Ordini o alle Libere Associazioni, con condizioni di parità fra gli iscritti.
Il tema della riforma delle professioni è, oramai, dibattuto da anni.
Iniziavo a credere che sarebbe diventato un tema mitologico, da dibattere fino al giorno del giudizio finale e della consumazione dei tempi, senza decidere alcunché.
Invece la situazione sta precipitando e ne vedremo, presto, delle belle.
Ogni problema si sarebbe risolto abrogando la Legge 25 aprile 1938, N. 897 la quale stabilisce l’obbligatorietà dell’iscrizione all' Albo, per esercitare la professione di Architetto.
Purtroppo, da dieci anni a questa parte, pur di mantenere questa norma (e, quindi, conservare gli Ordini), sta per sopraggiungere una riforma autoritaria e repressiva. Anzi è successo di peggio: sono state bruciate generazioni di giovani professionisti. Quanti, nell’ultimo decennio almeno, si sono iscritti agli Ordini (tranne, ovviamente, i figli di papà) sono rimasti ingabbiati in un sistema paralizzante.
Ci sarebbe da discutere, innanzitutto, se le incombenti liberalizzazioni vadano veramente a ridurre le restrizioni prima esistenti. Ma rinviamo queste considerazioni a un’altra occasione. Adesso vorrei parlare dei “nodi” fondamentali della riforma, sperando che si avvii un dibattito. Non ha senso che ne parli una sola persona (io o un altro). Serve, invece, allargare e approfondire il dibattito; provocare anche lo scontro di idee, che si confrontano, si incontrano, si amalgamo, giungendo, comunque, ad una visione più chiara di quanto sta accadendo.
 
1 – Accesso alla professione.
Invece di ridurre le restrizioni, le aumentiamo. Mentre oggi, per iscriversi all’Ordine, basta aver superato l’esame di Stato, domani ci saranno dei tirocini pratici (in aggiunta all'esame di Stato, seppure semplificato se si ha l'«Attestato del Tirocinio professionale»).
Prevedo un clamoroso fallimento perché è sancito che, ai tirocinanti, sia riservato un «equo compenso». Se fosse vero, molti tirocinanti vorrebbero rimanere tali per tutta la vita. Io stesso mi proporrei come tirocinante. In realtà - e a parte gli scherzi - esso non potrà durare più di 12 mesi.
Il tirocinio si tradurrà, allora, in una ulteriore perdita di tempo per il giovane architetto, già ben “stagionato” nelle nostre Facoltà.
So che i giovani si stanno organizzando. Ciò mi tranquillizza e ritengo opportuno non interferire; fermo restando che – in qualità di ex giovane – mi sento dalla loro parte e pronto a soddisfare qualunque loro richiesta (ma i giovani non vanno consigliati essendo già in grado di … sbagliare da soli). Quale potrebbe essere l'obiettivo? Fare in modo che i tirocinanti percepiscano veramente un «equo compenso» e che l'esperienza sia utile, coinvolgendo tutte le cosiddette «Strutture ospitanti» in grado di trasmettere i fondamenti tecnici, pratici e deontologici della professione. Occorre impedire che i giovani divengano mano d'opera a basso costo (o, peggio, a costo nullo).
Per un decennio non si è fatto nulla per contrastare l'introduzione dei tirocini. Adesso si può solo impedire che diventino uno strumento di sfruttamento dei giovani. 
 
2 – Assicurazione.
Ogni Architetto avrà l’obbligo di contrarre un’assicurazione contro l’errore professionale. Visto che tale assicurazione è obbligatoria negli altri Paesi della Ue, ritengo che dobbiamo adeguarci, tanto più che gli organi rappresentativi della Categoria potrebbero negoziare, con le maggiori compagnie, condizioni tali da rendere queste assicurazioni di costo molto contenuto. Probabilmente, il singolo Architetto opererebbe meglio, con più serenità, avendo una copertura assicurativa alle spalle.
Senza un obbligo si potrebbero strappare buone condizioni, alle compagnie assicuratrici. Queste ultime saranno poste in una posizione di forza, nella contrattazione, se la copertura assicurativa divenisse obbligatoria. Così andrà a finire.
 
3 – Formazione permanente.
Si va verso la formazione continua e permanente. Tutto bene, se i corsi fossero organizzati come si deve e se non fossero previste sanzioni per quanti non li frequentassero.
Che l’aggiornamento professionale sia importante, è fuori discussione. E’ altrettanto evidente che deve essere incoraggiato e persino premiato. Ma è semplicemente assurdo prevedere pesanti provvedimenti disciplinari per quanti non collezionassero crediti formativi. Tanto più che la cosa è già partita male: è bastato (a Monza) andare ad assistere ad un convegno con Mantini, per mettere da parte 3 crediti formativi. Basta consultare i siti del Co.Di.Arch. e di Anarchit (Associazione Nazionale Architetti Italiani) per controllare l’incredibile ed increscioso episodio.
La mia previsione è che si andrà verso corsi di aggiornamento professionale a pagamento, che distribuiranno questi crediti formativi, una sorta di costosi “bollini” senza i quali si rischia la radiazione dall’Albo. I più fortunati manderanno ai corsi delle controfigure, mentre impiegheranno proficuamente e altrove il proprio tempo. Sui fogli di presenza, ai miei corsi, si registrano allievi in numero quattro volte maggiore alla capienza dell’aula ed è impossibile avere i carabinieri alla porta.
In conclusione, sono contrario alla formazione permanente così come la si vuole, coattivamente, attuare. Sono favorevole, invece, a che essa sia libera e a discrezione del professionista. Se fosse libera non avremmo le controfigure e nemmeno i docenti impreparati.
 
4 – Pubblicità.
E’ un problema già risolto.
Oggi, dopo la Bersani, l’Architetto può farsi pubblicità. I lacci e laccioli stabiliti dal CNAPPC sono inutili, giacché nessun Architetto pensa di farsi pubblicità tramite telefonate di presentazione, visite a domicilio, utilizzo di testimonial (la bella signora che magnifica le capacità professionali del giovane architetto al quale si è rivolta), enfatizzazioni delle capacità e dell’attività resa, la “spendita” del nome dei clienti (già vietata dalla legge sulla privacy) e via dicendo.
Non entro nel merito se sia giusta o meno la pubblicità. Prendo atto che le Leggi dello Stato la consentono, che non vi è stato alcun massiccio ricorso ad essa, che c’era (in forme più o meno criptiche) anche prima. Sono, altresì, convinto che l’architetto sa bene che il consumatore non è fesso e possono essere controproducenti forme di pubblicità volgari e/o ingannevoli.
Prevedo pubblicità garbate, ben fatte e … del tutto inutili. Se mi mettessi a vendere ghiaccio al polo Nord, la pubblicità potrebbe servirmi, ma non fino al punto da evitarmi di chiudere bottega.
Giuliano Amato, Presidente del Consiglio, affermò: « (…) Da anni chiedo una maggiore apertura degli accessi alla concorrenza, tariffe non vincolate da minimi obbligatori, possibilità di pubblicità; perché non è vero che la pubblicità favorisce i grandi, ma favorisce i giovani che non hanno ancora avuto modo di affermarsi, rispetto ai grandi studi (…) » (Il Sole24Ore del 9 maggio 2000). Pertanto, sospettando che la pubblicità possa servire ai giovani, non solo dobbiamo consentirla, ma senz’altro indicarla come una possibile strada (più o meno utile che sia) per farsi conoscere.
 
5 – Minimi tariffari.
E’ necessario, purtroppo, rassegnarsi. Già la Bersani li ha aboliti. Il CNAPPC ha reagito e, oggi, si trovano scappatoie, interpretazioni, codicilli ed eccezioni. Se ne sono fregate le altre categorie professionali (perché, in prevalenza, non lavorano con la committenza pubblica).
L’incombente rivoluzione mastelliana darà il colpo di grazia: confermerà che le parcelle andranno concordate preventivamente con il cliente. Si vuole dare il via libera alla concorrenza tra professionisti.
Ho sempre pensato che le tariffe degli Architetti siano basse e, nel contempo, alte. Sono basse, se la prestazione professionale è resa con serietà e impegno. Sono alte quando (purtroppo accade) il professionista pensa solo ad intascare la parcella e non ha alcuna intenzione di produrre una prestazione professionale impeccabile.
Per grazia di Dio, la maggioranza degli Architetti ama il proprio mestiere, si impegna al massimo (e le tariffe diventano basse).
L’esperienza insegna che il committente soddisfatto accetta (seppur con le lacrime agli occhi) di pagare una parcella adeguata e ritorna da quel professionista, se è rimasto contento e ne avesse nuovamente bisogno. Non capita solo con gli Architetti, ma anche coi Medici, gli Avvocati e via dicendo. Chi di noi non conosce un Medico bravo, al quale ci rivolgiamo con fiducia, ma che, purtroppo, ha la parcella “salata”? Non ci ritorniamo, quando ne abbiamo bisogno?
D’altronde è ben noto che la parte più difficile di una prestazione professionale è … farsi pagare dal cliente. Stabilire prima la parcella, redigendo una scrittura privata firmata dalle parti (e, a limite, depositata) può garantire di più il professionista.
Io vorrei che le parcelle rientrassero tra un massimo e un minimo prestabiliti; ma, purtroppo, devo prendere atto che il CUP non riesce a portare il risultato a casa.
Sarebbe più saggio, allora, che gli Ordini predisponessero dei contratti base, ben congegnati.
 
6 – Ordini professionali.
E’ il vero punto critico della riforma.
Le correnti di pensiero sono due:
a)    C’è chi pensa che gli Ordini vadano aboliti o ricondotti alla sana natura di associazioni liberali, su base volontaria. Abrogata la Legge 25 aprile 1938, N. 897 che stabilisce l’obbligatorietà dell’iscrizione agli Ordini, essi si sgonfierebbero come prevedeva Einaudi. Nascerebbero associazioni più agili, anche prestigiose, sul tipo del RIBA (Royal Institute of British Architects), che è ad iscrizione volontaria. Ovviamente, le associazioni dovrebbero procurarsi il riconoscimento del Ministero vigilante e, magari, una certificazione di qualità registrata in sede europea. Non sarebbe necessario, per esercitare la professione, iscriversi a una di tali Associazioni e la tenuta di un Albo Unico (o Registro Unico) potrebbe essere affidata al Ministero vigilante, dando la possibilità, a tutti i cittadini, di accedere (come già è possibile col sito del CNAPPC) ad un data base, per consultarlo e riscontrare l’iscrizione del professionista. Occorre, infatti, distinguere fra Albo ed Ordine. Mentre non può esistere un Ordine senza Albo, può senz'altro avvenire il contrario. Anzi, alcune professioni emergenti sono riuscite ad ottenere l'Albo, ma non ancora l'Ordine. Quindi - per essere chiari - la soppressione degli Ordini non implica affatto anche quella degli Albi (previsti dall'art. 2229 del Codice Civile).
b)    C’è chi pensa che debbano sopravvivere le neocorporative organizzazioni che, nel dopoguerra, si sostituirono al sindacato fascista professionisti e artisti e che debba essere mantenuta la Legge 25 aprile 1938, N. 897 (alla quale abbiamo solo tolto il XVI E.F., sedicesimo anno dell’era fascista).
Se prevalesse (come prevarrà) l’ipotesi b gli Ordini devono trasformarsi in enti garanti della qualità dei servizi nei confronti dei cittadini. Da qui discendono le varie distorsioni della proposta di Legge Mantini, alcune delle quali qui di seguito elenco:
1)    ART. 13: «Il professionista deve rendere noto al cliente, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi della polizza assicurativa stipulata per la responsabilità professionale e il relativo massimale. (…)»
2)    ART. 19: « (…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di due volte consecutive a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge (…)». Ciò significa che gli attuali Consiglieri vanno a casa nel 2017. La proposta del CUP (art.19) è più generosa perché sancisce: «(…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della presente legge (…)». Quindi, tutti a casa nel 2021.
3)    ART. 20: «Spettano all’Ordine territoriale, che li esercita tramite il consiglio, i seguenti compiti: (…) b) curare la tenuta e l’aggiornamento dell’albo nonché la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l’iscrizione, dandone comunicazione al Consiglio nazionale; (…)»
4)    ART. 22: «Gli ordinamenti di categoria prevedono i criteri sulla base dei quali l’Ordine territoriale può stabilire indennità per i membri dei diversi organi al fine di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico,(…)» mentre la proposta del CUP (art. 19) è ancora più esplicita: «(…) le indennità dei consiglieri sono definite in modo di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico (…)». Essere Consiglieri dell’Ordine significherà beccarsi un ottimo stipendio.
5)    ART. 25: «Il professionista deve (…) provvedere all’aggiornamento della propria formazione professionale secondo quanto previsto dall’ordinamento di categoria. Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
6)    ART. 26: «(…) Il professionista radiato può chiedere di essere reiscritto all’albo, sussistendone i presupposti, non prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione.»

Mi fermo qui per non avvilire troppo chi mi legge. La prospettiva mi sembra chiara.

Dopo il decreto Bersani....

Dopo il decreto Bersani, che ha abolito le tariffe minime, un più grave pericolo incombe sulle teste dei professionisti italiani.
Si tratta delle proposte di riforma delle professioni intellettuali.
Dopo anni di infruttuosi tentativi per giungere alla riforma delle professioni, questa potrebbe essere la volta buona perché l’ultima proposta, dell’onorevole Mantini ed altri, intende essere bipartisan, discostandosi poco dai precedenti progetti Siliquini e Vietti.

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