Alberto Calza Bini

 
 
 
ALBERTO CALZA BINI
 
Da dove si può partire per raccontare ai giovani (interessati) chi fu Alberto Calza Bini?
Partirei da quanto riporta un annuario dell’Università degli Studi di Napoli, stampato nel 1956, che illustra concisamente i “titoli” di Calza Bini, all’epoca settantacinquenne Preside della Facoltà di Architettura: «Senatore del Regno; Cav. di Gran Croce Corona d’Italia; Gran Croce del S.M.O. di Malta; Cav. Uff. dei SS. Maurizio e Lazzaro; Onorificenza dei Principi dell’Accademia S. Luca (riservata ai soli Presidenti); Cav. della Legion d’Onore; Comm. con placca Ordine di S. Gregorio Magno; Medaglia d’oro ai benemeriti della Pubblica Istruzione; Accademico Nazionale di S. Luca; Accademico dell’Accademia delle Arti di Firenze; Membro On. Istituto Americano Architetti; Membro On. Associazione Architetti diplomati dallo Stato (Francia)». Non gli fu possibile scrivere altro. E, quella mancante, sarebbe stata la parte più interessante; come, ad esempio, «Segretario Nazionale del sindacato fascista architetti (dal 1923 al 1936); Membro della corporazione delle costruzioni edili (nomina avvenuta con decreto del Duce); Presidente dell'Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Roma, ecc.». Siamo alla metà degli anni ’50. Da non molto si era concluso il Suo internamento – quale alto gerarca fascista – nel campo di prigionia inglese di Padula, ricavato nella celebre Certosa; dove, però, riceveva regolarmente la visita del figlio Giorgio (4 novembre 1908, 29 settembre 1999), bravo architetto anch’Egli, e di qualche affezionato allievo.
Esaminerò la figura di Calza Bini sotto il profilo “politico”, lasciando ad altri, più qualificati di me, il compito di illustrarne l’opera di Architetto (dignitosa, ma non eccelsa, avendo, il Nostro, soprattutto il bernoccolo del politico, dell’abile organizzatore). Lo devo fare non tanto perché è interessante – se non indispensabile – conoscere il ruolo svolto da Alberto Calza Bini (insieme a pochi altri, con in testa Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini) nel definire la moderna figura dell’Architetto; ma per meglio inquadrare quanto sta accadendo, col pericolo incombente di una devastante riforma dell’ordinamento professionale.
Alberto Calza Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881.
Non può laurearsi in Architettura perché le Facoltà di Architettura non esistevano (e quella di Napoli sarà tutta opera Sua). Si diploma nel 1900 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel remoto passato la professione di Architetto era trasmessa da Maestro ad Allievo nelle botteghe. All’inizio del XX secolo c’era il caos: esercitavano la professione di Architetto i professori di disegno, gli ingegneri, i laureati delle sezioni Architettura dei politecnici, chiunque si sentisse in grado di farlo. Non esisteva una scuola in grado di formare gli Architetti.
Subito dopo la grande guerra si accelera il processo che porterà alla creazione dell’Architetto come lo intendiamo oggi. L’ideologo è Gustavo Giovannoni (che più di altri contribuirà a creare la scuola di Roma, madre e modello di tutte le altre), ma chi ha le entrature necessarie, la piena agibilità politica e l’intelligenza di redigere un disegno complessivo sarà Alberto Calza Bini. Di cui tutto si può dire, tranne che gli mancasse un’acuta intelligenza politica e che non possedesse notevoli capacità organizzative.
Se il fascismo non fosse giunto al potere, chissà se, quando e come sarebbe sorta la moderna figura dell’Architetto. Ma – si dice - la storia non si fa coi se.
Giustamente osserva Paolo Nicoloso (a pag. 18 del suo libro Gli architetti di Mussolini, Ed. Franco Angeli, Milano, 1999) «All’architetto, Mussolini affiderà il compito di realizzare un’architettura consona allo spirito del regime, di progettare opere che testimonino nel tempo il “secolo fascista”. In altre parole, chiederà di affiancarlo nel concretare la politica di consenso nell’immediato e nel lungo periodo.»
Il 15 dicembre 1922, presso il Grand Hotel di Roma, si riunisce, per la prima volta, il Gran Consiglio del fascismo. Parte da lì un’avventura che si concluderà, in una torrida notte del luglio 1943, con l’ultimo Gran Consiglio, che segnerà il crollo del fascismo.
Chi c’era al Grand Hotel di Roma, oltre a Mussolini, in quella notte del dicembre 1922? C’era, per quanto c’interessa, Calza Bini. Ma non è Alberto. Si tratta del fratello Gino. Lo stesso Gino che, l’anno successivo, per contestare la nomina a fiduciario di Roma dell’Avv. Vaselli, non esiterà a mandare i suoi squadristi – armi in pugno – ad assaltare la sede del fascio. Né mancarono scontri, a suon di revolverate, tra i fascisti estremisti romani capeggiati da Gino Calza Bini e le squadre di Giuseppe Bottai (che comandò una delle tre colonne che marciarono su Roma il 28 ottobre 1922).
Il fascismo si consolida. Se l’Esercito obbedisce al Re, occorre creare la Milizia che obbedisce al Duce. Se il Re ha i Corazzieri (appartenenti all’Arma dei Carabinieri, scelti fra quelli di più elevata statura), bisogna creare una guardia personale per il Duce: i “Moschettieri”. Chi li crea? Gino Calza Bini!
Gino Calza Bini è, quindi, una stella di prima grandezza del firmamento fascista romano e laziale. Inoltre Gino Calza Bini era Massone, come quasi tutti i gerarchi fascisti. Sono Massoni i quadrunviri al completo: Balbo, Bianchi, De Vecchi e De Bono. Lo è il capo dei fascisti napoletani Nicola Sansanelli, ma anche Aurelio Padovani (il primo ras di Napoli, appartenente alla Loggia “Leonardo da Vinci”), Giuseppe Bottai. Lo è Grandi, il vero numero due del fascismo e – questo c’interessa di più – lo è Aldo Giuseppe Oviglio, Ministro della Giustizia del primo Gabinetto Mussolini, fino al 5 gennaio 1925 (seguirà Alfredo Rocco dal 5 gennaio 1925 al 20 luglio 1932 e chiuderà la serie Alfredo De Marsico – Massone anche Lui – dal 6 febbraio 1943 al 25 luglio 1943).
Quasi tutti erano Massoni, escluso Mussolini, inviperito nei confronti della Massoneria perché per tre volte (prima del 1922) chiese di entrarvi e per tre volte incassò un netto e mortificante rifiuto. Non lo dimenticherà e si toglierà il sassolino dalla scarpa: il 12 gennaio 1925 è presentato alla Camera un disegno di legge ad hoc, per sciogliere la Massoneria; la quale, però, non dimentica e non perdona: Dino Grandi gli renderà pan per focaccia, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. E la partita si chiuderà, una volta per tutte, col risultato di 2 a 1.
 

Aldo Giuseppe Oviglio
Alfredo Rocco

Comunicato n. 5: Riscossione quote associative (Consigliere Vincenzo Perrone)

Al Consiglio dell’Ordine
 
L’atteggiamento vessatorio della Gestline ha superato ogni limite di tollerabilità.
Minacce di ganasce fiscali applicate ai veicoli e altro ancora arrecano molestie ai Colleghi, già afflitti da più o meno recenti provvedimenti legislativi (Decreto Bersani e quant’altro). Richiamo, per brevità, solo gli obblighi di tenere un conto corrente bancario per la gestione dell'attività professionale (su cui far confluire i pagamenti dei clienti ed effettuare i pagamenti delle spese professionali) e di incassare le parcelle di importo superiore a 1.000,00 € esclusivamente con bonifico bancario, assegno, carta di credito, pos.
Alcuni Colleghi hanno subito (ad opera della Gestline, anche a loro insaputa e scoprendolo per caso) iscrizione d’ipoteca nei registri immobiliari per pagamenti dovuti all’Inarcassa o pignoramenti presso terzi. E’ ovvio che l’Ordine non c’entra con l’Inarcassa o col fisco, ma quanto appena detto serve solo a far comprendere la pluralità di “fastidi” che ognuno di noi subisce e che cosa sta diventando la Gestline per gli Architetti (ma, più in generale, per i napoletani). Non poche volte le cifre estorte non sono dovute, ma è un’impresa rientrarne in possesso.
Tornando a noi, non mancano richieste “pazze” – sempre da parte della Gestline – relative a quote associative già versate, anche più anni fa. Le minacce di ganasce fiscali intimoriscono e forzano a pagare le cifre richieste, pur di evitare seccature maggiori. Poi, magari, si riesce ad ottenere un rimborso, ma rifondendoci le spese e a costo di grosse perdite di tempo.
Recarsi alla Gestline, per chiarire la propria posizione, significa chiudere lo studio e assoggettarsi a file chilometriche e attese snervanti, trovando non poche difficoltà a far valere le proprie ragioni.
Negli ultimi tempi questa società esattoriale è in preda a un furore oppressivo senza precedenti nella storia, anche medievale, della nostra città (che avversò l’Inquisizione fin quasi a neutralizzarla). 
L’Ordine potrebbe evitare questi maltrattamenti ai propri Iscritti ricorrendo ad altri sistemi di riscossione delle quote associative. Oltre tutto il ricorso alla Gestline comporta un incremento della quota associativa, perché una parte di quanto i Colleghi versano va alla società esattoriale incaricata della riscossione. Insomma una parte dei soldi che sborsiamo serve, in maniera masochistica, a pagarci i maltrattamenti.
Da quando l’Ordine degli Architetti è sorto, per oltre mezzo secolo, le quote associative erano versate recandosi presso la sede (così si aveva anche un motivo per sentirla “casa” di tutti noi, incontrare Colleghi, prendere l’ultimo Albo a stampa o il Notiziario) o tramite vaglia postale o assegno bancario non trasferibile, intestato al Tesoriere dell’Ordine. C’era chi incaricava un collaboratore o un parente a versare la quota associativa. Eppure, all’inizio, il nostro Ordine abbracciava quasi tutta l’Italia meridionale. Oggi, con le moderne tecnologie informatiche, avremmo la possibilità di pagare un bollettino di conto corrente postale, da casa o dallo studio, oltre ad utilizzare gli altri sistemi di pagamento appena ricordati.
Il R.D. â„– 2537 del 23 ottobre 1925, all’art. 37, stabilisce che il Consiglio «(…)determina il contributo annuale da corrispondersi da ogni iscritto per il funzionamento dell'ordine (…) nonché le modalità del pagamento del contributo (…)». Pare, allora, che non debba esserci una sola modalità di pagamento, specialmente se essa è una sorta di capestro, ma più modalità, tra le quali ognuno sceglie quella che gli risulta più comoda. Né credo sia conforme alle Leggi che regolano la nostra professione, dare dei soldi (alla società esattoriale) per corrispondere la quota associativa, laddove si potrebbe risparmiare questo onere versando il dovuto direttamente all’Ordine.
Lo stesso R.D. â„– 2537/1925, all’art. 50, sancisce che «Il rifiuto del pagamento del contributo di cui all'articolo 37 (…) dà luogo a giudizio disciplinare.» Tale articolo è stato integrato dalla Legge 3 agosto 1949, â„– 536, che recita: «I contributi previsti a favore dei Consigli degli Ordini debbono essere versati nel termine stabilito dai Consigli medesimi. Coloro che non adempiono al versamento possono essere sospesi dall’esercizio professionale, osservate le forme del procedimento disciplinare. La sospensione così inflitta non è soggetta a limiti di tempo ed è revocata con provvedimento del presidente del Consiglio, quando l’iscritto dimostri di aver pagate le somme dovute.»
Quindi il Consiglio possiede tutti i mezzi per cautelarsi, senza dover ricorrere alla Gestline o a chi subentrerà ad essa, essendo probabile la sua “partenza” da Napoli (ma non è detto la nuova società sia migliore della precedente). Ci semplificheremmo un po’ la vita, considerato che altri Ordini, in Italia, sono rimasti alle “vecchie” modalità di pagamento, sicuramente più “umane”, più “amichevoli”, non minacciose e prepotenti, come quelli di una società esattoriale che appare sempre più una calamità naturale, un’idrovora che succhia soldi – dovuti o non dovuti – con un’arroganza e una cecità insopportabili.
Chiedo, pertanto, al Consiglio di rinunciare alla riscossione delle quote associative tramite la Gestline o ad altra società esattoriale subentrante alla stessa, stabilendo una pluralità di modalità per il pagamento della quota associativa.
Si potrebbe, almeno, provare a vedere, per un anno, se è possibile rinunciare ai “servigi” di una società esattoriale oppure far decidere ai singoli Colleghi quale sistema di pagamento preferiscono. Il tutto, evidentemente, allo scopo di evitare che i Colleghi incappino nel meccanismo stritolante della Gestline o – ripeto – di chi alla stessa subentrerà.
  
Napoli 13 novembre 2006
Arch. Vincenzo Perrone

A passo di gambero

Umberto Eco, nel suo libro «A passo di gambero» (Ed. Bompiani, 2006) sostiene la suggestiva tesi secondo la quale, a partire dalla fine del secolo scorso, pare che la Storia abbia ingranato la marcia indietro, riproponendosi avvenimenti che pensavamo, per sempre, appartenenti al passato.

A pag. 7 del suo libro, Eco afferma: «Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvolga su se stessa, ritornando ai fasti confortevoli della Tradizione.»

Umberto Eco fa molti esempi per dimostrare detto fenomeno: dopo la caduta del muro di Berlino, si è ritornati (con la Serbia, il Montenegro, ecc.) alle cartine geopolitiche precedenti la grande guerra; con Internet, si è passati dalle comunicazioni via etere a quelle via cavo ed Eco osserva che da Marconi si è tornati a Meucci; dopo la guerra fredda si è tornati a quella calda (coi vari conflitti del Kossovo, dell’Afghanistan, dell’Iraq, della libia) e via dicendo.

Ognuno di noi può portare esempi a sostegno di questo moto retrogrado della Storia. Mio nonno (classe 1872), a volte si confondeva nel riferire quanto aveva pagato una certa cosa. Ad esempio, era costata 90 Lire e diceva di averla pagata 90 centesimi, avendo trascorso buona parte della sua esistenza quando c’erano i centesimi di Lira. Questi “centesimi” mi sembravano qualcosa appartenente ad un passato remoto e definitivamente tramontato. Oggi, con l’Euro, sono tornati i centesimi e mio nonno – se fosse vivo e a parte i suoi attuali 140 anni – non stupirebbe nessuno, se riferisse di aver acquistato mezzo toscano, pagandolo 90 centesimi.

Anche Eco, se vogliamo, è una prova vivente del riavvolgimento della Storia giacché il filosofo napoletano Giovanbattista Vico, vissuto a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, elaborò la “teoria dei corsi e dei ricorsi storici” secondo la quale si ripetono dei cicli distinti, obbedendo ad un disegno della divina provvidenza.

Anche per la professione di Architetto, forse, sta accadendo qualcosa che ci riporta indietro di un secolo.

Gli ingegneri e gli architetti hanno un unico ordinamento professionale, il Regio Decreto 23 ottobre 1925, N. 2537 (titolato «Approvazione del regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 37 del 15 febbraio 1926). Tale decreto è tutt'oggi in vigore e attua la Legge N. 1395 del 24 giugno 1923 («Tutela del titolo e dell’esercizio professionale degli ingegneri e degli architetti», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 167 del 17 luglio 1923).

Quando il Regio Decreto N. 2537/1925 vedeva la luce, esistevano ben sette modi di diventare Architetto.

Avevano diritto, in un regime transitorio, d'iscriversi all'Albo degli Architetti:

1)i diplomati di Accademie ed Istituti di Belle Arti che potevano comprovare di aver esercitato "lodevolmente" per cinque anni la professione di architetto;

2)i professionisti non diplomati che avessero, sempre "lodevolmente", esercitato la professione per 10 anni;

3)i titolari del diploma di «architetto civile» rilasciato dalla Scuola superiore di Architettura di Roma;

4)i titolari di laurea di «ingegnere-architetto» rilasciata dalla Sezione Architettura delle Reali Scuole di Ingegneria di Bologna, Padova, Napoli, Palermo e Roma;

5)i diplomati architetti degli antichi stati italiani;

6)i professionisti che, comunque, risultavano abilitati all'esercizio della professione;

7)i «Baumeister», cioè gli architetti dell'ex Impero Austro-Ungarico (la grande guerra si era conclusa sette anni prima e parecchi territori del nord-est erano, da poco, diventati italiani).

Allorché, nel 1863, nacque il Politecnico di Milano, erano previste le sole due figure dell'ingegnere civile e dell'ingegnere industriale. Nel 1865 nasce la figura dell'ingegnere-architetto (e ciò ci fa comprendere quale era il professionista di cui al precedente punto 4). Nel 1866 viene creata, anche a Torino, una sezione per architetti e rilasciato il titolo di architetto civile. L'«ingegnere-archietto» era un laureato che assommava (con un'unica laurea) entrambi i titoli. Vedremo che anche tale figura è ritornata, nel processo di riavvolgimento della Storia al quale poc’anzi facevamo cenno.

E’ da precisare che, prima della riforma Gentile del 1923, vigeva la legge Casati del 1859 e non era prevista una scuola per architetti.

L’esercizio della professione di Architetto – fino all’emanazione dei ricordati provvedimenti legislativi, risalenti all’inizio degli anni ’20 – era svolto, in larghissima parte, da professori di disegno sfornati dalle Accademie ed Istituti di Belle Arti, che formeranno il folto gruppo di cui al precedente punto 1.

E’, anzi, interessante notare che i primi Presidi della Facoltà di Architettura di Napoli sono tutti sprovvisti di laurea. Infatti abbiamo, come primo Direttore della "Real Scuola di Architettura di Napoli" (creata dal D.M. N. 1186 del 12 gennaio 1928) Raimondo D’Aronco, affiancato dall’on. Mattia Limoncelli.

Il friulano D’Aronco nasce a Godo (frazione di Gemona) il 31 agosto 1857. Ventenne, si iscrive ai corsi di ornato e architettura dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, diplomandosi nel 1880. Quindi, a 23 anni, aveva già concluso il suo iter formativo, compreso il periodo, di un paio d’anni, in cui era stato semplice muratore a Graz (Austria).

Con R.D. 2127 del 27 ottobre 1935, l'Istituto Superiore di Architettura di Napoli divenne Facoltà di Architettura.

Il primo Preside, nel vero senso della parola, sarà Alberto Calza Bini, anch’Egli privo di laurea. Sarà Preside dal 1936 al 1941 e dal 1950 al 1955 (dopo aver fatto dimenticare i suoi trascorsi fascisti e aver, addirittura, vissuto un periodo di internamento nel campo che gli alleati allestirono a Padula). Dal 1941 al 1950 è Preside Marcello Canino.

Alberto Calza Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881 e si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Roma a 20 anni, intraprendendo un’attività – pare alquanto apprezzata – di pittore e acquafortista. Colmerà, per conto suo, le lacune nel campo della Scienza delle Costruzioni.

La figura di Alberto Calza Bini è, comunque, assai complessa ed importante. Studiarla significa gettare luce sulla nascita e sull’evoluzione della figura dell’Architetto, giungendo, anche, ad una migliore comprensione della situazione attuale. Dovremo dedicare alla figura di Calza Bini un discorso a parte. Comunque, Egli mostrò notevoli doti organizzative e occupò un ruolo centrale nel processo politico che portò al varo della Legge N. 1395/1923 e del Regio Decreto N. 2537/1925. Lo definirei, innanzitutto, un manager, che sapeva muoversi molto bene negli ambienti politici romani.

Lo scopo del complesso lavorio iniziato – anche, se non soprattutto, da Calza Bini – agli albori del XX secolo e pressoché terminato con le suddette leggi, era quello di giungere ad un Albo degli Architetti, che raggruppasse solo tecnici laureati, giunti al termine di un valido e prestabilito percorso formativo, atto a formare il cosiddetto Architetto “integrale”. Il modello di riferimento fu la scuola di Roma.

E’ chiaro che occorreva passare per una fase transitoria, immettendo nell’Albo, quanti – sprovvisti di laurea, ma in possesso di un diploma – potevano dimostrare di aver esercitato "lodevolmente" per cinque anni la professione di Architetto. Addirittura poteva essere iscritto all’Albo (sempre nel regime transitorio iniziale) chi non possedeva nemmeno il diploma; ma, in questo caso, doveva essere di almeno 10 anni il periodo di “lodevole” esercizio della professione.

Ci fu una grande sanatoria. Nella prima ondata, immediatamente dopo il varo del Regio Decreto 23 ottobre 1925, N. 2537, ben 1310 persone chiesero di usufruire di questa sorta di “condono”. Una commissione ad hoc, presieduta da Gustavo Giovannoni, nel triennio 1926-1928 esaminò le domande ed abilitò 694 nuovi architetti, fra i quali non mancano nomi illustri. Rimase escluso Carlo Scarpa, diplomatosi professore di disegno nel 1926 (e che, quindi, non poteva esibire i 5 anni di "lodevole" esercizio della professione). Segnaliamo, a tal riguardo, il bel contributo di Alberto Scarzella Mazzocchi in cui, fra l’altro, si riferisce dell’ostracismo di cui fu oggetto Scarpa da parte dall’Ordine interprovinciale di Venezia, Belluno, Rovigo e Vicenza, che gli addebitò l’uso abusivo del titolo di Architetto. Carlo Scarpa (6 giugno 1906, 28 novembre 1978) collezionò tre denunce nel 1956, nel 1959, nel 1963 ed un esposto nel 1964.

Giovannoni, nella sua relazione finale ai lavori della commissione, non ha remore nel dichiarare che questi 694 “miracolati” erano quanti, nonostante studi “imperfetti e unilaterali”, avevano comunque maturato un’esperienza sul campo, tramite il pratico e “lodevole” esercizio della professione. I più saranno considerati architetti “semicompetenti”, destinati, nel tempo, a sparire (com’è stato) per lasciare il posto a quanti acquisivano la laurea, nelle nascenti Facoltà di Architettura, alcune delle quali – diciamoci la verità – non hanno disatteso le aspettative e sono riuscite, negli anni, a formare Architetti di indiscussa qualità.

Mai si sarebbe immaginato che avremmo avuto gli Architetti junior, ai quali, come vedremo, sono assegnate competenze professionali certamente inferiori a quelle degli architetti “semicompetenti” di ottant’anni fa, i quali, comunque, furono iscritti all’Albo senza limitazioni di sorta nell’esercizio della professione (se non la preclusione, sporadicamente registratasi, alla partecipazione di qualche concorso).

Ritorniamo al passo di gambero evocato all’inizio. Dopo mezzo secolo dalla liquidazione del sindacato fascista architetti e la creazione degli Ordini professionali dell’Italia democratica, si è frantumata la figura unitaria dell’Architetto e, oggi, l’Ordine comprende:

1)Architetti;

2)Pianificatori territoriali;

3)Paesaggisti;

4)Conservatori dei beni architettonici e ambientali;

5)Architetti junior;

6)Pianificatori junior.

E’ evidente che non è mia intenzione – in questo primo scritto finalizzato ad avviare un dibattito che potrebbe essere illuminante, se si registrasse un ampio coinvolgimento dei Colleghi e fossero apportati contributi qualificati – esprimere giudizi, ma semplicemente “fotografare” una realtà di fatto. Ed anche, un po’ provocatoriamente, stimolare il dibattito, giacché proprio chiarendo il quadro complessivo dei cent’anni di professione si può comprendere cosa sta accadendo e dove potremmo andare a parare.

L’Ordine degli Architetti, addirittura, ha cambiato nome, diventando l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, per giunta articolato in due sezioni: la A e la B. Alla prima si accede dopo aver sostenuto l’esame di Stato con il titolo di laurea specialistica quinquennale. Per la sezione B occorre superare l’esame di Stato, con il titolo di laurea triennale. Tutto ciò in ossequio a quanto disposto dal D.P.R. 328/01, pubblicato sul supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale N. 190 del 17 agosto 2001.

Vale la pena di tratteggiare brevemente le competenze professionali e i titoli spettanti alle varie figure che possono far parte, oggi, dell’Ordine.

Per l’Architetto della sezione A restano «immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa, le attività già stabilite dalle disposizioni vigenti nazionali ed europee per la professione di architetto, ed in particolare quelle che implicano l'uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali» (primo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01). Si tratta, allora, dell’architetto “integrale”, come lo vollero Calza Bini, Giovannoni e Piacentini e com’è stato dal 1923, allorché scattò – fermo e irrevocabile – il divieto, per i professori di disegno, di firmare progetti di Architettura.

Sicché si può prendere atto che il D.P.R. 328/01 non aveva l’obiettivo di superare la figura dell’architetto “integrale”, oggetto di tante critiche e della stanca tiritera delle troppo estese competenze, che vanno dal progetto del cucchiaio a quello della città (che è diventato uno scontato ritornello, uno stanco luogo comune). Anzi, c'è una sorta di ulteriore allargamento delle competenze, alle «metodologie avanzate, innovative o sperimentali».

E’ bene precisare che il titolo di Architetto spetta esclusivamente agli iscritti della settore Architettura della sezione A. Gli Architetti, allora, corrispondono agli appartenenti all’Ordine “tradizionale” istituiti con la richiamata Legge N. 1395/1923. Anche se gli Ordini degli Architetti, in realtà, nascono col crollo del fascismo e l’avvento della Repubblica. Dal 1923 alla caduta del fascismo (che potremmo datare al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 e all’ordine del giorno Grandi), gli Albi sono tenuti dal sindacato fascista architetti, di cui è segretario prima Alberto Calza Bini (dal 1923 al 1936) e, poi, Enrico Del Debbio.

L’Ordine degli Architetti di Napoli nasce nel 1944 con il Consiglio formato da Roberto Pane (Presidente), Filippo Mollica (Segretario), Vincenzo Gentile, Wladimiro Nespoli, Mario Russo e Giovanni Sepe. I più anziani, tra noi, hanno conosciuto qualcuno di questi architetti. Il più autorevole, indubbiamente, è Roberto Pane, che, in un annuario dell’Università, degli anni ’50, è presentato come «Officier d’accadémie francaise, Medaglia di bronzo al Valor Militare, Socio Nazionale della Società di Scienze, Lettere ad Arti, Ord. di Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti». Giovanni Sepe era Professore libero docente di Composizione Architettonica e, poi, di Decorazione. Wladimiro Nespoli insegnava al Liceo Artistico.

Le competenze del pianificatore territoriale sono fissate dal secondo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale recita:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore pianificazione territoriale:

j)la pianificazione del territorio, del paesaggio, dell'ambiente e della città;

k)lo svolgimento e il coordinamento di analisi complesse e specialistiche delle strutture urbane, territoriali, paesaggistiche e ambientali, il coordinamento e la gestione di attività di valutazione ambientale e di fattibilità dei piani e dei progetti urbani e territoriali;

l)strategie, politiche e progetti di trasformazione urbana e territoriale.»

Esula dalle competenze del pianificatore la progettazione architettonica. C’è chi sostiene che il Pianificatore territoriale non possa redigere piani attuativi di dettaglio, ad esempio i P.d.R. di cui all’art. 28 della Legge 457/78, per la valenza architettonica degli stessi. Infine, lo stesso Pianificatore non ha competenze esclusive e, ovviamente, non può fregiarsi del titolo di Architetto (così come le altre figure elencate in precedenza, escluso l’architetto con laurea triennale, obbligato ad aggiungere l’aggettivo junior, che è sinonimo di minore, giovane).

Passiamo, adesso, al Paesaggista (questo è il titolo che gli spetta). Le sue competenze professionali sono fissate dal terzo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale recita:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore paesaggistica:

a)la progettazione e la direzione relative a giardini e parchi;

b)la redazione di piani paesistici;

c)il restauro di parchi e giardini storici, contemplati dalla legge 20 giugno 1909, n. 364, ad esclusione delle loro componenti edilizie.»

Le competenze del Conservatore sono precisate dal quarto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale stabilisce che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore conservazione dei beni architettonici ed ambientali:

a)la diagnosi dei processi di degrado e dissesto dei beni architettonici e ambientali e la individuazione degli interventi e delle tecniche miranti alla loro conservazione.»

Nonostante l’appartenenza alla sezione A dell’Albo, il Conservatore non è abilitato alla progettazione. Parrebbe, allora, destinato a svolgere una mera opera di consulenza e di supporto, all’Architetto, per la diagnosi ed l’individuazione degli interventi e delle tecniche più indicate alla conservazione dei beni architettonici ed ambientali.

Prima di passare alle competenze dell’Architetto junior e del Pianificatore junior è bene riportare qualche dato “storico” interessante: gli architetti sono passati, in Italia, da 1665 del 1941 agli attuali 145.000, che appare un numero del tutto esorbitante. Chi ce lo dice ? Il giornale «la Repubblica» del 4 gennaio 2012, pag. 10.

Nel 1938 abbiamo 79 architetti in Campania, 6 in Abruzzo, 3 in Calabria e nessuno in Basilicata. In totale 88 architetti in quello che, dopo il secondo conflitto mondiale, sarà l'Ordine degli Architetti della Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria.

L’Ordine degli Architetti di Napoli è passato da poco più di 1500 iscritti del 1978 (allorché era Ordine degli Architetti della Campania, Abruzzo, Molise e Basilicata) a 1681 nel 1984, 1986 nel 1986, 2312 nel 1988 (l’Ordine, adesso, comprende solo le province di Napoli e Isernia), 2604 nel 1990 (da adesso in poi solo la provincia di Napoli), 2960 nel 1992, 3451 nel 1994, 4668 nel 1999, 5377 nel 2001, 6992 nel 2005 (di cui 6981 della sezione A e solo 11 della B) e ben 7920 nel 2009 (di cui 7850 della sezione A e 70 della B).

Mentre scriviamo, risultano iscritti (solo a Napoli e provincia) più di 8500 architetti.

Secondo le stime ISTAT, in Italia ci sono 59 milioni di abitanti. Gli architetti, come appena detto, sono 145000 e ne deriva che c'è un architetto ogni 407 abitanti. Questo dato dovrebbe far riflettere ed indurre a produrre sforzi sovrumani per aprire adeguati spazi occupazionali (nella scuola, nell'università, nelle strutture tecniche pubbliche, nelle industrie private delle costruzioni, incoraggiare gli architetti a creare studi associati interdisciplinari, favorire la ricerca di lavoro all'estero e via dicendo). Non serve una proposta di riforma dell'ordinamento professionale che è solo una riforma del sistema ordinistico, per irrigidirlo, per perpetuare privilegi, per risolvere i problemi decimando gli architetti (radiazione dall'Albo di quanti non riescono ad esercitare la professione).

Gli architetti si sono quasi centuplicati da quando, all’epoca del sindacato fascista architetti, già apparivano in eccesso, rispetto alle possibilità offerte dal mercato. Anche se gli esponenti del sindacato fascista architetti, una volta “sistemate” le loro faccende e quelle dei congiunti, riuscivano, bene o male, a distribuire lavoro a tutti e, in modo particolare, a quanti erano più critici e combattivi, con l’evidente scopo di tacitarli.

Le competenze dell’Architetto junior sono, come vedremo tra breve, limitate ad un ruolo di supporto e collaborazione – in tutte le fasi del processo edilizio: progetto, direzione lavori, stima, collaudo, ecc. – all’Architetto o all’Ingegnere. Infatti, alla lettera “a” del quinto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, è stabilito che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, restando immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa:

a)  per il settore "architettura":

1)le attività basate sull'applicazione delle scienze, volte al concorso e alla collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie, comprese le opere pubbliche;

2)la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la misura, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate;

3)i rilievi diretti e strumentali sull'edilizia attuale e storica.»

Per adesso gli Architetti junior rappresentano un’esigua minoranza degli iscritti all’Albo e problemi non sono ancora nati. E’, però, facilmente prevedibile che nasceranno dei conflitti, in merito alla nozione di «costruzione civile semplice». Essa ricorda quella di «modesta costruzione civile» prevista per il Geometra (art. 16 del R.D. 274/29) e che è stata all’origine di infinite diatribe, soprattutto fra Ingegneri e Geometri. Parrebbe che l’attributo di «semplice» (riferita a costruzione) comporti meno limitazioni rispetto a quella di «modesta», che vale per i Geometri. Sicché la figura dell’Architetto junior pare collocarsi in una posizione intermedia fra l’Architetto tout court (che qualcuno, inopportunamente, avrebbe voluto chiamare Architetto senior per meglio distinguerlo dall'Architetto junior) e il Geometra.

Che l’Architetto junior sia nato perché lo vuole l’Europa non appare del tutto convincente se la Commissione europea ha affermato che servono almeno quattro anni di studi per esercitare la professione nei Paesi Ue. Parrebbe, allora, che l’Architetto junior possa lavorare solo nell’ambito dei confini nazionali.

Le competenze stabilite per il Pianificatore junior sembrano delineare una figura destinata, più che altro, a trovare inserimento nella pubblica amministrazione. Infatti, alla lettera “b” del quinto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, è stabilito che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, restando immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa:

b) per il settore "pianificazione":

1)le attività basate sull'applicazione delle scienze volte al concorso e alla collaborazione alle attività di pianificazione;

2)la costruzione e gestione di sistemi informativi per l'analisi e la gestione della città e del territorio;

3)l'analisi, il monitoraggio e la valutazione territoriale ed ambientale;

4)procedure di gestione e di valutazione di atti di pianificazione territoriale e relativi programmi complessi.»

Si diceva, all’inizio, che è ritornata anche la figura dell’«ingegnere-archietto». Infatti, da alcuni anni è attivo, presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II un corso di laurea specialistica in Ingegneria Edile-Architettura. Sulla Guida dello Studente si legge che esso «ha un ordinamento specificamente strutturato nel rispetto della direttiva 85/384/CEE concernente i diplomi, certificati e altri titoli che danno accesso, nell’Unione Europea, alle attività del settore dell’architettura.» E inoltre che «Obiettivo del Corso di Laurea specialistica è quello di formare una figura professionale che alla specifica capacità progettuale a livello architettonico e urbanistico accompagni la padronanza degli strumenti relativi alla fattibilità costruttiva dell’opera ideata, fino a poterne seguire con competenza la corretta esecuzione sotto il profilo estetico, funzionale e tecnico-economico. Si attua, pertanto, una integrazione in senso qualitativo della formazione storico-critica con quella scientifica, secondo una impostazione didattica che concepisce la progettazione come processo di sintesi, per conferire a tale figura professionale pieno titolo per operare, anche a livello europeo, nel campo della progettazione architettonica e urbanistica.» E’ l’Architetto “integrale” che avrebbe mandato in visibilio Giovannoni, Piacentini e Calza Bini. I futuri architetti saranno, di fatto, sfornati dalla Facoltà di Ingegneria? Direi di si.

Conviene chiudere qui questo scritto, che è servito giusto a inquadrare un po’ meglio i nodi cruciali.

Ultima considerazione, per ritornare al fenomeno di riavvolgimento della storia detto all’inizio: come funzionava, una volta, la Facoltà di Ingegneria? Essa durava 3 anni, ma si accedeva solo dopo aver superato il biennio presso la Facoltà di Matematica e Fisica. Ovviamente, nell’arco di questo biennio di studi, si assimilavano bene quelle materie che definirei “basilari” (Analisi Matematica, Geometria analitica e descrittiva, Fisica, Chimica, ecc.). Poi, l’allievo decideva se laurearsi in Matematica (tramite ulteriori 2 anni di studio) oppure iscriversi a Ingegneria (che, come appena detto, durava 3 anni e iniziava ad avere delle specializzazioni). Insomma, c’era il 2+3. Oggi abbiamo il 3+2. Si dirà che, invertendo l’ordine degli addendi, la somma non cambia (2+3=5 e 3+2=5). In realtà non è così. Prima c’era una logica: venivano prima le basi e poi la specializzazione. Si realizzavano prima le fondazioni e, poi, la struttura in elevazione. Oggi si persegue l’assurda idea di fare il contrario.

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