A passo di gambero

Umberto Eco, nel suo libro «A passo di gambero» (Ed. Bompiani, 2006) sostiene la suggestiva tesi secondo la quale, a partire dalla fine del secolo scorso, pare che la Storia abbia ingranato la marcia indietro, riproponendosi avvenimenti che pensavamo, per sempre, appartenenti al passato.

A pag. 7 del suo libro, Eco afferma: «Sembra quasi che la storia, affannata per i balzi fatti nei due millenni precedenti, si riavvolga su se stessa, ritornando ai fasti confortevoli della Tradizione.»

Umberto Eco fa molti esempi per dimostrare detto fenomeno: dopo la caduta del muro di Berlino, si è ritornati (con la Serbia, il Montenegro, ecc.) alle cartine geopolitiche precedenti la grande guerra; con Internet, si è passati dalle comunicazioni via etere a quelle via cavo ed Eco osserva che da Marconi si è tornati a Meucci; dopo la guerra fredda si è tornati a quella calda (coi vari conflitti del Kossovo, dell’Afghanistan, dell’Iraq, della libia) e via dicendo.

Ognuno di noi può portare esempi a sostegno di questo moto retrogrado della Storia. Mio nonno (classe 1872), a volte si confondeva nel riferire quanto aveva pagato una certa cosa. Ad esempio, era costata 90 Lire e diceva di averla pagata 90 centesimi, avendo trascorso buona parte della sua esistenza quando c’erano i centesimi di Lira. Questi “centesimi” mi sembravano qualcosa appartenente ad un passato remoto e definitivamente tramontato. Oggi, con l’Euro, sono tornati i centesimi e mio nonno – se fosse vivo e a parte i suoi attuali 140 anni – non stupirebbe nessuno, se riferisse di aver acquistato mezzo toscano, pagandolo 90 centesimi.

Anche Eco, se vogliamo, è una prova vivente del riavvolgimento della Storia giacché il filosofo napoletano Giovanbattista Vico, vissuto a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, elaborò la “teoria dei corsi e dei ricorsi storici” secondo la quale si ripetono dei cicli distinti, obbedendo ad un disegno della divina provvidenza.

Anche per la professione di Architetto, forse, sta accadendo qualcosa che ci riporta indietro di un secolo.

Gli ingegneri e gli architetti hanno un unico ordinamento professionale, il Regio Decreto 23 ottobre 1925, N. 2537 (titolato «Approvazione del regolamento per le professioni di ingegnere e di architetto», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 37 del 15 febbraio 1926). Tale decreto è tutt'oggi in vigore e attua la Legge N. 1395 del 24 giugno 1923 («Tutela del titolo e dell’esercizio professionale degli ingegneri e degli architetti», pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale N. 167 del 17 luglio 1923).

Quando il Regio Decreto N. 2537/1925 vedeva la luce, esistevano ben sette modi di diventare Architetto.

Avevano diritto, in un regime transitorio, d'iscriversi all'Albo degli Architetti:

1)i diplomati di Accademie ed Istituti di Belle Arti che potevano comprovare di aver esercitato "lodevolmente" per cinque anni la professione di architetto;

2)i professionisti non diplomati che avessero, sempre "lodevolmente", esercitato la professione per 10 anni;

3)i titolari del diploma di «architetto civile» rilasciato dalla Scuola superiore di Architettura di Roma;

4)i titolari di laurea di «ingegnere-architetto» rilasciata dalla Sezione Architettura delle Reali Scuole di Ingegneria di Bologna, Padova, Napoli, Palermo e Roma;

5)i diplomati architetti degli antichi stati italiani;

6)i professionisti che, comunque, risultavano abilitati all'esercizio della professione;

7)i «Baumeister», cioè gli architetti dell'ex Impero Austro-Ungarico (la grande guerra si era conclusa sette anni prima e parecchi territori del nord-est erano, da poco, diventati italiani).

Allorché, nel 1863, nacque il Politecnico di Milano, erano previste le sole due figure dell'ingegnere civile e dell'ingegnere industriale. Nel 1865 nasce la figura dell'ingegnere-architetto (e ciò ci fa comprendere quale era il professionista di cui al precedente punto 4). Nel 1866 viene creata, anche a Torino, una sezione per architetti e rilasciato il titolo di architetto civile. L'«ingegnere-archietto» era un laureato che assommava (con un'unica laurea) entrambi i titoli. Vedremo che anche tale figura è ritornata, nel processo di riavvolgimento della Storia al quale poc’anzi facevamo cenno.

E’ da precisare che, prima della riforma Gentile del 1923, vigeva la legge Casati del 1859 e non era prevista una scuola per architetti.

L’esercizio della professione di Architetto – fino all’emanazione dei ricordati provvedimenti legislativi, risalenti all’inizio degli anni ’20 – era svolto, in larghissima parte, da professori di disegno sfornati dalle Accademie ed Istituti di Belle Arti, che formeranno il folto gruppo di cui al precedente punto 1.

E’, anzi, interessante notare che i primi Presidi della Facoltà di Architettura di Napoli sono tutti sprovvisti di laurea. Infatti abbiamo, come primo Direttore della "Real Scuola di Architettura di Napoli" (creata dal D.M. N. 1186 del 12 gennaio 1928) Raimondo D’Aronco, affiancato dall’on. Mattia Limoncelli.

Il friulano D’Aronco nasce a Godo (frazione di Gemona) il 31 agosto 1857. Ventenne, si iscrive ai corsi di ornato e architettura dell'Accademia di Belle Arti di Venezia, diplomandosi nel 1880. Quindi, a 23 anni, aveva già concluso il suo iter formativo, compreso il periodo, di un paio d’anni, in cui era stato semplice muratore a Graz (Austria).

Con R.D. 2127 del 27 ottobre 1935, l'Istituto Superiore di Architettura di Napoli divenne Facoltà di Architettura.

Il primo Preside, nel vero senso della parola, sarà Alberto Calza Bini, anch’Egli privo di laurea. Sarà Preside dal 1936 al 1941 e dal 1950 al 1955 (dopo aver fatto dimenticare i suoi trascorsi fascisti e aver, addirittura, vissuto un periodo di internamento nel campo che gli alleati allestirono a Padula). Dal 1941 al 1950 è Preside Marcello Canino.

Alberto Calza Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881 e si diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Roma a 20 anni, intraprendendo un’attività – pare alquanto apprezzata – di pittore e acquafortista. Colmerà, per conto suo, le lacune nel campo della Scienza delle Costruzioni.

La figura di Alberto Calza Bini è, comunque, assai complessa ed importante. Studiarla significa gettare luce sulla nascita e sull’evoluzione della figura dell’Architetto, giungendo, anche, ad una migliore comprensione della situazione attuale. Dovremo dedicare alla figura di Calza Bini un discorso a parte. Comunque, Egli mostrò notevoli doti organizzative e occupò un ruolo centrale nel processo politico che portò al varo della Legge N. 1395/1923 e del Regio Decreto N. 2537/1925. Lo definirei, innanzitutto, un manager, che sapeva muoversi molto bene negli ambienti politici romani.

Lo scopo del complesso lavorio iniziato – anche, se non soprattutto, da Calza Bini – agli albori del XX secolo e pressoché terminato con le suddette leggi, era quello di giungere ad un Albo degli Architetti, che raggruppasse solo tecnici laureati, giunti al termine di un valido e prestabilito percorso formativo, atto a formare il cosiddetto Architetto “integrale”. Il modello di riferimento fu la scuola di Roma.

E’ chiaro che occorreva passare per una fase transitoria, immettendo nell’Albo, quanti – sprovvisti di laurea, ma in possesso di un diploma – potevano dimostrare di aver esercitato "lodevolmente" per cinque anni la professione di Architetto. Addirittura poteva essere iscritto all’Albo (sempre nel regime transitorio iniziale) chi non possedeva nemmeno il diploma; ma, in questo caso, doveva essere di almeno 10 anni il periodo di “lodevole” esercizio della professione.

Ci fu una grande sanatoria. Nella prima ondata, immediatamente dopo il varo del Regio Decreto 23 ottobre 1925, N. 2537, ben 1310 persone chiesero di usufruire di questa sorta di “condono”. Una commissione ad hoc, presieduta da Gustavo Giovannoni, nel triennio 1926-1928 esaminò le domande ed abilitò 694 nuovi architetti, fra i quali non mancano nomi illustri. Rimase escluso Carlo Scarpa, diplomatosi professore di disegno nel 1926 (e che, quindi, non poteva esibire i 5 anni di "lodevole" esercizio della professione). Segnaliamo, a tal riguardo, il bel contributo di Alberto Scarzella Mazzocchi in cui, fra l’altro, si riferisce dell’ostracismo di cui fu oggetto Scarpa da parte dall’Ordine interprovinciale di Venezia, Belluno, Rovigo e Vicenza, che gli addebitò l’uso abusivo del titolo di Architetto. Carlo Scarpa (6 giugno 1906, 28 novembre 1978) collezionò tre denunce nel 1956, nel 1959, nel 1963 ed un esposto nel 1964.

Giovannoni, nella sua relazione finale ai lavori della commissione, non ha remore nel dichiarare che questi 694 “miracolati” erano quanti, nonostante studi “imperfetti e unilaterali”, avevano comunque maturato un’esperienza sul campo, tramite il pratico e “lodevole” esercizio della professione. I più saranno considerati architetti “semicompetenti”, destinati, nel tempo, a sparire (com’è stato) per lasciare il posto a quanti acquisivano la laurea, nelle nascenti Facoltà di Architettura, alcune delle quali – diciamoci la verità – non hanno disatteso le aspettative e sono riuscite, negli anni, a formare Architetti di indiscussa qualità.

Mai si sarebbe immaginato che avremmo avuto gli Architetti junior, ai quali, come vedremo, sono assegnate competenze professionali certamente inferiori a quelle degli architetti “semicompetenti” di ottant’anni fa, i quali, comunque, furono iscritti all’Albo senza limitazioni di sorta nell’esercizio della professione (se non la preclusione, sporadicamente registratasi, alla partecipazione di qualche concorso).

Ritorniamo al passo di gambero evocato all’inizio. Dopo mezzo secolo dalla liquidazione del sindacato fascista architetti e la creazione degli Ordini professionali dell’Italia democratica, si è frantumata la figura unitaria dell’Architetto e, oggi, l’Ordine comprende:

1)Architetti;

2)Pianificatori territoriali;

3)Paesaggisti;

4)Conservatori dei beni architettonici e ambientali;

5)Architetti junior;

6)Pianificatori junior.

E’ evidente che non è mia intenzione – in questo primo scritto finalizzato ad avviare un dibattito che potrebbe essere illuminante, se si registrasse un ampio coinvolgimento dei Colleghi e fossero apportati contributi qualificati – esprimere giudizi, ma semplicemente “fotografare” una realtà di fatto. Ed anche, un po’ provocatoriamente, stimolare il dibattito, giacché proprio chiarendo il quadro complessivo dei cent’anni di professione si può comprendere cosa sta accadendo e dove potremmo andare a parare.

L’Ordine degli Architetti, addirittura, ha cambiato nome, diventando l’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori, per giunta articolato in due sezioni: la A e la B. Alla prima si accede dopo aver sostenuto l’esame di Stato con il titolo di laurea specialistica quinquennale. Per la sezione B occorre superare l’esame di Stato, con il titolo di laurea triennale. Tutto ciò in ossequio a quanto disposto dal D.P.R. 328/01, pubblicato sul supplemento ordinario della Gazzetta Ufficiale N. 190 del 17 agosto 2001.

Vale la pena di tratteggiare brevemente le competenze professionali e i titoli spettanti alle varie figure che possono far parte, oggi, dell’Ordine.

Per l’Architetto della sezione A restano «immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa, le attività già stabilite dalle disposizioni vigenti nazionali ed europee per la professione di architetto, ed in particolare quelle che implicano l'uso di metodologie avanzate, innovative o sperimentali» (primo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01). Si tratta, allora, dell’architetto “integrale”, come lo vollero Calza Bini, Giovannoni e Piacentini e com’è stato dal 1923, allorché scattò – fermo e irrevocabile – il divieto, per i professori di disegno, di firmare progetti di Architettura.

Sicché si può prendere atto che il D.P.R. 328/01 non aveva l’obiettivo di superare la figura dell’architetto “integrale”, oggetto di tante critiche e della stanca tiritera delle troppo estese competenze, che vanno dal progetto del cucchiaio a quello della città (che è diventato uno scontato ritornello, uno stanco luogo comune). Anzi, c'è una sorta di ulteriore allargamento delle competenze, alle «metodologie avanzate, innovative o sperimentali».

E’ bene precisare che il titolo di Architetto spetta esclusivamente agli iscritti della settore Architettura della sezione A. Gli Architetti, allora, corrispondono agli appartenenti all’Ordine “tradizionale” istituiti con la richiamata Legge N. 1395/1923. Anche se gli Ordini degli Architetti, in realtà, nascono col crollo del fascismo e l’avvento della Repubblica. Dal 1923 alla caduta del fascismo (che potremmo datare al Gran Consiglio del 25 luglio 1943 e all’ordine del giorno Grandi), gli Albi sono tenuti dal sindacato fascista architetti, di cui è segretario prima Alberto Calza Bini (dal 1923 al 1936) e, poi, Enrico Del Debbio.

L’Ordine degli Architetti di Napoli nasce nel 1944 con il Consiglio formato da Roberto Pane (Presidente), Filippo Mollica (Segretario), Vincenzo Gentile, Wladimiro Nespoli, Mario Russo e Giovanni Sepe. I più anziani, tra noi, hanno conosciuto qualcuno di questi architetti. Il più autorevole, indubbiamente, è Roberto Pane, che, in un annuario dell’Università, degli anni ’50, è presentato come «Officier d’accadémie francaise, Medaglia di bronzo al Valor Militare, Socio Nazionale della Società di Scienze, Lettere ad Arti, Ord. di Caratteri stilistici e costruttivi dei monumenti». Giovanni Sepe era Professore libero docente di Composizione Architettonica e, poi, di Decorazione. Wladimiro Nespoli insegnava al Liceo Artistico.

Le competenze del pianificatore territoriale sono fissate dal secondo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale recita:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore pianificazione territoriale:

j)la pianificazione del territorio, del paesaggio, dell'ambiente e della città;

k)lo svolgimento e il coordinamento di analisi complesse e specialistiche delle strutture urbane, territoriali, paesaggistiche e ambientali, il coordinamento e la gestione di attività di valutazione ambientale e di fattibilità dei piani e dei progetti urbani e territoriali;

l)strategie, politiche e progetti di trasformazione urbana e territoriale.»

Esula dalle competenze del pianificatore la progettazione architettonica. C’è chi sostiene che il Pianificatore territoriale non possa redigere piani attuativi di dettaglio, ad esempio i P.d.R. di cui all’art. 28 della Legge 457/78, per la valenza architettonica degli stessi. Infine, lo stesso Pianificatore non ha competenze esclusive e, ovviamente, non può fregiarsi del titolo di Architetto (così come le altre figure elencate in precedenza, escluso l’architetto con laurea triennale, obbligato ad aggiungere l’aggettivo junior, che è sinonimo di minore, giovane).

Passiamo, adesso, al Paesaggista (questo è il titolo che gli spetta). Le sue competenze professionali sono fissate dal terzo comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale recita:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore paesaggistica:

a)la progettazione e la direzione relative a giardini e parchi;

b)la redazione di piani paesistici;

c)il restauro di parchi e giardini storici, contemplati dalla legge 20 giugno 1909, n. 364, ad esclusione delle loro componenti edilizie.»

Le competenze del Conservatore sono precisate dal quarto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, in quale stabilisce che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione A - settore conservazione dei beni architettonici ed ambientali:

a)la diagnosi dei processi di degrado e dissesto dei beni architettonici e ambientali e la individuazione degli interventi e delle tecniche miranti alla loro conservazione.»

Nonostante l’appartenenza alla sezione A dell’Albo, il Conservatore non è abilitato alla progettazione. Parrebbe, allora, destinato a svolgere una mera opera di consulenza e di supporto, all’Architetto, per la diagnosi ed l’individuazione degli interventi e delle tecniche più indicate alla conservazione dei beni architettonici ed ambientali.

Prima di passare alle competenze dell’Architetto junior e del Pianificatore junior è bene riportare qualche dato “storico” interessante: gli architetti sono passati, in Italia, da 1665 del 1941 agli attuali 145.000, che appare un numero del tutto esorbitante. Chi ce lo dice ? Il giornale «la Repubblica» del 4 gennaio 2012, pag. 10.

Nel 1938 abbiamo 79 architetti in Campania, 6 in Abruzzo, 3 in Calabria e nessuno in Basilicata. In totale 88 architetti in quello che, dopo il secondo conflitto mondiale, sarà l'Ordine degli Architetti della Campania, Abruzzo, Molise, Basilicata e Calabria.

L’Ordine degli Architetti di Napoli è passato da poco più di 1500 iscritti del 1978 (allorché era Ordine degli Architetti della Campania, Abruzzo, Molise e Basilicata) a 1681 nel 1984, 1986 nel 1986, 2312 nel 1988 (l’Ordine, adesso, comprende solo le province di Napoli e Isernia), 2604 nel 1990 (da adesso in poi solo la provincia di Napoli), 2960 nel 1992, 3451 nel 1994, 4668 nel 1999, 5377 nel 2001, 6992 nel 2005 (di cui 6981 della sezione A e solo 11 della B) e ben 7920 nel 2009 (di cui 7850 della sezione A e 70 della B).

Mentre scriviamo, risultano iscritti (solo a Napoli e provincia) più di 8500 architetti.

Secondo le stime ISTAT, in Italia ci sono 59 milioni di abitanti. Gli architetti, come appena detto, sono 145000 e ne deriva che c'è un architetto ogni 407 abitanti. Questo dato dovrebbe far riflettere ed indurre a produrre sforzi sovrumani per aprire adeguati spazi occupazionali (nella scuola, nell'università, nelle strutture tecniche pubbliche, nelle industrie private delle costruzioni, incoraggiare gli architetti a creare studi associati interdisciplinari, favorire la ricerca di lavoro all'estero e via dicendo). Non serve una proposta di riforma dell'ordinamento professionale che è solo una riforma del sistema ordinistico, per irrigidirlo, per perpetuare privilegi, per risolvere i problemi decimando gli architetti (radiazione dall'Albo di quanti non riescono ad esercitare la professione).

Gli architetti si sono quasi centuplicati da quando, all’epoca del sindacato fascista architetti, già apparivano in eccesso, rispetto alle possibilità offerte dal mercato. Anche se gli esponenti del sindacato fascista architetti, una volta “sistemate” le loro faccende e quelle dei congiunti, riuscivano, bene o male, a distribuire lavoro a tutti e, in modo particolare, a quanti erano più critici e combattivi, con l’evidente scopo di tacitarli.

Le competenze dell’Architetto junior sono, come vedremo tra breve, limitate ad un ruolo di supporto e collaborazione – in tutte le fasi del processo edilizio: progetto, direzione lavori, stima, collaudo, ecc. – all’Architetto o all’Ingegnere. Infatti, alla lettera “a” del quinto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, è stabilito che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, restando immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa:

a)  per il settore "architettura":

1)le attività basate sull'applicazione delle scienze, volte al concorso e alla collaborazione alle attività di progettazione, direzione dei lavori, stima e collaudo di opere edilizie, comprese le opere pubbliche;

2)la progettazione, la direzione dei lavori, la vigilanza, la misura, la contabilità e la liquidazione relative a costruzioni civili semplici, con l'uso di metodologie standardizzate;

3)i rilievi diretti e strumentali sull'edilizia attuale e storica.»

Per adesso gli Architetti junior rappresentano un’esigua minoranza degli iscritti all’Albo e problemi non sono ancora nati. E’, però, facilmente prevedibile che nasceranno dei conflitti, in merito alla nozione di «costruzione civile semplice». Essa ricorda quella di «modesta costruzione civile» prevista per il Geometra (art. 16 del R.D. 274/29) e che è stata all’origine di infinite diatribe, soprattutto fra Ingegneri e Geometri. Parrebbe che l’attributo di «semplice» (riferita a costruzione) comporti meno limitazioni rispetto a quella di «modesta», che vale per i Geometri. Sicché la figura dell’Architetto junior pare collocarsi in una posizione intermedia fra l’Architetto tout court (che qualcuno, inopportunamente, avrebbe voluto chiamare Architetto senior per meglio distinguerlo dall'Architetto junior) e il Geometra.

Che l’Architetto junior sia nato perché lo vuole l’Europa non appare del tutto convincente se la Commissione europea ha affermato che servono almeno quattro anni di studi per esercitare la professione nei Paesi Ue. Parrebbe, allora, che l’Architetto junior possa lavorare solo nell’ambito dei confini nazionali.

Le competenze stabilite per il Pianificatore junior sembrano delineare una figura destinata, più che altro, a trovare inserimento nella pubblica amministrazione. Infatti, alla lettera “b” del quinto comma dell’art. 16 del D.P.R. 328/01, è stabilito che:

«Formano oggetto dell'attività professionale degli iscritti nella sezione B, ai sensi e per gli effetti di cui all'articolo 1, comma 2, restando immutate le riserve e attribuzioni già stabilite dalla vigente normativa:

b) per il settore "pianificazione":

1)le attività basate sull'applicazione delle scienze volte al concorso e alla collaborazione alle attività di pianificazione;

2)la costruzione e gestione di sistemi informativi per l'analisi e la gestione della città e del territorio;

3)l'analisi, il monitoraggio e la valutazione territoriale ed ambientale;

4)procedure di gestione e di valutazione di atti di pianificazione territoriale e relativi programmi complessi.»

Si diceva, all’inizio, che è ritornata anche la figura dell’«ingegnere-archietto». Infatti, da alcuni anni è attivo, presso la Facoltà di Ingegneria della Federico II un corso di laurea specialistica in Ingegneria Edile-Architettura. Sulla Guida dello Studente si legge che esso «ha un ordinamento specificamente strutturato nel rispetto della direttiva 85/384/CEE concernente i diplomi, certificati e altri titoli che danno accesso, nell’Unione Europea, alle attività del settore dell’architettura.» E inoltre che «Obiettivo del Corso di Laurea specialistica è quello di formare una figura professionale che alla specifica capacità progettuale a livello architettonico e urbanistico accompagni la padronanza degli strumenti relativi alla fattibilità costruttiva dell’opera ideata, fino a poterne seguire con competenza la corretta esecuzione sotto il profilo estetico, funzionale e tecnico-economico. Si attua, pertanto, una integrazione in senso qualitativo della formazione storico-critica con quella scientifica, secondo una impostazione didattica che concepisce la progettazione come processo di sintesi, per conferire a tale figura professionale pieno titolo per operare, anche a livello europeo, nel campo della progettazione architettonica e urbanistica.» E’ l’Architetto “integrale” che avrebbe mandato in visibilio Giovannoni, Piacentini e Calza Bini. I futuri architetti saranno, di fatto, sfornati dalla Facoltà di Ingegneria? Direi di si.

Conviene chiudere qui questo scritto, che è servito giusto a inquadrare un po’ meglio i nodi cruciali.

Ultima considerazione, per ritornare al fenomeno di riavvolgimento della storia detto all’inizio: come funzionava, una volta, la Facoltà di Ingegneria? Essa durava 3 anni, ma si accedeva solo dopo aver superato il biennio presso la Facoltà di Matematica e Fisica. Ovviamente, nell’arco di questo biennio di studi, si assimilavano bene quelle materie che definirei “basilari” (Analisi Matematica, Geometria analitica e descrittiva, Fisica, Chimica, ecc.). Poi, l’allievo decideva se laurearsi in Matematica (tramite ulteriori 2 anni di studio) oppure iscriversi a Ingegneria (che, come appena detto, durava 3 anni e iniziava ad avere delle specializzazioni). Insomma, c’era il 2+3. Oggi abbiamo il 3+2. Si dirà che, invertendo l’ordine degli addendi, la somma non cambia (2+3=5 e 3+2=5). In realtà non è così. Prima c’era una logica: venivano prima le basi e poi la specializzazione. Si realizzavano prima le fondazioni e, poi, la struttura in elevazione. Oggi si persegue l’assurda idea di fare il contrario.

Articolo Arch. Giovanni Loi (www.anarchit.org)

Cari colleghi,
abbiamo chiesto all’ arch. Giovanni Loi, fondatore di www.anarchit.org e da circa un decennio impegnato ad analizzare e ad approfondire i temi legati alla professione, un contributo sul tema di scottante attualità riguardante la  “Riforma delle Professioni”: l’ idea era puntualizzare, partendo da una realtà differente come Milano, la condizione della categoria, per poter riuscire a saperne di più sul nostro futuro e sulle problematiche che da anni attanagliano l’ attività    dell’ architetto.
Il contributo, integralmente consultabile, è notevolmente interessante: la penna graffiante di Loi riesce a mettere in luce, attraverso l’ esperienza vissuta all’ Ordine lombardo, che a grandi linee rispecchia la situazione di Napoli ed oltre, aspetti importanti, che effettivamente delineano uno scenario di una professione in crisi.
A qualcuno, che non conosce lo stile dell’ arch. Loi, l’ articolo può sembrare spropositato, in alcuni tratti esageratamente aggressivo; tuttavia, è innegabile sottolineare il coraggio e il  senso di responsabilità di chi, non sentendosi pienamente soddisfatto e tutelato nell’ attività professionale, cerchi di approfondire le cause del fenomeno.
La personale posizione dell’ autore, condivisibile o meno, rappresenta certamente un modo alternativo di affrontare le tematiche di politica professionale che, per quanti ancora oggi ritengono lontane e non interessanti, continueranno a condizionare sempre di più i nostri destini.

Cronaca dei nostri giorni

LA RIFORMA DELLE PROFESSIONI INTELLETTUALI
 
Per liberalizzazione s’intende un processo legislativo consistente nella riduzione di restrizioni precedentemente esistenti.
C’è chi si è preso la briga di calcolare il cosiddetto indice di regolamentazione per la professione di Architetto, tra i vari Paesi Ue. In una scala che va da 0 a 12, l’Italia è al primo posto – in quanto a rigidità – con l’indice 6,2. Segue il Lussemburgo con 5,3, l’Austria con 5,1 e chiudono la lista, col valore nullo, Irlanda, Danimarca, Regno Unito e Svezia.
Un mercato liberalizzato della professione deve basarsi (non per me, ma per chi è deputato a prende le decisioni) su tre condizioni essenziali:
  • una committenza libera di scegliere a chi affidare l’incarico, anche in base a forme corrette di pubblicità;
  • un’offerta concorrenziale, che giochi sul rapporto qualità/prezzo;
  • un accesso garantito agli Ordini o alle Libere Associazioni, con condizioni di parità fra gli iscritti.
Il tema della riforma delle professioni è, oramai, dibattuto da anni.
Iniziavo a credere che sarebbe diventato un tema mitologico, da dibattere fino al giorno del giudizio finale e della consumazione dei tempi, senza decidere alcunché.
Invece la situazione sta precipitando e ne vedremo, presto, delle belle.
Ogni problema si sarebbe risolto abrogando la Legge 25 aprile 1938, N. 897 la quale stabilisce l’obbligatorietà dell’iscrizione all' Albo, per esercitare la professione di Architetto.
Purtroppo, da dieci anni a questa parte, pur di mantenere questa norma (e, quindi, conservare gli Ordini), sta per sopraggiungere una riforma autoritaria e repressiva. Anzi è successo di peggio: sono state bruciate generazioni di giovani professionisti. Quanti, nell’ultimo decennio almeno, si sono iscritti agli Ordini (tranne, ovviamente, i figli di papà) sono rimasti ingabbiati in un sistema paralizzante.
Ci sarebbe da discutere, innanzitutto, se le incombenti liberalizzazioni vadano veramente a ridurre le restrizioni prima esistenti. Ma rinviamo queste considerazioni a un’altra occasione. Adesso vorrei parlare dei “nodi” fondamentali della riforma, sperando che si avvii un dibattito. Non ha senso che ne parli una sola persona (io o un altro). Serve, invece, allargare e approfondire il dibattito; provocare anche lo scontro di idee, che si confrontano, si incontrano, si amalgamo, giungendo, comunque, ad una visione più chiara di quanto sta accadendo.
 
1 – Accesso alla professione.
Invece di ridurre le restrizioni, le aumentiamo. Mentre oggi, per iscriversi all’Ordine, basta aver superato l’esame di Stato, domani ci saranno dei tirocini pratici (in aggiunta all'esame di Stato, seppure semplificato se si ha l'«Attestato del Tirocinio professionale»).
Prevedo un clamoroso fallimento perché è sancito che, ai tirocinanti, sia riservato un «equo compenso». Se fosse vero, molti tirocinanti vorrebbero rimanere tali per tutta la vita. Io stesso mi proporrei come tirocinante. In realtà - e a parte gli scherzi - esso non potrà durare più di 12 mesi.
Il tirocinio si tradurrà, allora, in una ulteriore perdita di tempo per il giovane architetto, già ben “stagionato” nelle nostre Facoltà.
So che i giovani si stanno organizzando. Ciò mi tranquillizza e ritengo opportuno non interferire; fermo restando che – in qualità di ex giovane – mi sento dalla loro parte e pronto a soddisfare qualunque loro richiesta (ma i giovani non vanno consigliati essendo già in grado di … sbagliare da soli). Quale potrebbe essere l'obiettivo? Fare in modo che i tirocinanti percepiscano veramente un «equo compenso» e che l'esperienza sia utile, coinvolgendo tutte le cosiddette «Strutture ospitanti» in grado di trasmettere i fondamenti tecnici, pratici e deontologici della professione. Occorre impedire che i giovani divengano mano d'opera a basso costo (o, peggio, a costo nullo).
Per un decennio non si è fatto nulla per contrastare l'introduzione dei tirocini. Adesso si può solo impedire che diventino uno strumento di sfruttamento dei giovani. 
 
2 – Assicurazione.
Ogni Architetto avrà l’obbligo di contrarre un’assicurazione contro l’errore professionale. Visto che tale assicurazione è obbligatoria negli altri Paesi della Ue, ritengo che dobbiamo adeguarci, tanto più che gli organi rappresentativi della Categoria potrebbero negoziare, con le maggiori compagnie, condizioni tali da rendere queste assicurazioni di costo molto contenuto. Probabilmente, il singolo Architetto opererebbe meglio, con più serenità, avendo una copertura assicurativa alle spalle.
Senza un obbligo si potrebbero strappare buone condizioni, alle compagnie assicuratrici. Queste ultime saranno poste in una posizione di forza, nella contrattazione, se la copertura assicurativa divenisse obbligatoria. Così andrà a finire.
 
3 – Formazione permanente.
Si va verso la formazione continua e permanente. Tutto bene, se i corsi fossero organizzati come si deve e se non fossero previste sanzioni per quanti non li frequentassero.
Che l’aggiornamento professionale sia importante, è fuori discussione. E’ altrettanto evidente che deve essere incoraggiato e persino premiato. Ma è semplicemente assurdo prevedere pesanti provvedimenti disciplinari per quanti non collezionassero crediti formativi. Tanto più che la cosa è già partita male: è bastato (a Monza) andare ad assistere ad un convegno con Mantini, per mettere da parte 3 crediti formativi. Basta consultare i siti del Co.Di.Arch. e di Anarchit (Associazione Nazionale Architetti Italiani) per controllare l’incredibile ed increscioso episodio.
La mia previsione è che si andrà verso corsi di aggiornamento professionale a pagamento, che distribuiranno questi crediti formativi, una sorta di costosi “bollini” senza i quali si rischia la radiazione dall’Albo. I più fortunati manderanno ai corsi delle controfigure, mentre impiegheranno proficuamente e altrove il proprio tempo. Sui fogli di presenza, ai miei corsi, si registrano allievi in numero quattro volte maggiore alla capienza dell’aula ed è impossibile avere i carabinieri alla porta.
In conclusione, sono contrario alla formazione permanente così come la si vuole, coattivamente, attuare. Sono favorevole, invece, a che essa sia libera e a discrezione del professionista. Se fosse libera non avremmo le controfigure e nemmeno i docenti impreparati.
 
4 – Pubblicità.
E’ un problema già risolto.
Oggi, dopo la Bersani, l’Architetto può farsi pubblicità. I lacci e laccioli stabiliti dal CNAPPC sono inutili, giacché nessun Architetto pensa di farsi pubblicità tramite telefonate di presentazione, visite a domicilio, utilizzo di testimonial (la bella signora che magnifica le capacità professionali del giovane architetto al quale si è rivolta), enfatizzazioni delle capacità e dell’attività resa, la “spendita” del nome dei clienti (già vietata dalla legge sulla privacy) e via dicendo.
Non entro nel merito se sia giusta o meno la pubblicità. Prendo atto che le Leggi dello Stato la consentono, che non vi è stato alcun massiccio ricorso ad essa, che c’era (in forme più o meno criptiche) anche prima. Sono, altresì, convinto che l’architetto sa bene che il consumatore non è fesso e possono essere controproducenti forme di pubblicità volgari e/o ingannevoli.
Prevedo pubblicità garbate, ben fatte e … del tutto inutili. Se mi mettessi a vendere ghiaccio al polo Nord, la pubblicità potrebbe servirmi, ma non fino al punto da evitarmi di chiudere bottega.
Giuliano Amato, Presidente del Consiglio, affermò: « (…) Da anni chiedo una maggiore apertura degli accessi alla concorrenza, tariffe non vincolate da minimi obbligatori, possibilità di pubblicità; perché non è vero che la pubblicità favorisce i grandi, ma favorisce i giovani che non hanno ancora avuto modo di affermarsi, rispetto ai grandi studi (…) » (Il Sole24Ore del 9 maggio 2000). Pertanto, sospettando che la pubblicità possa servire ai giovani, non solo dobbiamo consentirla, ma senz’altro indicarla come una possibile strada (più o meno utile che sia) per farsi conoscere.
 
5 – Minimi tariffari.
E’ necessario, purtroppo, rassegnarsi. Già la Bersani li ha aboliti. Il CNAPPC ha reagito e, oggi, si trovano scappatoie, interpretazioni, codicilli ed eccezioni. Se ne sono fregate le altre categorie professionali (perché, in prevalenza, non lavorano con la committenza pubblica).
L’incombente rivoluzione mastelliana darà il colpo di grazia: confermerà che le parcelle andranno concordate preventivamente con il cliente. Si vuole dare il via libera alla concorrenza tra professionisti.
Ho sempre pensato che le tariffe degli Architetti siano basse e, nel contempo, alte. Sono basse, se la prestazione professionale è resa con serietà e impegno. Sono alte quando (purtroppo accade) il professionista pensa solo ad intascare la parcella e non ha alcuna intenzione di produrre una prestazione professionale impeccabile.
Per grazia di Dio, la maggioranza degli Architetti ama il proprio mestiere, si impegna al massimo (e le tariffe diventano basse).
L’esperienza insegna che il committente soddisfatto accetta (seppur con le lacrime agli occhi) di pagare una parcella adeguata e ritorna da quel professionista, se è rimasto contento e ne avesse nuovamente bisogno. Non capita solo con gli Architetti, ma anche coi Medici, gli Avvocati e via dicendo. Chi di noi non conosce un Medico bravo, al quale ci rivolgiamo con fiducia, ma che, purtroppo, ha la parcella “salata”? Non ci ritorniamo, quando ne abbiamo bisogno?
D’altronde è ben noto che la parte più difficile di una prestazione professionale è … farsi pagare dal cliente. Stabilire prima la parcella, redigendo una scrittura privata firmata dalle parti (e, a limite, depositata) può garantire di più il professionista.
Io vorrei che le parcelle rientrassero tra un massimo e un minimo prestabiliti; ma, purtroppo, devo prendere atto che il CUP non riesce a portare il risultato a casa.
Sarebbe più saggio, allora, che gli Ordini predisponessero dei contratti base, ben congegnati.
 
6 – Ordini professionali.
E’ il vero punto critico della riforma.
Le correnti di pensiero sono due:
a)    C’è chi pensa che gli Ordini vadano aboliti o ricondotti alla sana natura di associazioni liberali, su base volontaria. Abrogata la Legge 25 aprile 1938, N. 897 che stabilisce l’obbligatorietà dell’iscrizione agli Ordini, essi si sgonfierebbero come prevedeva Einaudi. Nascerebbero associazioni più agili, anche prestigiose, sul tipo del RIBA (Royal Institute of British Architects), che è ad iscrizione volontaria. Ovviamente, le associazioni dovrebbero procurarsi il riconoscimento del Ministero vigilante e, magari, una certificazione di qualità registrata in sede europea. Non sarebbe necessario, per esercitare la professione, iscriversi a una di tali Associazioni e la tenuta di un Albo Unico (o Registro Unico) potrebbe essere affidata al Ministero vigilante, dando la possibilità, a tutti i cittadini, di accedere (come già è possibile col sito del CNAPPC) ad un data base, per consultarlo e riscontrare l’iscrizione del professionista. Occorre, infatti, distinguere fra Albo ed Ordine. Mentre non può esistere un Ordine senza Albo, può senz'altro avvenire il contrario. Anzi, alcune professioni emergenti sono riuscite ad ottenere l'Albo, ma non ancora l'Ordine. Quindi - per essere chiari - la soppressione degli Ordini non implica affatto anche quella degli Albi (previsti dall'art. 2229 del Codice Civile).
b)    C’è chi pensa che debbano sopravvivere le neocorporative organizzazioni che, nel dopoguerra, si sostituirono al sindacato fascista professionisti e artisti e che debba essere mantenuta la Legge 25 aprile 1938, N. 897 (alla quale abbiamo solo tolto il XVI E.F., sedicesimo anno dell’era fascista).
Se prevalesse (come prevarrà) l’ipotesi b gli Ordini devono trasformarsi in enti garanti della qualità dei servizi nei confronti dei cittadini. Da qui discendono le varie distorsioni della proposta di Legge Mantini, alcune delle quali qui di seguito elenco:
1)    ART. 13: «Il professionista deve rendere noto al cliente, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi della polizza assicurativa stipulata per la responsabilità professionale e il relativo massimale. (…)»
2)    ART. 19: « (…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di due volte consecutive a decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge (…)». Ciò significa che gli attuali Consiglieri vanno a casa nel 2017. La proposta del CUP (art.19) è più generosa perché sancisce: «(…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della presente legge (…)». Quindi, tutti a casa nel 2021.
3)    ART. 20: «Spettano all’Ordine territoriale, che li esercita tramite il consiglio, i seguenti compiti: (…) b) curare la tenuta e l’aggiornamento dell’albo nonché la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per l’iscrizione, dandone comunicazione al Consiglio nazionale; (…)»
4)    ART. 22: «Gli ordinamenti di categoria prevedono i criteri sulla base dei quali l’Ordine territoriale può stabilire indennità per i membri dei diversi organi al fine di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico,(…)» mentre la proposta del CUP (art. 19) è ancora più esplicita: «(…) le indennità dei consiglieri sono definite in modo di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico (…)». Essere Consiglieri dell’Ordine significherà beccarsi un ottimo stipendio.
5)    ART. 25: «Il professionista deve (…) provvedere all’aggiornamento della propria formazione professionale secondo quanto previsto dall’ordinamento di categoria. Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
6)    ART. 26: «(…) Il professionista radiato può chiedere di essere reiscritto all’albo, sussistendone i presupposti, non prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione.»

Mi fermo qui per non avvilire troppo chi mi legge. La prospettiva mi sembra chiara.

Pagine