Identikit del Candidato

Il Consiglio di Amministrazione di Inarcassa, con comunicazione a tutti gli iscritti, ha deliberato ed indetto, nella seduta del 26 ottobre 2006, ai sensi dell’ art. 12 comma 7 dello Statuto, l’elezione suppletiva del Delegato Architetto della Provincia di Napoli, vista la scomparsa del Delegato in carica, Arch. Onorato Visone.
Con l’ arch. Visone si è chiusa un’epoca: la Sua lunga esperienza professionale e la disponibilità verso i Colleghi costituiscono degli insegnamenti che non possono essere dimenticati. Egli sapeva essere particolarmente cordiale e benevolo soprattutto con i giovani Architetti, che vedevano in Lui un punto di riferimento certo, una persona pronta ad ascoltarli e a consigliarli nel migliore dei modi.
La candidatura, in questo particolare scenario, andrebbe ben ponderata. Subentrare all’Arch. Visone non è facile. Il ruolo di Delegato all’Inarcassa è delicato ed oneroso, richiede un forte impegno ed una grande disponibilità nei confronti dei Colleghi.
Il termine ultimo per presentare la candidatura è fissato per le ore 18.00 di martedì 5 dicembre 2006, secondo le modalità riportate nella sopracitata comunicazione agli iscritti.
E’ necessario impegnarsi per individuare il candidato giusto, sostenendolo, poi, con la dovuta responsabilità. Il candidato che sosterremo dovrà farsi portavoce delle istanze dei Colleghi rappresentati, essere un punto di riferimento, saper indirizzare al meglio nelle problematiche di natura economica con l’ ente di previdenza ed assistenza. E’ un impegno di non lieve entità, soprattutto in questo delicato momento in cui versa la professione.

Il Delegato, ai sensi dell’ art. 12 comma 1 dello Statuto, è eletto a maggioranza assoluta dei votanti dalle assemblee provinciali ed è componente, di diritto, del Comitato Nazionale.
L’ art. 13 comma 1 dello Statuto stabilisce al Comitato Nazionale dei Delegati una serie di funzioni:

a)     stabilire i criteri generali cui deve uniformarsi l’ amministrazione di Inarcassa;
b)     deliberare sulle modificazioni e le integrazioni allo Statuto;
c)     determinare la misura degli emolumenti ai componenti del Consiglio di Amministrazione, della Giunta Esecutiva e del Collegio dei Revisori dei Conti;
d)     deliberare in ordine ai regolamenti riguardanti le attività di previdenza ed assistenza, alle loro modificazioni ed integrazioni, e sulle variazioni della misura delle contribuzioni;
e)     eleggere il Consiglio di Amministrazione ed i due revisori effettivi ed i due supplenti di sua competenza;
f)       approvare il bilancio preventivo, le eventuali variazioni ed il conto consuntivo di Inarcassa;
g)     nominare, su proposta del Consiglio di Amministrazione, la società cui affidare la revisione contabile e la certificazione di cui all’art. 2, terzo comma del Decreto Legislativo 30 giugno 1994, â„– 509;
h)     deliberare, con decisione definitiva motivata, sui rilievi effettuati dai ministeri vigilanti ai bilanci preventivi, ai conti consuntivi ed in merito alle altre materie di cui all’ art. 3 comma 3, del Decreto Legislativo 30 giugno 1994, â„– 509;
i)        esprimere parere su ogni altra materia sottoposta alla sua attenzione del Consiglio di Amministrazione;
l)        esercitare tutte le altre attribuzioni previste dal presente Statuto e da altre fonti normative in materia;
m)    deliberare la nomina del Collegio dei Revisori dei Conti.

Il Delegato è, come risulta da quanto ricordato, una figura di estrema importanza nella struttura costitutiva di Inarcassa: se ci è consentita una metafora, rappresenta il primo piano dell’ edificio Inarcassa (al piano terra vi sono le Assemblea provinciale degli iscritti e via a salire fino ai piani alti caratterizzati dal Consiglio di Amministrazione e dal Presidente).
Abbiamo bisogno di un Delegato che corrisponda al seguente identikit:

  • competenza: garantire un valido, sostanzioso supporto ai Colleghi, per assisterli attivamente nei rapporti con la Cassa;
  • disponibilità: accogliere con professionalità le esigenze di chi si rappresenta.
Il candidato ideale, in sintesi, dovrà essere fortemente concentrato sull’ obiettivo di semplificare, con competenza ed onestà intellettuale, il rapporto tra i colleghi e la Cassa, con la dovuta “apertura” nei confronti di tutti gli iscritti.

CampaniArchitetti: Nunzia Coppola - Margherita Rocco

Dichiarazione a verbale N. 1 (seduta del 27 settembre 2006) - Proposta Mantini/CUP

 
Ritengo che sia stato provvidenziale l’errore commesso, di allegare alla convocazione del Consiglio odierno la proposta di legge Mantini ed altri (Riforma della disciplina delle professioni intellettuali) al posto dello schema di legge Riforma dell’Ordinamento delle professioni intellettuali, elaborato dal C.N.A.
Ciò perché è possibile porre a confronto le due proposte.
A giudizio dello scrivente, la proposta del C.N.A. è quella di Mantini, resa un po’ più criptica, per indorare la pillola. Ma nulla cambia nella sostanza.
Tralascio le parti marginali, come, ad esempio, quella che recita «il mandato dei Consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall’entrata in vigore della presente legge» (laddove, oggi, non è possibile la terza elezione consecutiva e si conteggia anche quella avvenuta l’anno scorso). Insomma – approvando adesso la proposta del C.N.A. – si va a casa nel 2021, invece che nel 2013. Queste piccinerie non mi interessano.
Le distorsioni veramente importanti, a giudizio di chi scrive, sono due:
a)      l’aggiornamento professionale coatto, con le “punizioni” previste per chi non vi soggiace;
b)      la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo.
Su queste due questioni non rilevo discordanze fra le due proposte (Mantini e C.N.A.).
La proposta del C.N.A. (art. 20, comma 1, lettera b) impone al Consiglio dell’Ordine professionale di verificare periodicamente la sussistenza dei requisiti per conservare l’iscrizione all’Albo. L’art. 26 – Responsabilità disciplinare sancisce che il professionista deve curare l’aggiornamento professionale (imposizione che io giudico inutile, giacché ogni professionista già cura il suo aggiornamento professionale).
Nella proposta di legge Mantini, all’art. 25, si legge che «Il professionista che non ottempera ai doveri di aggiornamento professionale e che interrompe l’esercizio professionale per un periodo prolungato, secondo i criteri stabiliti dall’ordinamento di categoria, è radiato dall’albo.»
Tra le sanzioni disciplinari vi è, quindi, la radiazione dall’Albo. Entrambe le proposte – C.N.A. e Mantini – concordano che la reiscrizione non possa avvenire «prima di cinque anni dalla data di efficacia del provvedimento di radiazione».
In ogni caso, la decisione di radiare un professionista dall’Albo sarebbe assunta da altri professionisti, portatori di interessi privati confliggenti. Il che è del tutto inaccettabile.
Ritengo che l’aggiornamento professionale vada incoraggiato, sostenuto e, addirittura, premiato, ma che non possa essere imposto in certe forme, anziché in altre, e che, senza indugio, sia punito chi vi provveda a modo suo, autonomamente, giacché un quarto di secolo di studi rendono ciò possibile, fornendo quella forma mentis necessaria ad operare il cosiddetto «life long learning», l'approfondimento lungo tutta quanta la vita, della conoscenza di un mestiere o di una disciplina scientifica. Ci può essere chi non segue alcun corso di aggiornamento professionale e, autonomamente, è impegnato in validissimi percorsi di Ricerca e di Cultura e chi, scaldando i banchi di vari corsi, è vittima di irreversibili processi di analfabetismo di ritorno. L’aggiornamento professionale, quindi, deve essere libero e a discrezione del professionista. In realtà così è sempre avvenuto, problemi non ce ne sono mai stati e ogni professionista è soggetto ad una quotidiana verifica delle proprie capacità, da parte del committente (pubblico o privato).
Ovviamente i costi – che temo essere ingenti – dei corsi di aggiornamento professionale saranno sopportati dai Colleghi e la spada di Damocle dei provvedimenti disciplinari comminati a chi non curasse l’aggiornamento professionale obbligherà a parteciparvi. Di fatto ciò si tradurrà in un vertiginoso incremento del costo necessario a mantenere l’iscrizione all’Albo, condicio sine qua non per esercitare la professione di Architetto.
Ritengo, altresì, che non spetti al Consiglio dell’Ordine valutare la sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo. L’Esame di Stato ha il compito di accertarlo e lo ha già accertato. L’ultimo comma dell’art. 33 della nostra Costituzione non chiede altro per l’esercizio professionale, mentre il primo sancisce che «L’arte e la Scienza sono libere» e che, pertanto, l’opera dell’ Architetto non possa essere oggetto di controlli di qualità, come se fosse un detersivo o un hamburger.
Oltre le due suddette, gravi distorsioni, la proposta del C.N.A. è infarcita di prescrizioni di carattere afflittivo. Ad esempio, il primo comma dell’art. 9 della proposta del C.N.A. testualmente recita: «Il professionista deve rendere noto al cliente, al momento dell’assunzione dell’incarico, gli estremi della polizza assicurativa stipulata per la responsabilità professionale ed il relativo massimale.» La stessa cosa, ovviamente, la dice Mantini, all’art. 13, comma 1, senza spostare una virgola. Ciò renderà necessario dotarsi di una costosa copertura assicurativa anche per la committenza privata (laddove, oggi, ciò non è necessario).
Ho netta la sensazione che lo scopo di tali proposte di legge sia quello di ridurre drasticamente il numero degli Architetti italiani iscritti agli Albi e, quindi, in grado di espletare incarichi professionali. Oggi essi sono 122000 ed, evidentemente, creano troppa concorrenza.
Partecipare alla manifestazione romana del 12 ottobre 2006 – a sostegno della proposta del C.N.A. sopra brevemente tratteggiata – è, per me, un modo per rendere le vittime complici dei propri carnefici. Meglio sarebbe depurare tale proposta dalle aberrazioni evidenziate.
In ogni caso le proposte del C.N.A. e degli Onorevoli Mantini, Colasio, Margiotta, Allam ed altri potrebbero essere accettate anche da me (benché non le condivida) solo se fossero approvate dalla Categoria che rappresentiamo. Contenti i Colleghi … sono contento anch’io.
Pertanto, giudico necessario convocare un’assemblea straordinaria degli iscritti per chiedere il loro parere vincolante.
Su argomenti di tale rilevanza, che determineranno il nostro destino, non si può deliberare senza sentire gli iscritti.
Vincenzo Perrone

Alberto Calza Bini

 
 
 
ALBERTO CALZA BINI
 
Da dove si può partire per raccontare ai giovani (interessati) chi fu Alberto Calza Bini?
Partirei da quanto riporta un annuario dell’Università degli Studi di Napoli, stampato nel 1956, che illustra concisamente i “titoli” di Calza Bini, all’epoca settantacinquenne Preside della Facoltà di Architettura: «Senatore del Regno; Cav. di Gran Croce Corona d’Italia; Gran Croce del S.M.O. di Malta; Cav. Uff. dei SS. Maurizio e Lazzaro; Onorificenza dei Principi dell’Accademia S. Luca (riservata ai soli Presidenti); Cav. della Legion d’Onore; Comm. con placca Ordine di S. Gregorio Magno; Medaglia d’oro ai benemeriti della Pubblica Istruzione; Accademico Nazionale di S. Luca; Accademico dell’Accademia delle Arti di Firenze; Membro On. Istituto Americano Architetti; Membro On. Associazione Architetti diplomati dallo Stato (Francia)». Non gli fu possibile scrivere altro. E, quella mancante, sarebbe stata la parte più interessante; come, ad esempio, «Segretario Nazionale del sindacato fascista architetti (dal 1923 al 1936); Membro della corporazione delle costruzioni edili (nomina avvenuta con decreto del Duce); Presidente dell'Istituto fascista autonomo per le case popolari della provincia di Roma, ecc.». Siamo alla metà degli anni ’50. Da non molto si era concluso il Suo internamento – quale alto gerarca fascista – nel campo di prigionia inglese di Padula, ricavato nella celebre Certosa; dove, però, riceveva regolarmente la visita del figlio Giorgio (4 novembre 1908, 29 settembre 1999), bravo architetto anch’Egli, e di qualche affezionato allievo.
Esaminerò la figura di Calza Bini sotto il profilo “politico”, lasciando ad altri, più qualificati di me, il compito di illustrarne l’opera di Architetto (dignitosa, ma non eccelsa, avendo, il Nostro, soprattutto il bernoccolo del politico, dell’abile organizzatore). Lo devo fare non tanto perché è interessante – se non indispensabile – conoscere il ruolo svolto da Alberto Calza Bini (insieme a pochi altri, con in testa Gustavo Giovannoni e Marcello Piacentini) nel definire la moderna figura dell’Architetto; ma per meglio inquadrare quanto sta accadendo, col pericolo incombente di una devastante riforma dell’ordinamento professionale.
Alberto Calza Bini nasce a Roma il 7 dicembre 1881.
Non può laurearsi in Architettura perché le Facoltà di Architettura non esistevano (e quella di Napoli sarà tutta opera Sua). Si diploma nel 1900 presso l’Accademia di Belle Arti di Roma.
Nel remoto passato la professione di Architetto era trasmessa da Maestro ad Allievo nelle botteghe. All’inizio del XX secolo c’era il caos: esercitavano la professione di Architetto i professori di disegno, gli ingegneri, i laureati delle sezioni Architettura dei politecnici, chiunque si sentisse in grado di farlo. Non esisteva una scuola in grado di formare gli Architetti.
Subito dopo la grande guerra si accelera il processo che porterà alla creazione dell’Architetto come lo intendiamo oggi. L’ideologo è Gustavo Giovannoni (che più di altri contribuirà a creare la scuola di Roma, madre e modello di tutte le altre), ma chi ha le entrature necessarie, la piena agibilità politica e l’intelligenza di redigere un disegno complessivo sarà Alberto Calza Bini. Di cui tutto si può dire, tranne che gli mancasse un’acuta intelligenza politica e che non possedesse notevoli capacità organizzative.
Se il fascismo non fosse giunto al potere, chissà se, quando e come sarebbe sorta la moderna figura dell’Architetto. Ma – si dice - la storia non si fa coi se.
Giustamente osserva Paolo Nicoloso (a pag. 18 del suo libro Gli architetti di Mussolini, Ed. Franco Angeli, Milano, 1999) «All’architetto, Mussolini affiderà il compito di realizzare un’architettura consona allo spirito del regime, di progettare opere che testimonino nel tempo il “secolo fascista”. In altre parole, chiederà di affiancarlo nel concretare la politica di consenso nell’immediato e nel lungo periodo.»
Il 15 dicembre 1922, presso il Grand Hotel di Roma, si riunisce, per la prima volta, il Gran Consiglio del fascismo. Parte da lì un’avventura che si concluderà, in una torrida notte del luglio 1943, con l’ultimo Gran Consiglio, che segnerà il crollo del fascismo.
Chi c’era al Grand Hotel di Roma, oltre a Mussolini, in quella notte del dicembre 1922? C’era, per quanto c’interessa, Calza Bini. Ma non è Alberto. Si tratta del fratello Gino. Lo stesso Gino che, l’anno successivo, per contestare la nomina a fiduciario di Roma dell’Avv. Vaselli, non esiterà a mandare i suoi squadristi – armi in pugno – ad assaltare la sede del fascio. Né mancarono scontri, a suon di revolverate, tra i fascisti estremisti romani capeggiati da Gino Calza Bini e le squadre di Giuseppe Bottai (che comandò una delle tre colonne che marciarono su Roma il 28 ottobre 1922).
Il fascismo si consolida. Se l’Esercito obbedisce al Re, occorre creare la Milizia che obbedisce al Duce. Se il Re ha i Corazzieri (appartenenti all’Arma dei Carabinieri, scelti fra quelli di più elevata statura), bisogna creare una guardia personale per il Duce: i “Moschettieri”. Chi li crea? Gino Calza Bini!
Gino Calza Bini è, quindi, una stella di prima grandezza del firmamento fascista romano e laziale. Inoltre Gino Calza Bini era Massone, come quasi tutti i gerarchi fascisti. Sono Massoni i quadrunviri al completo: Balbo, Bianchi, De Vecchi e De Bono. Lo è il capo dei fascisti napoletani Nicola Sansanelli, ma anche Aurelio Padovani (il primo ras di Napoli, appartenente alla Loggia “Leonardo da Vinci”), Giuseppe Bottai. Lo è Grandi, il vero numero due del fascismo e – questo c’interessa di più – lo è Aldo Giuseppe Oviglio, Ministro della Giustizia del primo Gabinetto Mussolini, fino al 5 gennaio 1925 (seguirà Alfredo Rocco dal 5 gennaio 1925 al 20 luglio 1932 e chiuderà la serie Alfredo De Marsico – Massone anche Lui – dal 6 febbraio 1943 al 25 luglio 1943).
Quasi tutti erano Massoni, escluso Mussolini, inviperito nei confronti della Massoneria perché per tre volte (prima del 1922) chiese di entrarvi e per tre volte incassò un netto e mortificante rifiuto. Non lo dimenticherà e si toglierà il sassolino dalla scarpa: il 12 gennaio 1925 è presentato alla Camera un disegno di legge ad hoc, per sciogliere la Massoneria; la quale, però, non dimentica e non perdona: Dino Grandi gli renderà pan per focaccia, nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943. E la partita si chiuderà, una volta per tutte, col risultato di 2 a 1.
 

Aldo Giuseppe Oviglio
Alfredo Rocco

Comunicato n. 5: Riscossione quote associative (Consigliere Vincenzo Perrone)

Al Consiglio dell’Ordine
 
L’atteggiamento vessatorio della Gestline ha superato ogni limite di tollerabilità.
Minacce di ganasce fiscali applicate ai veicoli e altro ancora arrecano molestie ai Colleghi, già afflitti da più o meno recenti provvedimenti legislativi (Decreto Bersani e quant’altro). Richiamo, per brevità, solo gli obblighi di tenere un conto corrente bancario per la gestione dell'attività professionale (su cui far confluire i pagamenti dei clienti ed effettuare i pagamenti delle spese professionali) e di incassare le parcelle di importo superiore a 1.000,00 € esclusivamente con bonifico bancario, assegno, carta di credito, pos.
Alcuni Colleghi hanno subito (ad opera della Gestline, anche a loro insaputa e scoprendolo per caso) iscrizione d’ipoteca nei registri immobiliari per pagamenti dovuti all’Inarcassa o pignoramenti presso terzi. E’ ovvio che l’Ordine non c’entra con l’Inarcassa o col fisco, ma quanto appena detto serve solo a far comprendere la pluralità di “fastidi” che ognuno di noi subisce e che cosa sta diventando la Gestline per gli Architetti (ma, più in generale, per i napoletani). Non poche volte le cifre estorte non sono dovute, ma è un’impresa rientrarne in possesso.
Tornando a noi, non mancano richieste “pazze” – sempre da parte della Gestline – relative a quote associative già versate, anche più anni fa. Le minacce di ganasce fiscali intimoriscono e forzano a pagare le cifre richieste, pur di evitare seccature maggiori. Poi, magari, si riesce ad ottenere un rimborso, ma rifondendoci le spese e a costo di grosse perdite di tempo.
Recarsi alla Gestline, per chiarire la propria posizione, significa chiudere lo studio e assoggettarsi a file chilometriche e attese snervanti, trovando non poche difficoltà a far valere le proprie ragioni.
Negli ultimi tempi questa società esattoriale è in preda a un furore oppressivo senza precedenti nella storia, anche medievale, della nostra città (che avversò l’Inquisizione fin quasi a neutralizzarla). 
L’Ordine potrebbe evitare questi maltrattamenti ai propri Iscritti ricorrendo ad altri sistemi di riscossione delle quote associative. Oltre tutto il ricorso alla Gestline comporta un incremento della quota associativa, perché una parte di quanto i Colleghi versano va alla società esattoriale incaricata della riscossione. Insomma una parte dei soldi che sborsiamo serve, in maniera masochistica, a pagarci i maltrattamenti.
Da quando l’Ordine degli Architetti è sorto, per oltre mezzo secolo, le quote associative erano versate recandosi presso la sede (così si aveva anche un motivo per sentirla “casa” di tutti noi, incontrare Colleghi, prendere l’ultimo Albo a stampa o il Notiziario) o tramite vaglia postale o assegno bancario non trasferibile, intestato al Tesoriere dell’Ordine. C’era chi incaricava un collaboratore o un parente a versare la quota associativa. Eppure, all’inizio, il nostro Ordine abbracciava quasi tutta l’Italia meridionale. Oggi, con le moderne tecnologie informatiche, avremmo la possibilità di pagare un bollettino di conto corrente postale, da casa o dallo studio, oltre ad utilizzare gli altri sistemi di pagamento appena ricordati.
Il R.D. â„– 2537 del 23 ottobre 1925, all’art. 37, stabilisce che il Consiglio «(…)determina il contributo annuale da corrispondersi da ogni iscritto per il funzionamento dell'ordine (…) nonché le modalità del pagamento del contributo (…)». Pare, allora, che non debba esserci una sola modalità di pagamento, specialmente se essa è una sorta di capestro, ma più modalità, tra le quali ognuno sceglie quella che gli risulta più comoda. Né credo sia conforme alle Leggi che regolano la nostra professione, dare dei soldi (alla società esattoriale) per corrispondere la quota associativa, laddove si potrebbe risparmiare questo onere versando il dovuto direttamente all’Ordine.
Lo stesso R.D. â„– 2537/1925, all’art. 50, sancisce che «Il rifiuto del pagamento del contributo di cui all'articolo 37 (…) dà luogo a giudizio disciplinare.» Tale articolo è stato integrato dalla Legge 3 agosto 1949, â„– 536, che recita: «I contributi previsti a favore dei Consigli degli Ordini debbono essere versati nel termine stabilito dai Consigli medesimi. Coloro che non adempiono al versamento possono essere sospesi dall’esercizio professionale, osservate le forme del procedimento disciplinare. La sospensione così inflitta non è soggetta a limiti di tempo ed è revocata con provvedimento del presidente del Consiglio, quando l’iscritto dimostri di aver pagate le somme dovute.»
Quindi il Consiglio possiede tutti i mezzi per cautelarsi, senza dover ricorrere alla Gestline o a chi subentrerà ad essa, essendo probabile la sua “partenza” da Napoli (ma non è detto la nuova società sia migliore della precedente). Ci semplificheremmo un po’ la vita, considerato che altri Ordini, in Italia, sono rimasti alle “vecchie” modalità di pagamento, sicuramente più “umane”, più “amichevoli”, non minacciose e prepotenti, come quelli di una società esattoriale che appare sempre più una calamità naturale, un’idrovora che succhia soldi – dovuti o non dovuti – con un’arroganza e una cecità insopportabili.
Chiedo, pertanto, al Consiglio di rinunciare alla riscossione delle quote associative tramite la Gestline o ad altra società esattoriale subentrante alla stessa, stabilendo una pluralità di modalità per il pagamento della quota associativa.
Si potrebbe, almeno, provare a vedere, per un anno, se è possibile rinunciare ai “servigi” di una società esattoriale oppure far decidere ai singoli Colleghi quale sistema di pagamento preferiscono. Il tutto, evidentemente, allo scopo di evitare che i Colleghi incappino nel meccanismo stritolante della Gestline o – ripeto – di chi alla stessa subentrerà.
  
Napoli 13 novembre 2006
Arch. Vincenzo Perrone

Pagine