01/12/06:OK alla Riforma delle Professioni

Oggi, 1 dicembre 2006, il Consiglio dei Ministri ha dato il via libera al ddl delega sulla riforma delle professioni.

Scrivo qualcosa “a caldo”.

Si va nella direzione indicata in varie parti del sito. Ad esempio in “Cronaca dei nostri giorni” avevo visto giusto (ma la previsione era facile).

Spariscono i minimi di tariffa, ma non i massimi. Le parcelle andranno preventivamente concordate tra professionista e cliente. E’ confermata l’abrogazione del divieto di pubblicità. Ci sarà l'obbligo per il professionista di stipulare un'assicurazione per i danni che potrebbe causare al committente. Resta, ovviamente, l’obbligo di iscrizione all’Ordine, per esercitare la professione (quindi nessuno pensa di abrogare la Legge 25 aprile 1938 – XVI E.F., â„– 897).

Insomma, tutto procede come previsto. Le Assicurazioni ringraziano.

Scarse le reazioni di protesta: 3 giorni di astensione dalle udienze, indette dall’Organismo Unitario dell'Avvocatura e poco altro, qua e là per l’Italia.

Sorge veramente il sospetto che i professionisti siano soddisfatti della direzione in cui stiamo andando. Oppure - chissà se saggiamente - saranno convinti che non stiamo andando da nessuna parte.

L’Agenzia ANSA riporta le dichiarazioni del Ministro Giovanna Melandri, la quale evidenzia 4 punti principali che favoriranno – a Suo dire – l’accesso alle professioni «a chi non è figlio di un avvocato, un ingegnere, un architetto». Mi rendo conto di avere dei grossi limiti di comprensione, giacché non capisco cosa sia intervenuto (o cosa interverrà) per ottenere tale risultato, che, ovviamente, mi farebbe piacere vedere raggiunto. Comunque i 4 punti – che permetterebbero di ottenere l’importante risultato appena detto – sono questi:

1)    Sarà obbligatorio il tirocinio, come già si era capito. Esso durerà al massimo un anno e sarà retribuito, con un «equo compenso». Anche questo l’avevo previsto, ma non credo che avverrà, a meno che lo Stato non paghi i professionisti presso i quali i giovani effettueranno il tirocinio o non lo sborsi lui (lo Stato) l’«equo compenso» direttamente al tirocinante. I professionisti presso i quali si può effettuare il tirocinio dovranno avere almeno 4 anni di iscrizione all’Albo.

2)    Mi pare di capire (il Ministro non è stato molto chiaro o il giornalista non è riuscito a riferirne bene il pensiero) che le Commissioni per l’Esame di Stato vedranno una presenza meno massiccia di rappresentanti dell’Ordine. Sarà anche una buona decisione, anzi lo è. Ma la vedo come una cosa con la quale o senza la quale, la situazione rimarrà tale e quale.

3)    Si porrà un limite alla rieleggibilità dei Consiglieri (credo 10 anni). Ma la Melandri, forse, ignora che il limite già c’è e la sua proposta lo estende, a meno che la norma non fosse retroattiva (ed è ovvio che non lo sarà). Oggi io posso candidarmi nel 2009 e non nel 2013 (perché non può esserci – in base alle leggi vigenti - la terza elezione consecutiva). Andrei a casa nel 2013. Con la bella proposta della Melandri (che vuole il «ricambio generazionale»), ammesso che la sua riforma passi nel 2007, me ne andrò a casa nel 2007+10 = 2017. Grazie, mia bella Signora! La Ministro Melandri incomincia a risultarmi decisamente simpatica. Quindi, oltre alle Assicurazioni, anche i Consiglieri – tramite chi scrive – ringraziano.

4)    Gli Ordini dovranno adottare iniziative a «sostegno dei giovani meritevoli», come borse di studio o procurare al giovane lo studio dove svolgere il tirocinio. Sono senza parole. Dove si prendono i soldi per le borse di studio? Dovremo incrementare le quote associative? Se vivessimo in un periodo di vacche grasse, non ci sarebbe problema. Gli architetti sono generosi e non si tirerebbero indietro. Ma già ci sarà, di fatto, un non trascurabile incremento delle quote associative, a causa dei corsi (a pagamento) che saremo costretti a frequentare. Credo, allora, che dovrà essere ancora lo Stato a tirare fuori i soldi per le borse di studio e, ovviamente, ne sarei contento. Stento a credere che lo Stato voglia sborsare tutti queste quattrini. Se gli «equi compensi» per i tirocini fossero sborsati dal Governo l’Ordine, non avrebbe difficoltà a procurare al giovane lo studio dove svolgere il tirocinio. Chi non sarebbe disposto – anche se il lavoro scarseggia – ad avere un giovane professionista che lavora (come si dice a Roma) “aggratis”? Tutti questi soldi lo Stato dove li prenderà? Dalle tasse che estorcerà ai professionisti? Quindi non abbiamo scampo: dobbiamo incrementare le quote associative o le tasse. Oppure chiudere bottega (il che, probabilmente, è il vero obiettivo del Governo).

Riflettendoci un po’, forse i Colleghi che se ne fregano delle incombenti proposte di riforma delle professioni intellettuali, hanno ragione a non prendere sul serio quanto sta avvenendo.

Le proposte avanzate sono, in massima parte, o incostituzionali o inapplicabili. Ma se nessuno dice niente qualche “fastidio” potremmo averlo. E quale fastidio? Tra assicurazioni obbligatorie, corsi a pagamento, «equi compensi» e borse di studio (che, in una maniera o nell’altra, dovremmo pagare) ci saranno salassi economici senza precedenti nella storia.

 

Melandri: la Giovanna (d'Arco) dei professionisti

Aveva solo 17 anni Giovanna D’Arco, quando spinta da visioni religiose, capeggiò i Francesi contro gli invasori Inglesi nella guerra dei Cent’anni; dopo aver liberato Orleans (da cui il celeberrimo pulzella d’Orléans), riuscì nell’impresa di condurre ed incoronare Carlo VII a Reims.


Siamo lontani negli anni … era il 17 luglio 1431.


Sono trascorsi ben 576 anni da quella data e tra breve capirete il nesso con le vicende dei nostri giorni, relative al disegno di legge di riordino delle professioni.


Vi starete chiedendo: cosa c’entra Giovanna D’Arco con la Riforma delle Professioni intellettuali, con l’on. Pierluigi Mantini?


Cerchiamo di fornire utili indicazioni per far capire come molte volte la storia si diverta ad organizzare scenari e situazioni, solo apparentemente indipendenti e come siano tremendamente attuali i corsi ed i ricorsi storici di vichiana memoria.


E’ di qualche giorno fa la notizia che il Ministro per le Politiche giovanili e le attività sportive, on. Giovanna Melandri, ha incontrato il giorno 16 novembre i rappresentanti di alcune associazioni professionali, per accogliere i contributi di idee sul tema della riforma.

Hanno partecipato al dibattito, divisi per categorie: gli architetti (Co.Di.Arch.), i farmacisti (M.N.L.F.), i laureati in scienze dell’informazione e dell’informatica (A.L.S.I.), i giovani legali e praticanti (A.N.P.A.) e i professionisti europei laureati (A.P.E.).

Il documento redatto, con le relative proposte avanzate e sottoposte all' attenzione dell'onorevole, è immediatamente consultabile.


L’iniziativa del Ministro, segue quanto dichiarato dallo stesso onorevole in un articolo apparso sul Sole 24 ore; spiegava, infatti, in buona sostanza che, siccome la riforma della disciplina delle professioni intellettuali riguarda in modo particolare l’accesso al mondo del lavoro, interessa principalmente i giovani; di conseguenza, il Ministero, da Lei rappresentato, si sente, investito da tale gravosa responsabilità.


A parte il nome, cominciate ad intuire le affinità esistenti tra le due Giovanne? Per chi non avesse ancora del tutto afferrato il concetto o per chi ci consideri dei visionari, invitiamo ad andare avanti nella lettura.


Riteniamo, infatti, che, così come la contadina lorenese, che si è adoperata per dare voce ai più deboli e salvare il regno di Francia dal giogo degli oppressori Inglesi, così l’Americana di nascita (Giovanna Melandri è nata a New York), presta ascolto alle richieste dei milioni di professionisti che chiedono giustizia e non si sentono tutelati dai propri organi di rappresentanza nazionale, ormai completamente slegati dalle problematiche che investono, in concreto, la categoria.


Sostenere e difendere i giovani, da sempre alle prese con le ataviche e mai risolte difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro, costretti a diventare manodopera a bassissimo costo e destinati ad essere ancora di più (se mai ce ne fosse bisogno!) ridimensionati nelle proprie aspettative da una riforma, nella quale aumentano i costi (obbligatorietà della polizza assicurativa e dell’aggiornamento professionale a pagamento) e diminuiscono le certezze (verifica periodica della permanenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione agli Albi e radiazione per chi non ottempera all’aggiornamento e non riesce ad inserirsi nel mondo della professione).


Cari amici, si sente finalmente l’ebbrezza del cambiamento…del resto era nell’aria.


Il proliferare continuo di soggetti organizzativi in tutta Italia, che costantemente registrano adesioni e sostegni anche da coloro che solo fino a qualche tempo fa appoggiavano le scelte dei vertici istituzionali, locali e nazionali.

Un numero sempre più consistente di colleghi che, stanchi di non essere partecipi del proprio futuro, organizzano dibattiti, prendendo sempre più coscienza di se stessi e della propria condizione, determinata dalle politiche discutibili adottate dagli ultimi anni.


Poteva tutto questa “agitazione” non essere colta dall’ acume politico del Ministro Melandri?


Poteva essere sorda a tali richieste d’ascolto, proprio in questo particolare momento storico in cui tutto il mondo stà vedendo emergere personalità femminili di indubbia intelligenza e valenza, come Angela Merkel in Germania, Ségolène Royal in Francia e Nancy Pelosi negli Stati Uniti?


Dopo oltre seicento anni, un’altra eroina stà per ricalcare le orme e compiere l’impresa della pulzella d’Orléans: liberare un popolo (i professionisti italiani) dal giogo degli oppressori (rappresentati e difesi dall’avv. Mantini), per restituire dignità e coscienza della propria storia, per riconsegnare gli ambiti consoni al blasone della categoria, troppo spesso derisa e non correttamente valorizzata.


Riuscirà la Giovanna d’Arco del terzo millennio nel progetto?


Siamo fiduciosi e gratificati da questo gesto onorevole … pur tuttavia, non siamo degli sprovveduti e non consideriamo l’incontro il punto finale di un percorso che, lastricato di continue difficoltà e tranelli, segnerà un definitivo cambiamento di rotta.


Continueremo, con i nostri mezzi ed i nostri sforzi ad alimentare le sorgenti pure della rinascita, consci di aver trovato un’interlocutrice, scevra da interessi privatistici, concentrata nella salvaguardia e nella valorizzazione delle potenzialità dei prestatori d’opera intellettuale
.


Solo un’avvertenza, Ministro: cerchi di stare attenta, perché così come è avvenuto nei primi anni del seicento, qualche politicante tecnocrate potrebbe, con mezzucci di piccolo cabotaggio, ordire ad arte una congiura e spedirLa al rogo…

ARCHITETTI E BIDONI

Nel 1971 George Arthur Akerlof, economista americano e professore di Economia all’Università della California nel Berkeley, scrisse il suo celeberrimo articolo «Un mercato di bidoni», nel quale teorizzò la cosiddetta asimmetria dell’informazione economica e che gli valse, insieme a Michael Spence e Joseph Stiglitz, il premio Nobel per l’Economia, nel 2001.
Il concetto di asimmetria e i suoi effetti furono spiegati, dallo stesso Akerlof, con la famosa storiella delle automobili, che adesso racconterò, a beneficio di quei pochi che non la conoscessero.
Ci sono 100 persone che vogliono vendere l’automobile e 100 persone che desiderano acquistarne una di seconda mano.
I 100 venditori possono essere suddivisi in due insiemi di 50 persone ciascuno.
Denotiamo tali gruppi con le lettere A e B.
All’insieme A appartengono quanti possiedono una buona auto, col motore efficiente. Essi sono disposti a venderla per non meno di 1100 Euro. Gli altri 50 venditori (componenti il gruppo B) hanno autovetture che sono autentici bidoni e vorrebbero venderle per non meno di 400 Euro ciascuna.
Solo i venditori sanno cosa c’è sotto al cofano e, ovviamente, quelli del gruppo B nascondono il fatto che le loro automobili sono pressoché da rottamare. Costoro, però, andrebbero, in qualche misura, rispettati, perché non chiedono 1100 Euro, come quelli del gruppo A. Chiedono, viceversa, una cifra decisamente più bassa: 400 Euro (perché si rendono conto che le loro automobili non valgono più di tanto). Ovviamente non si farebbero scrupoli se qualche gonzo volesse acquistare uno di tali bidoni per più di 400 Euro.
Gli acquirenti sono disposti a spendere, al più, 1200 Euro per una vettura buona e 600 Euro per una cattiva; ma devono comprare la gatta nel sacco, perché non possono provare le macchine e/o farle esaminare dal proprio meccanico di fiducia. La devono comprare a scatola chiusa, sapendo, però, che esistono sia buone automobili, sia i bidoni. Solo dopo averla acquistata scopriranno se l’auto è buona o è cattiva.
Il singolo acquirente comprende, quindi, che ha il 50% di probabilità di fare un affare e il 50% di prendere un bidone. Allora cosa decide di fare? Secondo Akerlof, sarà propenso a spendere (1200+600)/2 = 900 Euro. La decisione appare ragionevole perché, se l’auto fosse buona avrebbe risparmiato 300 Euro, rispetto alla cifra che era disposto a sborsare (1200 Euro). Se fosse cattiva, il danno sarebbe contenuto in 300 Euro (perché, per un’auto cattiva, nessuno intendeva spendere più di 600 Euro).
A questo punto decidono di ritirarsi dal mercato i venditori delle auto buone (che, come già detto, non intendono privarsene per meno di 1100 Euro).
Restano sul mercato solo coloro che vendono bidoni. Per giunta, costoro potrebbero intascare 900 Euro (contro i 400 della loro iniziale offerta minima). Si avrebbe, allora, la cosiddetta adverse selection. Traducibile nell’adagio «se ne vanno sempre i migliori» (fatto già noto a molte vecchiette giudiziose delle nostre parti, che nessuno pensa di proporre per il Nobel).
Come Akerlof suggerisce di risolvere il problema? Molto semplice: con la certificazione di qualità. Significa che il venditore deve offrire una precisa garanzia all’acquirente. Ad esempio, che l’autovettura non dia problemi per 6 mesi. Oltre a fornire tale garanzia, lo stesso venditore potrebbe appartenere ad un’associazione di categoria, che preveda l’immediata espulsione di quanti tentassero di vendere bidoni. Ma Akerlof non chiede questo. Chiede solo che sia data una precisa garanzia all’acquirente; il quale – resosi conto di aver preso il bidone – possa restituirlo e riavere, all'istante, i soldi sborsati e un eventuale risarcimento del danno.
Finisce qui la storiella, sulla quale si potrebbe “ricamare” e trarne varie morali. Akerlof sostiene (ed è difficile dargli torto) che una vera concorrenza sia incompatibile con un mercato asimmetrico.
Per farla breve, c’è chi ritiene che pure per gli architetti possa valere il ragionamento dell’asimmetria di Akerlof.
Se prendessimo, a caso, un architetto dall’Albo (per affidargli un incarico professionale) avremmo n% probabilità di fare una scelta sbagliata (e prendere un bidone). Non so quanto vale n, ma ho il sospetto che quanti stanno preparando la riforma delle professioni ritengano che n non sia, propriamente, approssimabile a zero.
Per giunta gli architetti sono, in Italia, decisamente troppi (122000) e il settore dell’Edilizia è in una crisi oramai strutturale. E’ come se i venditori di automobili fossero assai più numerosi delle auto da vendere e, per giunta, ci fosse pure scarsità di acquirenti. Vogliamo ridurre il numero dei venditori (attuando una sana decimazione) oppure individuare altre soluzioni? Infatti, si potrebbe trovare il modo di incrementare le auto, incoraggiare i venditori a mettersi insieme (formando delle società), scoraggiare altra gente a mettersi a vendere automobili, consentire a ogni acquirente di provare la vettura o, almeno, di aprire il cofano, tentare di incrementare il numero di acquirenti e via dicendo. 
In che modo si vuole intervenire per porre rimedio al fatto che un professionista (non solo un Architetto) non bidoni il cliente? Con questi provvedimenti:
1)    l’aggiornamento professionale obbligatorio, permanente e a pagamento;
2)    la verifica periodica della sussistenza dei requisiti per mantenere l’iscrizione all’Albo;
3)    la soppressione delle tariffe minime (e, di conseguenza, la libera contrattazione delle parcelle, prima dell’espletamento dell’incarico);
4)    l’assicurazione obbligatoria contro gli errori professionali;
5)    la continuità dell’esercizio professionale.
Insomma, dovrebbero restare negli Albi sono gli architetti, per così dire, “di successo”; quelli che lavorano molto e con continuità, collezionano crediti formativi, sono assicurati, si accontentano di parcelle basse e … hanno “amicizie” tra i Consiglieri (che, periodicamente, stabiliranno se il singolo architetto possiede – al momento della valutazione – i requisiti per rimanere iscritto all’Albo). Sarebbe prudente, allora, che questo architetto, quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio dell'Ordine di appartenenza, si schierasse dalla parte giusta e, soprattutto, non producesse opere architettoniche eccessivamente pregevoli (che potrebbero, di sicuro, scatenare l’invidia dei colleghi). Altrimenti rischia di perdere i requisiti necessari a mantenere l’iscrizione all’Albo.
Solo così (secondo alcuni) si passerebbe dalla asimmetria alla simmetria.
E’ divertente notare che alcuni architetti (i quali, evidentemente, non conoscono il Prof. Akerlof e le sue teorie) si dichiarano decisamente contro l’asimmetria (che vorrebbero combattere perché la ritengono origine di tutti i mali). Sicuramente questi colleghi immaginano che la simmetria – essendo una buona cosa in qualche pianta o in qualche prospetto di un edificio – possa rappresentare un concetto valido, anche nel mondo dell’Economia (o, meglio, nelle forzate trasposizioni di concetti dall’Economia all’Arte). Verrebbe voglia di dare ragione a questi colleghi, affidandoli alle “cure” del Prof. Akerlof o, peggio, di quanti in Italia interpretano (a modo loro) il pensiero dell’economista americano. Dopo di che, probabilmente, si troverebbero a vendere automobili usate.
Non voglio sostenere che il Prof. Akerlof abbia torto, anche se la sua teoria non mi sembra facilmente estensibile ai liberi professionisti italiani. Tutt’al più può funzionare per quelli americani (per i motivi che dirò tra breve). Sicuramente funziona nel mercato delle auto usate. Il mondo dell'Architettura è tutt'altra cosa.
In ogni caso, Akerlof non si sogna neppure di teorizzare che il singolo venditore di automobili possa essere giudicato da altri venditori, che hanno un evidente conflitto di interesse con lui. E’ come se i 50 venditori dell’insieme A (quelli delle auto buone) votassero un Consiglio dell’Ordine dei venditori di auto e affidassero ad esso il compito di stabilire chi può vendere le automobili e chi no. Ogni componente di questo singolare Consiglio avrebbe convenienza ad inibire l‘attività professionale agli altri – almeno ai più capaci e ai possessori di auto migliori – per limitare la concorrenza all’interno dello stesso gruppo. I radiati, infine, non potrebbero nemmeno votare quando si terranno le elezioni per il rinnovo del Consiglio, perché, essendo stati buttati fuori dall’Ordine, non fanno – ovviamente – più parte di esso. Sicché i Consiglieri avrebbero trovato il modo di giudicare, senza essere giudicati, avendo espulso dall’elettorato (sia attivo, sia passivo) i più temibili concorrenti. Per colmare la misura, ci potrebbe essere una legge del 1938, in base alla quale, per vendere automobili, occorre necessariamente essere iscritti all'Ordine suddetto. Avremmo, a questo punto, l’ adverse selection elevata all’ennesima potenza. E’ facile prevedere che questi Consigli non si rinnoverebbero mai.   
La nostra società è condizionata dalla cultura cattolica, mentre quella americana dalla cultura puritana e calvinista. Per cui, nella società americana, si ritiene che:
a) il successo sia un riconoscimento divino ai propri meriti (l'uomo di successo, in altri termini, è quello baciato dalla grazia divina, quasi il beneficiario di una legge karmica). Il successo è, anche, il frutto di uno stile di vita giudizioso e frugale, che aborre ogni ostentazione di ricchezza. Il premio o la punizione, per la cultura cattolica, lo avremo post mortem; per la cultura protestante, un congruo anticipo ci è corrisposto in questa vita.
b) sia altamente immorale trasmettere ricchezze o posizioni di potere ai propri figli (c'è, in altre parole, una sorta di culto per il self made man).
c) il successo non dispensa da una dura vita di lavoro, dal continuare, cioè, quell'impegno che l'ha determinato (il magnate americano sgobba più di qualunque suo dipendente). Inoltre, per la morale calvinista, è disonesto ed esecrabile non pagare le tasse (anche perché si ha la certezza di fornire opportunità ad altri, finanziando un'università basata sul merito e non sul familiarismo, una ricerca che produce risultati concreti, strade e ferrovie che servono e che durano, sistemi informatici veramente all'avanguardia e via dicendo). 
Ovviamente non intendo fare l'apologia della cultura calvinista e muscolosa (quella, è stato detto, che allena gli ideali in palestra). Sto, semplicemente, dubitando del fatto che una teoria economica, la quale può aver dato buoni risultati nel mercato americano (automobilistico, elettronico, alimentare e via dicendo), possa essere bellamente trasferito, dall’on. Mantini, nell’italico mondo delle professioni.
Purtroppo, la triste verità è un’altra: nascondendosi dietro il paravento di suggestive teorie economiche (adesso stiamo prendendo in esame quella di Akerlof e dell’asimmetria, ma converrà, in altra occasione, passare in rassegna altri economisti, da Ludwig Von Mises a Milton Friedman) ci si sciacqua la bocca con termini tecnici, preferibilmente in inglese (skill intensive, outsourcing, dumping e via dicendo) e, poi, dove si va a parare? Agli stipendi ai Consiglieri e al mandato degli stessi, che può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della legge.
I progetti di riforma delle professioni intellettuali sono presentati dicendo – solo a chiacchiere – di rifarsi al liberalismo, ma, poi, vanno nell’interesse delle Assicurazioni e dei Consiglieri in carica. Questi ultimi acquisteranno potere (perché decideranno chi ha i requisiti e chi no per esercitare la professione), si beccheranno un favoloso stipendio (perché, nella proposta del CUP, sta scritto che «(…) le indennità dei consiglieri sono definite in modo di assicurare lo svolgimento del mandato senza pregiudizio economico (…)») e rimarranno in sella fino al 2021 (perché, sempre nella proposta del CUP, si legge che «(…) il mandato dei consiglieri può essere rinnovato per non più di tre volte consecutive dall'entrata in vigore della presente legge (…)»). Alla faccia di Akerlof, Spence, Stiglitz e di tutti i premi Nobel per l’Economia!
Il Presidente della Repubblica – in un recente intervento alla Fiera di Bari – ha, giustamente, esortato a «combattere fenomeni di spreco da congestione istituzionale e in special modo di dilatazione del costo della politica» e di razionalizzare e semplificare la gestione della cosa pubblica, limitando «incarichi elettivi e non elettivi retribuiti in modo ingiustificato». Chissà se tali sagge parole saranno ascoltate. Lo vedremo dall’emendamento di queste incredibili proposte di legalizzare le retribuzioni ai Consiglieri degli Ordini.
Le lobby comandano e l’Antitrust non incide abbastanza. Spesso le norme anticoncorrenziali, pur essendo segnalate, non sono modificate dal Parlamento e la segnalazione dell’Autorità antitrust è ignorata.
Purtroppo Milton Friedman è morto (nella notte fra il 15 e il 16 novembre del 2006, pochi giorni fa). Ma il Proff. Akerlof e Spence sono vivi. La mia proposta è questa: convinciamo i nostri politici a non occuparsi più della riforma delle professioni e diamo l’incarico al Prof. Akerlof o al Prof. Spence – che questo fanno per mestiere – di prepararci una bella riforma delle professioni. Mi dicono che le parcelle di Spence (premio Nobel con Akerlof) siano decisamente “salate”, ma che i suoi clienti restino sempre molto soddisfatti. Adesso Spence è impegnato nella comprensione teoretica dell'economia globale e della sua influenza nella struttura informativa del mercato (chissà che non si becchi un altro Nobel). Rivolgendoci ad Akerlof o a Spence andremmo alla fonte e accontenteremmo quanti – senza sapere bene di cosa si tratti – combattono l’asimmetria. Sicuramente non rimpiangeremmo quanti, oggi, se ne stanno occupando, in Italia.
Non sto scherzando. Sto tentando di dire che – se proprio dobbiamo adeguarci alle nuove teorie economiche, che vengono dal mondo anglosassone – forse vale la pena di farlo per davvero. Recepiamo pure i suggerimenti di tali Economisti (alcuni dei quali, come il Proff. Francesco Giavazzi e Alberto Alesina, sono italiani), ma seriamente. Giavazzi e Alesina hanno recentemente scritto il libro «Goodbye Europa. Cronache di un declino economico e politico» (Ed. Rizzoli, 2006) nel quale auspicano meno tasse e un mercato del lavoro meno regolato, pur senza adottare in toto il modello americano, ma salvaguardando quelle parti, ancora efficienti, del modello europeo. Mi andrebbe bene, anche, incaricare Alesina e Giavazzi di fornirci le linee guida di una riforma delle professioni, in Italia (se proprio abbiamo deciso di sottoporci a questo elettrochoc).
Giavazzi e Alesina ci stanno tormentando, ripetendoci, fino alla noia, che gli Stati Uniti – oramai da moltissimi anni – producono ricchezza, sviluppo e innovazione, perché hanno imboccato, in Economia, la strada giusta; mentre noi siamo impantanati in una fase di stagnazione economica, dalla quale non si esce senza riferirci, almeno in parte, al modello americano. I giovani professionisti sono veramente d’accordo ad andare verso un mercato non asimmetrico, dove c’è vera concorrenza? Se la risposta fosse affermativa, allora accontentiamoli.
Vogliamo fare un salto nel buio? D’accordo, ma almeno con la speranza di cadere, dopo pochi centimetri, su un morbido letto di petali di rose.
Non voglio escludere che – con queste scelte coraggiose – si registrino risultati miracolosi o, almeno, accettabili. Ma le proposte di Mantini e di Mastella sono tutt’altra cosa. Solo apparentemente si rifanno al liberismo; in realtà sono pasticci belli e buoni. Sono – a mio giudizio – degli autentici bidoni.

Comunicato n. 6: Annali (Consigliere Vincenzo Perrone)

 

Al Consiglio dell’Ordine

 

Cosa sono gli «Annali dell’Architettura e delle città»?

Sono una Fondazione – costituita il 15 marzo 2005 – il cui scopo è « (…) la promozione della cultura espositiva, della ricerca, della conservazione e della diffusione dell’architettura e dell’urbanistica dell’Italia meridionale e del bacino del Mediterraneo (…) »

Chi sono i soci della Fondazione? Sono: la Regione Campania, la Provincia di Napoli, il Comune di Napoli, la Soprintendenza per i Beni Architettonici di Napoli e Provincia, la Facoltà di Architettura di Napoli Federico II, la Facoltà di Architettura della Seconda Università “SUN”, l’Ordine degli Architetti di Napoli e l’Ordine degli Ingegneri di Napoli.

La Fondazione è stata dotata di ingenti finanziamenti dagli enti pubblici aderenti. Ci sono, però, anche i nostri soldi. Non saranno molti; ma ci sono anche dei soldi provenienti delle quote associative degli Iscritti al nostro Ordine (e, non solo non ho nulla da eccepire, ma ne sono felice).

Le iniziative culturali – nel settore dell’Architettura e dell’Urbanistica – vanno sempre accolte con favore, incoraggiate e sostenute, per quel poco che qualcuno di noi (fra i quali chi scrive) è in grado di fare. I soldi spesi in tal senso sono benedetti, se comportano un “ritorno” di immagine.

Sono entrato nel Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Napoli e l’argomento degli «Annali dell’Architettura» è stato discusso.

Com’è (o come dovrebbe essere) noto, un Consigliere dell’Ordine non rappresenta solo quanti l’hanno votato (nel mio caso 467 architetti), bensì tutti gli iscritti. Non è una mia stravaganza. E’ quanto stabilisce la Legge, affermando che il Consigliere dell’Ordine rappresenta «tutti i professionisti appartenenti all’albo» (art. 2 comma 3° del D.P.R. 8 luglio 2005 â„– 169). In tale qualità chiesi, verbalmente, di avere copia dell’atto costitutivo della Fondazione, per studiarlo. Non so se la mia richiesta è stata verbalizzata. So, invece, che è stato verbalizzato uno sterile battibecco legato al fatto che il mio rifiuto ad intascare indennità sia stato conosciuto prima a Napoli o prima a Milano. A questo punto si faccia avanti chi ritiene di darmi lezioni di comportamento e mi atterrò alle disposizioni che Egli vorrà impartirmi, in tema di Etica.

Certo è che, a tutt’oggi, non mi è stata data la possibilità di prendere visione dell’atto costitutivo della Fondazione. Ciò nonostante ho espresso un voto favorevole in merito alle attività degli Annali (ritornata in discussione nella seduta dell’8 novembre). Malgrado che, come Consigliere dell’Ordine, ho avuto l’invito agli eventi degli Annali, con mail del 15 novembre 2006 – ore 17.32 (le iniziative partivano lo stesso 15 novembre alle ore 9.00) continuerò a sostenere la Fondazione perché – come cercavo di dire poc’anzi – abbiamo un disperato bisogno di Cultura. Tengo a precisare che fornii il mio indirizzo e-mail, daccapo, in occasione della prima seduta di Consiglio alla quale ho partecipato e che, tramite un qualunque motore di ricerca, si può accedere immediatamente al mio sito, dal quale attingere un indirizzo di posta elettronica (a parte il prevedibile indirizzo vincenzo.perrone@unina.it). E a parte il fatto che mi dicono esista un giovane che, in vespa, sbriga le faccende dell’Ordine. Ovviamente, credo che sia una “leggenda metropolitana”. L’Ordine, comunque, ha grossi problemi di comunicazione, addirittura coi Consiglieri.

Nella mia “carriera” di Consigliere ho sempre avversato le “contrapposizioni” interne alla Categoria: giovani contro vecchi, liberi professionisti contro dipendenti, città contro provincia e via dicendo. Sono stupidaggini pericolose. Bisogna, invece, creare un clima di concordia e puntare, tutti insieme, agli stessi obiettivi. Ho sempre osteggiato i tentativi di gruppi che intendevano egemonizzare la categoria. La Facoltà di Architettura lo ha fatto, in un remoto passato (mi riferisco all’epoca di Marcello Canino, in cui gli architetti si recavano a votare, per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, presso la Presidenza della Facoltà, col Rag. Marcello Ferrarese, dipendente della Biblioteca, che, albo alla mano, chiamava l’appello fuori la porta del Preside e gli Iscritti, uno ad uno, entravano a votare). Mai avrei pensato di dovermi trovare a tentare una difesa della Facoltà, la quale mi pare non molto coinvolta negli Annali, almeno a giudicare dai nomi che compaiono nel programma delle iniziative di quest’anno, inviato via mail ai Colleghi (uno dei quali, cortesemente, ha voluto trasmetterlo anche a me, altrimenti sarei rimasto all’oscuro di tutto). Si tratta, comunque, del file 580.pdf prelevabile dal sito dell’Ordine. Sono rimasto esterrefatto a causa l’assoluta abbondanza dei puntini sospensivi. Mancano, infatti, ben 8 relatori. Oltre, com’è stato notato, l’«inglese improbabile» di certi titoli, emerge un’idea di works in progress (spero che questo inglese sia più probabile) nientedimeno che durante lo svolgimento dell’iniziativa stessa.

Non intendo reiterare la richiesta di avere lo statuto degli Annali perché non voglio, in alcun modo, distogliere la Segreteria dall’opera – che credo sia in corso – di risposta alle mie richieste e domande, chiaramente formulate nella seduta di Consiglio del 31 ottobre 2006. Si proceda senza alcuna fretta, visto che, anch’io, sto approfondendo le indagini (con proficui risultati).

A proposito degli Annali, gradirei conoscere se corrisponde a verità il fatto che il curatore scientifico della Fondazione (come dichiarato dal Prof. Arch. Fabio Mangone) sia «retribuito con un compenso lordo superiore allo stipendio lordo di un professore ordinario di prima nomina». Nonché se corrisponde a verità che lo stesso curatore scientifico abbia provveduto, col proprio studio professionale, all'allestimento.

Chiedo, inoltre, se è vero che la Fondazione in questione sia priva di Comitato Scientifico, nonostante – pare – che la questione sia stata più volte sollevata in seno al Consiglio di Amministrazione. In tale ipotesi chiedo di conoscere i motivi per i quali, ad un anno e mezzo dalla costituzione della Fondazione, essa è ancora sprovvista del Comitato Scientifico e di precisare, a tal riguardo, gli orientamenti di quest’Ordine.

Dichiaro al Consiglio che non farò mancare il mio sostegno alle iniziative della Fondazione, perché essa mi sembra un progetto encomiabile e molto utile, all’immagine della Categoria e della nostra amata e sfortunata città.

Gli sforzi, per far decollare la Fondazione, devono essere unanimi e convinti. Non si può andare avanti all’insegna del dilettantismo. Ovviamente muovo questi appunti all’Ordine, non certo alla Facoltà (che mi sembra, per così dire, “parte lesa”).

Mi pare, purtroppo, che si possa andare incontro ad un clamoroso fallimento se:

a)      non migliori l’organizzazione, almeno pubblicizzando le iniziative con congruo anticipo, spedendo gli inviti, predisponendo manifesti e locandine, dotandosi di un addetto stampa che assicuri la più ampia “ricaduta” degli eventi, sulla stampa e sulle televisioni;

b)      non si coinvolgano i Colleghi in grado di fornire un fattivo contributo, accertandosi che vi sia un giusto “dosaggio” fra Architetti liberi professionisti, dipendenti e docenti universitari. E’ di tutta evidenza che è auspicabile una (non eccessiva) prevalenza di questi ultimi (laddove oggi Essi mi sembrano del tutto assenti, nella loro veste e a giudicare dai nomi dei partecipanti alle iniziative in corso). Entrambe le Facoltà di Architettura vanno ad ogni costo e adeguatamente coinvolte. Credo di essere l’unico Consigliere che ha titolo per rappresentare – indegnamente – la Facoltà e rivendico che essa occupi un ruolo pivot (assolutamente non egemone, ma adeguato all’apporto che può dare e che è indispensabile a conferire il necessario “spessore” culturale a quanto si va programmando);

c)      non si riveda qualche aspetto organizzativo e non si provveda, con la tempestività e l’oculatezza che mi sembrano necessarie, a comporre il Comitato Scientifico della Fondazione.

d)      si continui a non tenere informati i Consiglieri dell’Ordine su come sta operando la Fondazione e garantendo almeno un minimo d’informazione a tutti gli Iscritti. Non si può dare notizia di un’iniziativa dopo che essa è partita.

Dichiaro la mia piena disponibilità a lavorare per far decollare la Fondazione (senza alcun compenso e coadiuvato da Colleghi di buona volontà), fino a quando essa apparirà in grado di muoversi con le sue gambe. Ovviamente, se il Consiglio lo vorrà. Altrimenti continuerò ad assicurare il mio voto favorevole ad ogni iniziativa della Fondazione (che richieda l’approvazione del Consiglio dell’Ordine), augurandomi che ciò possa bastare e, come sempre, senza chiedere alcuna contropartita.

Visto che il Presidente – giustamente – mi accusò di non avere formalmente espresso la mia posizione circa l’organigramma di governo dell’Ordine, assunto da questo Consiglio, faccio notare che sono trascorsi una ventina di giorni da quando l’ho espressa, senza avere il benché minimo segno di riscontro. Si vuole che l’esprima daccapo?

 

Vincenzo Perrone

 

Napoli 21 novembre 2006

 

 

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